ph Tim Boyle
in foto: ph Tim Boyle

D'accordo col Governo nei giorni scorsi, in disaccordo qualche giorno dopo. Alcune sigle della musica italiana fanno i conti con il Decreto Rilancio in cui sono state delineati gli interventi a sostegno anche del settore della Musica (e della Cultura, in generale). Alcune sigle avevano fatto 10 proposte al Governo e su alcune erano state accontentate, al punto da dichiararlo esplicitamente. Qualche giorno dopo, però, con l'approvazione del Decreto, la firma del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale, non sono mancate le critiche soprattutto per quanto riguarda alcuni interventi economici che hanno escluso l'industria musicale e messo in difficoltà alcune realtà come quella dei negozi di dischi, oltre a bloccare i grandi eventi live del 2020. Abbiamo chiesto a Sergio Cerruti, presidente di AFI (Associazione Fonografici Italiani) e vice-presidente di Confindustria Cultura Italia, quali sono i punti nodali da mettere sul tavolo, anche per permettere che il parlamento possa aggiustarli.

Cerruti, ci spiega quali sono i pro e i contro che notate in questi ultimi interventi del Governo?

Nelle intenzioni con questo decreto così blasonato si è cercato di supportare al meglio e come si poteva tutta l’economia di questo Paese. È evidente che arrivare nello specifico in poco tempo a soddisfare le esigenze di ogni singolo comparto è pressoché impossibile. Da qui nasce la svista, la dimenticanza o la mancanza di approfondimento da parte del governo, anche se in tante occasioni abbiamo cercato di ricordare al ministro Franceschini e al ministero che tutto un comparto della musica (che è anche la colonna sonora di ogni celebrazione istituzionale) era stato dimenticato nel Decreto Rilancio.

In che senso?

Semplicemente il settore della cultura (nello specifico legato ai negozi di dischi e all’industria discografica) non c’è. Adesso attraverso dei passaggi istituzionali preposti sarà possibile magari fare azioni di correzioni. Franceschini è anche responsabile del turismo e dell'intrattenimento: ci sarà un’estate senza i grandi eventi live e quindi tutto un sistema economico interconnesso fermo con al palo gran parte dei lavoratori che lavorano in questo settore.

Quali sono le categorie che risentono maggiormente di questa "dimenticanza"?

Rimangono al palo diverse centinaia di migliaia di persone, sono tante le professionalità che sono coinvolte nei processi produttivi legati alla musica e ai live. Siamo tutti collegati, a partire dalle associazioni musicali. Ricordo a tutti che i live producono il diritto d’autore, il diritto connesso e gli artisti in promozione fanno vendere i dischi sul posto. Insomma, c’è un in ingranaggio bloccato e bisogna comprendere che c’è un danno globale in un’economia globale.

Una delle cose che fate notare è la Musica è stata dimenticata a dispetto di altri settori, giusto? 

Sì, mi chiedo come mai non abbiamo avuto lo stesso tipo di attenzione che hanno avuto rispetto ad altri settori. Eppure secondo me abbiamo più penetrazione nel tessuto culturale italiano rispetto ad altri comparti, abbiamo una tradizione storico-musicale più ampia, abbiamo sempre cantato dalla notte dei tempi. Il settore Musica, forse per colpa degli stessi produttori e degli stessi presidenti (faccio ammenda anche io), non è stato capace, negli ultimi anni, di costruire quella credibilità di sistema e quella identità che in questo momento sarebbe stata utile.

Come lo vede il futuro?

Mi fanno paura gli anni che arriveranno. Occorre ricordare a Franceschini che è il ministro di tutti. Lui ha fatto tanto per la musica e lo ringrazio, però il ministero è fatto di tante professionalità e sviste di questo tipo non sono accettabili. Ci vuole responsabilità e attenzione. Gli avevamo già fatto notare la dimenticanza verso di noi. Possiamo pensare che se non si è voluto rettificare, e che ci sia la volontà di non supportare il nostro settore con tutte le conseguenze che possono arrivare.

Quali passi bisognerà compiere nell'immediato, quindi?

Sarà importante ora restare uniti insieme ai colleghi per fare quadrato di più rispetto al passato. Perché la colpa è anche un po’ nostra se il ministero può permettersi queste dimenticanze, forse c’era bisogno di una maggiore forza rappresentativa. Da noi deve partire un cambio di passo e un nuovo modo di pensare. Positivo, sì. Ce la facciamo se cambiamo atteggiamento. Altrimenti sarà fallimento.