"Se escludiamo Junior Cally da Sanremo, però, decidiamo che su quel palco non debba salire più nessuno che abbia scritto canzoni misogine" ci dice Giulia Blasi, scrittrice ed esperta di questioni di genere. Il caso Junior Cally/Sanremo è solo l'ultimo che ha al centro della discussione un ragionamento più ampio su rap e sessismo. Da sempre la cultura hip hop ha in alcune delle sue derivazione una forte tendenza sessista e misogina, un racconto di donna come oggetto, come "bitch". È una delle più grandi contraddizioni di un genere che in alcune delle sue evoluzioni ha avuto anche una forte connotazione sociale, ma che si nutre comunque tantissimo di egotrip e di stereotipi che hanno nelle donne e negli omosessuali dei bersagli.

Le accuse di sessismo a Junior Cally

Il cantante, tra i prossimi Big del Festival di Sanremo, è stato accusato di sessismo e di aver cantato il femminicidio in una canzone pubblicata nel 2017, "Strega", che recita: "Lei si chiama Gioia / balla mezza nuda, dopo te la dà / Si chiama Gioia perché fa la troia / L’ho ammazzata, le ho strappato la borsa / c’ho rivestito la maschera". Polemiche che lo hanno visto coinvolto al punto che c'è chi chiede che sia fatto fuori dalla gara. Accuse che il rapper respinge tramite una nota del suo management che cerca di riportare tutto a un discorso artistico: "Raccontare la realtà attraverso la fiction è la grammatica del rap" si legge.

Un problema artistico, non morale

Dell'argomento se ne parla spesso, ma in contesti molto ristretti: il caso sanremese ha alzato ancora una volta il velo, ma nel mondo del rap e della trap non è una novità, dal caso di CRLN, insultata durante l'apertura al concerto di Gemitaiz, alle polemiche su Skioffi, uno degli allievi della scuola di Amici: "L'arte non può essere soggetta a critica sociale, deve essere anche immorale, è normale che lo sia, ma io ne faccio un problema artistico – ci aveva detto Giulia Blasi qualche settimana fa, ribadendo, oggi, che la sua idea non è affatto cambiata -. La tua arte mi deve dare qualcosa, può essere anche negativa, ma io devo uscirne con una prospettiva nuova. Se mi riproponi la violenza contro le donne come chiave della tua espressione artistica, cosa mi stai dicendo di nuovo? Lo faceva già Eminem 20 anni fa!".

La rappresentazione della donna in un certo rap

Per anni si è ritenuto questa deriva misogina come parte di una narrazione, frutto del racconto, dello storytelling, e del personaggio del rapper. Il tutto in un contesto che praticamente non solo dipingeva la donna spesso solo come oggetto, ma che non aveva donne che potessero esprimersi. Un mondo maschile e maschilista anche nella composizione, con un gap che in Italia assumeva proporzioni enormi e lasciava alle donne solo piccolissimi spazi. In quest'ultimo anno è emersa qualche voce che ha oltrepassato il muro, ma lo ha fatto, spesso, con tematiche che ripercorrevano pedissequamente quelle maschili, supportate da produttori uomini (a parte poche eccezioni), e che restano comunque una rarità in un mondo che continua a raccontarsela in un certo modo: "Che noia! È sempre la stessa cosa da anni, da quando il rap è diventato più gangsta non è mai cambiata, perché la donna, in tutte le culture patriarcali e capitaliste, è sempre il mezzo con cui l'uomo esprime il suo potere sociale: ti fai donne, puoi dominare le donne, insomma, la donna diventa simbolicamente ciò che usi per esprimere potere sociale. Se puoi dominare sulle donne è come se potessi dominare sulla società" continua Giulia Blasi.

Il maschilismo dell'ambiente musicale

I testi di una certa scena trap contemporanea sono pieni di "bitch", "cagna" e "puttana" e anche l'iconografia del genere non viene in aiuto. Lo sa bene anche uno dei personaggi più noti e in ascesa dell'ambiente, ovvero quel tha Supreme che in un post su Instagram ha rappresentato, sempre nella sua forma cartoon, donne a quattro zampe, ricevendo tantissime critiche nei commenti. E il problema, spesso, è che questa visione è propria dei giovanissimi: "I giovani d'oggi sono figli di maschi che gli hanno insegnato a essere dominanti. Questi ragazzi che usano la violenza sulle donne come metafora di dominanza sociale non escono dal nulla ma sono ragazzi che hanno imparato che le donne sono oggetti da avere – continua Giulia Blasi -. Poi parliamo di un ambiente musicale in cui la donna non esiste, viene messa ai margini, che fa molta fatica ad affermarsi con la propria musica, viene demotivata perché è difficilissimo farsi ascoltare: c'è un pregiudizio di genere, c'è un mondo della musica che si racconta di essere un mondo per maschi".

La narrazione rap che non cambia

Il problema, insomma, più che etico, è artistico: "Che valore ha, artisticamente, uno che mi ripropone le stesse cose proposte da mille altri artisti prima di lui, senza cambiarla di una virgola o aggiungendo alcuna visione, ma facendo ricorso ai vecchi logori stereotipi sui rapporti dei sessi? Usando la donna come valvola di sfogo di frustrazioni personali? Per me questa cosa qua non può prescindere dalla critica artistica, perché il testo nel rap è tutto. La narrazione è tutto e se mi fai la stessa narrazione che hanno fatto migliaia di persone prima di te, mi citi Tarantino ed Eminem per giustificarti, mi stai solo dicendo che non vuoi essere un individuo che racconta delle storie, ma uno che fa sensazione sulla pelle delle altre senza avere nulla da aggiungere, quindi la tua parola è povera".

Il manifesto di "Non una di meno"

Nel 2018 il movimento "Non una di meno" scrisse un manifesto per l'antisessismo nel rap italiano: "Chiediamo a chi scrive e a chi ascolta rap di ammettere che, insieme a valori positivi e infinite potenzialità estremamente interessanti, esiste un problema serio di sessismo all’interno della scena, è questa (an)estetizzazione che contribuisce a suo modo, consapevoli o meno, alla normalizzazione e all’accettabilità sociale della violenza sulle donne" si leggeva nella prima parte del manifesto che chiedeva a chi lo sottoscrivesse "di non produrre o promuovere testi di carattere esplicitamente sessista, il sessismo e l’omofobia negli spazi Hip Hop continuano a non essere controllati, non è più accettabile giustificarli come una componente valoriale imprescindibile della cultura".

Junior Cally e il Festival di Sanremo

Per quanto riguarda il Festival di Sanremo, però, la scrittrice è molto chiara. Ci sono artisti che hanno calcato quel palco e che hanno alle spalle testi con derive misogine, se non peggio. "Nessuno ricorda ‘Bella stronza' come inno nazionale degli aspiranti femminicidi, eppure lo era" dice Giulia Blasi che, però, pensa che l'esclusione non sia la soluzione: "Chi decide cosa si può dire e cosa no? Il rischio è quello di una censura preventiva, invece io penso che debbano andare sul palco e assumersi le proprie responsabilità".