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Perché non riusciamo a toglierci dalla testa Cocktail d’amore di Mahmood

Si chiama Cocktail d’amore, la nuova canzone di Mahmood. Vi spieghiamo perché è uno dei brani che negli ultimi giorni non riusciamo più a toglierci dalla testa.
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A cura di Federico Pucci
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Nel 2009, Giacomo Garavelloni e Giovanni Turco, due expat italiani a Berlino che rispondono al nome di Discodromo, danno inizio a un party queer e sex-positive che, dopo aver fatto il giro della capitale tedesca, diventa un’istituzione della cultura LGBTQ+ locale: quella serata si chiama Cocktail d’amore. Intervistati dal Guardian in occasione del decennale, i Discodromo parlarono della canzone messa in “chiusura di tante serate, il finale ideale per salutare la gente”: Ultraviolet del producer Lord Of The Isles. “La progressione di accordi del piano – aggiungono, descrivendo la traccia – dona sensazioni pacifiche e malinconiche […] l’equilibrio delicato delle armonie potrebbe far proseguire all’infinito la canzone”.

Nel 2021 Mahmood passa del tempo a Berlino, dopo l’incendio della sua casa milanese, ed entra in contatto con questa realtà. Non sappiamo se al termine di una serata gli sia mai capitato di ascoltare il dondolio di accordi di Ultraviolet. Ma il suo ultimo singolo, Cocktail d’amore, sembra proprio poter andare avanti senza fine alla stessa maniera, grazie a un semplice espediente musicale, e anche per questo che è difficile toglierselo dalla testa.

Di solito, le canzoni non hanno un sequel. La lista di seguiti dichiarati (come The Unforgiven dei Metallica) è piuttosto breve: semmai sono i fan a riempire lo spazio tra i puntini. Con Cocktail d’amore sembra che stia andando così: molti sui social l’hanno descritta come “la figlia” di Rapide. E non hanno tutti i torti. L’ambientazione è simile: tra club e letto. La storia e il mood, pure: una relazione che non gira nella direzione giusta, per colpa del (e nonostante il) sesso. I temi, anche: solitudine; incomprensione; autosabotaggio. E poi tornano le citazioni mitologiche, filtrate dagli anime: prima Ade, ora Pegaso. Ma una grande differenza c’è: in Rapide sentivamo il punto di vista di un carnefice con il cuore a pezzi; in Cocktail d’amore, è chi parla a sentirsi in qualche modo fregato, a dire “volevo… credevo…”.

Che le canzoni siano veramente collegate o no, poco importa: la riconoscibilità di una firma (lirica e melodica) è già di per sé un. Ma Mahmood non si ripete del tutto, ma soprattutto non ripete quello che gli sta intorno, il pop contemporaneo, perché Cocktail d’amore è una ballata atipica, spoglia ma piena di dettagli da osservare, semplice ma non banale, e che cerca di catturare in musica il più sfuggevole dei sentimenti.

L’accompagnamento iniziale (una slide guitar) è già di per sé inusuale. Quando poi la voce comincia a cantare, manca un beat di supporto – tanto da sembrare quasi fuori tempo, ma non lo è. L’ascoltatore riconosce il timbro e il sentimento dell’artista, ma per il resto è privo di punti di riferimento: è come se anche noi fossimo entrati in un club completamente buio.

Quando arrivano le tastiere, gravi e distorte, per accompagnare il primo ritornello, allora cominciamo a capire dove ci troviamo. Sentiamo due accordi che barcollano continuamente uno sopra l’altro: sono un Fa e un Do, legati tra loro da una delle relazioni più comuni nella musica occidentale – popolare e no – un rapporto che per convenzione facciamo funzionare, anche se l’intuito ci dice che manca qualcosa. Sentirli in successione ci lascia insoddisfatti, in cerca di risoluzione, di un posto sul quale posarci che non arriva mai. Anche le parole di Mahmood descrivono questo movimento infinito, verso il basso: senza “le ali di Pegaso” non può far altro che cadere, ma senza mai arrivare veramente a “toccare il fondo”, quel luogo al quale – e si chiede lui stesso perché nei primissimi versi – aspira sempre ad andare.

L’ascoltatore, insomma, viene invitato dentro la mente di Mahmood: felice solo quando è triste, e quindi destinato a vivere in una continua ambiguità. E la musica, forse, lo esprime anche meglio delle parole. “Anche se lo potrebbe sembrare, non parla di un amore giunto al termine – ha detto Mahmood a RDS – Racconto di un periodo della mia vita, ma è una storia che va avanti ancora. È questo il bello della canzone: non la sento ‘finita', la sento che ‘continua' e che è ancora presente nella mia vita”.

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Ecco perché la spiegazione cinetica da sola non basta. Non è tanto il precipizio, che interessa raccontare a Mahmood, a Dardust (che produce) e ai co-autori Bongi, Charlie Charles, Fugazza e Marcello Guava. È la natura complessa di questo sentimento, la confusione di dolore e piacere, l’insoddisfazione di una certa idea di intimità, la coesistenza di un lato tenero e un lato “motherfucker”. In questo l’artwork di Frederik Heyman – un Pegaso/dragone che si mangia la coda, sopra il quale è adagiato Mahmood tra simboli contraddittori di comfort domestico e sporcizia del club – rispecchia fedelmente lo spirito della canzone.

E infatti gli accordi principali non sono semplici come li ho presentati: hanno una particolare forma e composizione, che avvertiamo nelle note su cui insiste l’inciso del chorus (Mi e Si). Quel Fa e Do sono cosiddetti “di settima maggiore”, una specie di accordo che distilla purissima essenza di malinconia, l’ingrediente preferito da generazioni di jazzisti e cantautori in cerca di un lacrima. Non è chiaro quale sia la ragione esatta per cui l’orecchio ci sente dentro il senso di un desiderio non appagato: forse è la risoluzione mancata per un soffio; forse è perché, incastonato al suo interno, ci troviamo una triade minore. Fatto sta che quando un accordo di questo tipo compare in una canzone, lo avvertiamo subito, e ne sentiamo tutta la sospensione e confusione emotiva: è il ritornello di It’s Too Late di Carole King, è il “chissà che sarai” di Lucio Battisti (Con il nastro rosa).

Dondolando così, potenzialmente senza fine, e costruiti in questo modo, gli accordi di Cocktail d’amore rivendicano la complessità del sentimento: non è rom-com a lieto fine; non è tragedia sanguinosa; è elegia, una via di mezzo difficile da descrivere ma che tutti saprebbero identificare in un attimo. Riuscì a descriverla musicalmente nel 1888 il francese Erik Satie con la sua prima celeberrima Gymnopédie: all’inizio senti il medesimo precipizio di accordi di settima maggiore; è il suono di una tristezza divina, che trova pace nel dolore e sofferenza nel gaudio; è più che un’emozione, uno stato dell’essere costante e perpetuo, come il risuonare nelle orecchie di quelle note leggermente dissonanti, e che il compositore catturò in un modo tutt’altro che tradizionale per la sua epoca. In un autoritratto a penna Satie scrisse di sé: “Sono venuto al mondo molto giovane in un tempo molto vecchio”. Anche Mahmood, di tanto in tanto, sembra una simile eccezione del nostro pop: familiare alle orecchie di tutti, ma unico e inconfondibile. Per quello che sceglie di raccontarci e per come ce lo racconta: un enigma sentimentale ed esistenziale, senza facili soluzioni, che ci resta impresso a lungo e così rende fedeli i suoi ascoltatori. Perché somiglia soltanto a Mahmood. Fu così tre anni fa con Rapide, ed è così anche oggi. Sequel o no.

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Federico Pucci è un giornalista musicale. Ha collaborato con ANSA dal 2012 al 2019, occupandosi di spettacoli e cultura per la sede di Milano. Tra il 2020 e il 2023 ha diretto il magazine musicale online Louder, creando e producendo oltre 200 videointerviste e format originali. Nel 2019 ha scritto un libro sui sessant'anni di storia di Carosello Records. Ogni settimana pubblica una newsletter chiamata Pucci.
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