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Perché non riusciamo a toglierci dalla testa VDLC di Sfera Ebbasta

VDLC è la canzone con cui Sfera Ebbasta ha lanciato il suo nuovo album X2VR e che riprende Vida Loca, classico dei Club Dogo. Ecco come è stata costruita per rimanere in testa.
A cura di Federico Pucci
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Nel grande libro delle storie della musica esiste un bivio. Da una parte ci sono gli album con i quali ci si allontana dal seminato, per evolversi o farsi solo un bel giro. Dall’altra, ci sono gli album che compiono un’inversione a U, in direzione delle origini, e in questo caso lo scopo dell’artista è ritrovarsi. In verità, spesso nessuna di queste strade porta dove si vorrebbe. E ciò rende il viaggio ancora più interessante.

Con l’album X2VR, uscito ieri, Sfera vorrebbe reindirizzare il suo viaggio all’indietro, ai tempi del primo disco XDVR (2015): la ragione più plausibile è biografica, la paternità raffigurata anche in copertina che potrebbe averlo convinto a guardare il proprio passato da una nuova prospettiva, forse per poterlo trasmettere un giorno a suo figlio – il disco, del resto, è pieno di riferimenti familiari. Così, ogni nuova canzone dialoga con quelle di 8 anni fa. Ma prima di XDVR c’era solo Gionata Boschetti: il nastro va riavvolto ancora più indietro. Alla primavera 2003, quando non aveva neppure 11 anni e i neonati Club Dogo pubblicavano il loro primo influentissimo LP, Mi Fist. In quel disco c’era una canzone intitolata Vida Loca: la rappava solo Jake, ed era l’affresco grigio e rabbioso di una Milano pericolosa e cattiva, dove il lusso e lo sfarzo erano il linguaggio dei peggiori, dove una società allo sfascio cercava nuovi valori nella strada e il desiderio di rappresentare qualcuno dava coraggio contro la ferocia. La “vida loca” di Jake non era lo spasso, insomma, era un’ultima spiaggia.

Andiamo avanti veloce e nel 2023 le cose nella società e a Milano sembrano cambiate solo in parte – non sta a me dirlo. Sicuramente, il rap non è più una nicchia in cerca di visibilità, lo spazio per la denuncia si è decisamente ridotto, e il lusso non è visto più di traverso, anzi. Mentre era impegnato a “ritrovarsi”, Sfera si è costretto a fare una tara dei valori estetici, morali, letterari del rap. Insomma, è costretto a riscrivere da capo la sua memoria. E con essa, anche la nostra.

Se non bastasse il titolo senza vocali (VDLC) ci penserebbe la musica a ricordarci dalle prime due note che stiamo ascoltando una nuova versione di Vida Loca. Il pianoforte arpeggia intorno agli accordi di Sol diesis minore e Mi, dondolando tra i due: sono lo stesso riff e la stessa progressione altalenante (per quanto un paio di toni più in basso) di quella canzone vecchia 20 anni ed entrata a buon diritto nel canone del rap italiano. Abbiamo detto spesso che un successo musicale deve saper stuzzicare la memoria degli ascoltatori: probabilmente è per questo che VDLC, come tante canzoni in voga oggi, prende di peso un elemento del passato e lo rimodella a proprio beneficio. E del resto, che nell’aria ci sia un desiderio nostalgico di Club Dogo, lo confermano i dieci sold out al Forum di Assago andati sold out in poche ore, per la loro reunion annunciata.

Ma la memoria non crea solo successi: notoriamente, fa anche scherzi. Se vai a cercare Vida Loca sulle piattaforme streaming audio, troverai una canzone ben diversa da quanto si sente in VDLC. Quando, nel 2004, Vibra Records ripubblicò l’esordio dei Dogo, la traccia cambiò beat, probabilmente per ragioni di autorizzazioni. Per molti, insomma, Vida Loca suona in tutt’altro modo: chiunque voglia ascoltare (in piena legalità) la base originale di questo classico, deve ascoltare Sfera Ebbasta, un nuovo classico. Non è un paradosso, è un messaggio preciso: abbandonata la strada maestra, dopo aver girato i tacchi, ci troviamo a una strettoia dove la nostra memoria deve aderire con la memoria selettiva di chi canta.

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Il contesto, insomma, gioca a favore della memorabilità della traccia. Ma nel beat c’era una forza innata, tanto simili loop di accordi sono comuni in tanto rap melodico (da No Type dei Rae Sremmurd a Yeah di Usher). Ma a differenza di loro, i Dogo e Sfera sanno che in quella risoluzione imperfetta, obbligata a ripetersi per stare in piedi, c’è un mood da sfruttare: è un senso claustrofobico, una gabbia che viene chiusa a chiave dalla parte finale dell’arpeggio, che caracolla intorno alla terza della scala minore come una chiave in cerca del buco della serratura (Si La# Si La# Do# Si La# Si, per chi da casa volesse provare). L’effetto è tangibile: Sfera si sente intrappolato dal suo status, desidera tornare indietro ma sa che la nostalgia è tale perché non si soddisfa mai – almeno in questo, è davvero uno di noi. Per ribadire la chiusura, Sfera riflette nella sua melodia (rigorosamente ritoccata da autotune) lo stesso disegno del riff: anzi, creando saltuariamente tra il canto e il riff di piano intervalli di terza minore (la distanza tra la prima e la seconda nota di un accordo minore), toglie ulteriore saturazione ai colori.

Ma Sfera (e Charlie con lui, compagno di viaggio oggi come nel 2015) non basta mettere una melodia nuova. Così, nell’inciso – liquidato in appena quattro battute da Vida Loca – la progressione si apre e accoglie due accordi. Tutto sommato, il loro peso è limitato: l’orecchio fa caso piuttosto alla melodia di Sfera e all’ostinazione dell’arpeggio. Eppure, una parte del cervello (la corteccia parietale e il cervelletto, dicono alcuni neuroscienziati) nota la dilatazione temporale: l’anello stretto dei Dogo è diventato una collana (d’oro, ovviamente). L’impressione è corretta: approfittando dei nuovi spazi il giro risulta più compiuto, un vero ritornello pop, insomma. Questi accordi (Fa diesis e Do diesis minore, per la cronaca) non sono lì per bellezza, ma trasformano il dondolio dell’altalena armonica della strofa in una marcia, aiutando la melodia a muoversi con passo mesto ma deciso.

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La canzone, insomma, non può restare sempre nello stesso posto, proprio come Sfera non può più vivere tra i palazzoni e con la vecchia compagnia. Gli accordi si muovono e anche l’artista cresce, umanamente e artisticamente – se 8 anni fa qualcuno gli avesse detto che Guè gli avrebbe “fatto le sporche” su un beat di Don Joe, ci avrebbe creduto? L’unica carta d’identità dell’artista che abbiamo a disposizione è la sua musica – il resto è gossip, o pubbliche relazioni. Non potremo conoscere il piccolo Gionata che ascoltava i Dogo e Noyz Narcos (“È strano come ognuno ti ama se hai denaro e fama…” è quasi una citazione alla lettera da Don’t Fuck With Me), ma possiamo empatizzare con la sua velleità di ritorno all’innocenza. Tornare alle origini è un’illusione, non solo perché non abbiamo inventato il viaggio nel tempo: ogni ritorno metaforico costringe a ripercorrere i propri passi. Così, pure nel più rétro dei suoi progetti Sfera non può che abbracciare la melodia classica e le strutture pop tradizionali (intro/strofa/pre-chorus/inciso/outro), che aveva accolto appieno in Rockstar; e d’altra parte non può resistere alla tentazione di lasciare aperta la rima più in evidenza (“bank account” / “quello di prima”). Per ogni architrave, insomma, la canzone aggiunge irregolarità e decorazioni appariscenti, cioè la personalità di Sfera, obbligando intanto l’orecchio a prestare attenzione. Forse è una provocazione ai puristi, ma è anche ciò che Sfera fa da sempre: non scendere a patti con le regole del pop, ma piegarle a proprio vantaggio.

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Federico Pucci è un giornalista musicale. Ha collaborato con ANSA dal 2012 al 2019, occupandosi di spettacoli e cultura per la sede di Milano. Tra il 2020 e il 2023 ha diretto il magazine musicale online Louder, creando e producendo oltre 200 videointerviste e format originali. Nel 2019 ha scritto un libro sui sessant'anni di storia di Carosello Records. Ogni settimana pubblica una newsletter chiamata Pucci.
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