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Perché Cenere di Lazza è la canzone più ascoltata dell’anno

Cenere di Lazza è la canzone più ascoltata dell’anno sia su Spotify che su Apple Music: qui proviamo a spiegarvi perché è stata così amata.
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A cura di Federico Pucci
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Lazza (Ph Andrea Bianchera)
Lazza (Ph Andrea Bianchera)

Cenere di Lazza non ha vinto il Festival di Sanremo, ma i resoconti di fine anno pubblicati da Spotify e Apple Music questa settimana ci confermano che ha vinto un trofeo perfino più prestigioso: quello di canzone che ha definito il 2023, la più ascoltata dagli italiani su tutte le piattaforme o quasi. Capire come mai sia piaciuta così tanto quella che, sulla carta, si presentava come l’ennesima canzone d’amore rap ci obbliga a capire come i generi si siano contaminati tra loro e come gli artisti e i produttori più bravi siano riusciti ad approfittare di ciò per creare non pastiche informi, ma efficientissimi ibridi musicali: con gli espedienti del rap, del pop e dell’elettronica, in sintonia.

Nei primissimi secondi del brano, sentiamo una voce in inglese ripetere i versi “Heaven is a lie, just give me some truth”. Sotto la voce si muovono i quattro accordi di base della canzone: è il classico “giro” del pop, che introduce la struttura di fondo del brano all’orecchio, abituandolo agli sviluppi che verranno, e soprattutto alla presenza costante di questa voce estranea, chiaramente non appartenente a Lazza.

Sembrerebbe un campionamento (o sample): una traccia estrapolata da un’altra canzone e usata per arricchire il beat. Ce lo fanno pensare la lingua e la melodia stessa, che ricorda un qualche dimenticato brano soul, o un tragico blues. Anche il trattamento del suono, filtrato come se provenisse da una vecchia radio che fa risaltare i toni medi e caldi del cantato ci porta lontano: sembra un’incisione d’epoca, rimaneggiata nella formante (quelle frequenze che ci fanno distinguere, ad esempio, una vocale da un’altra) per evidenziare l’aspetto spettrale, lontano e irreale di quella voce, quasi fosse un minaccioso avvertimento. E invece Dardust, produttore nonché compositore del brano (con Lazza e Davide Petrella, che sono anche i due autori del testo), ci ha illuso con un falso d’artista. Come raccontato dallo stesso Dario Faini su TikTok e in un'estesa intervista a Esse Magazine, il segmento, interpretato dalla brava cantante milanese di radici venezuelane Arya Delgado, è stato scritto e registrato ad hoc.

Lo scopo di questo “falso” sample era sostituire una reference. Il brano dal quale Lazza aveva preso ispirazione da principio era Hands On The Wheel di ScHoolboy Q, che conteneva una voce reiterata: è un campione della voce della cantante Lissie, pescato nel mezzo della sua reinterpretazione di Pursuit of Happiness di Kid Cudi. Lavorando alla traccia in studio con Lazza e Petrella, Dardust ha usato lo stesso identico campione come base temporanea, sapendo di doverlo sostituire in un secondo momento. Nella composizione di colonne sonore un procedimento simile a questo è quello della temp track (traccia temporanea), cioè una traccia già edita che il regista sovrappone a una sua scena a mo’ di suggerimento (reference, per l’appunto) al compositore dello spartito originale. Non sempre queste sostituzioni riescono: c’è anzi chi accusa questa pratica per la scarsa memorabilità di tante attuali colonne sonore – ma si potrebbe dire lo stesso delle canzoni costruite con reference troppo ingombranti. Non è il caso di Cenere, che grazie alla melodia originale cantata da Arya suggerisce ulteriori somiglianze, probabilmente indesiderate: dalle forti voci soul che cantavano la house anni ‘90 ai campioni eterei usati tante volte da Moby (non è difficile trovare una somiglianza con la sua Find My Baby, per esempio).

Prima ancora di cominciare, insomma, la canzone ci stuzzica già con una serie di ricordi di musica da ballare. E del resto, l’altra reference di Lazza porta proprio alla tradizione house: si tratta della contaminazione che Drake ha adottato nell’album Honestly, Nevermind del 2022, testimonianza di un trend di revival house ed EDM di cui già parlammo analizzando Mon Amour di Annalisa. Il trend è arrivato con forza nel 2023 a Sanremo, con diversi brani che hanno portato sulle sponde del Teatro Ariston un’ondata ormai dominante nel mainstream italiano. E se c’è una legge assoluta dell’EDM è che al drop non si comanda. Per drop si intende il momento di una traccia in cui, dopo un crescendo che fa montare la tensione (l’aumento di “volume”, o per meglio dire dinamica, della base strumentale, o build-up), arriva un cambio netto e istantaneo del beat che accentua il ritmo, battuto rigorosamente sui quattro quarti.

Cenere fa uso di questo build-up non soltanto con la dinamica: se fai caso agli accordi da cui tutto è partito, e che ancora dettano legge quando sta per arrivare il ritornello (cioè il drop), noterai che “salgono” di continuo dal Re minore di partenza (che detta la tonalità del brano) fino ai successivi La minore > Si bemolle maggiore settima > Do maggiore. A sua volta, l’immancabile accompagnamento orchestrale sanremese sottolinea questo movimento all’insù, facendo glissare in alto gli archi nella seconda strofa. L’immagine più adatta per descrivere il giro è un precipizio: nella loro circolarità, i quattro accordi disegnano una salita graduale che si chiude in uno strapiombo, partendo dal punto più lontano del Re fino al punto più vicino, e poi ritrovandosi giù al Re, ma dal capo opposto. Suggerendo una direzione al crescendo così palese, e offrendo al tempo stesso un punto preciso per il drop, non stupisce che simili progressioni siano state usate in lungo e in largo nella dance, dai Daft Punk (Too Long) ad Avicii (Shame on Me; Lonely Together). Sentire beat costruiti così è come vedere una storia che si racconta da sola: la storia di un drop.

Immagina il supplizio di Sisifo (tonalità minore), costretto a far rotolare un enorme masso (la melodia) sulla parete scoscesa di un monte (i tre accordi adiacenti), solo per vederlo rotolare giù dall’altra parte (la tonica), e dover ripartire da capo. Ecco, la musica di Cenere si muove così. Ma anche le parole descrivono questo percorso frustrante. Lazza non descrive soltanto il tradizionale dramma d’amore sanremese, che di iperboli non è mai stato avaro: è la musica a dare ragione al pathos della sua interpretazione e al tono categorico delle sue parole. Perché, mentre il beat ci porta un girone dopo l’altro a visitare questa oscura tonalità, facendoci avvertire il peso crescente di questo macigno, allo stesso modo Lazza aumenta la posta in gioco in un intreccio di amore e dolore. E come la base sembra fermarsi quando la tensione è troppo forte (con quattro colpi di basso sulle note dell’accordo, come un cuore barcollante), così la voce irrompe nel silenzio e chiede di scomparire (“aiutami a sparire come cenere”) come se l’unica soluzione al supplizio fosse un taglio netto e finale.

Certo, i “problemi di cuore” sono inflazionati a Sanremo, ma il modo in cui parole e musica di Cenere rendono credibile il pathos di Lazza, mostrandoci i suoi “inferni”, pare appropriato. Ogni canzone cattura l’ascoltatore grazie all’equilibrio fra tensione e rilascio, e anche se il testo non ci offre una soluzione al dramma, la musica lo fa: un tempo un cantante melodico avrebbe usato un grande acuto per dare un senso di liberazione e catarsi alle sofferenze sentimentali; Lazza nel 2023 usa un drop, ma l’effetto è lo stesso. Anzi, più efficace.

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