Sono molte le domande nel giorno della morte di Franco Battiato che vengono poste in relazione alla sua spiritualità, a quale fosse la sua religione. Non dovesse bastare una intera discografia che è lì a testimoniarlo, Franco Battiato credeva in un eterno, in un divino, in un altro da sé. Da grande studioso ha attraversato tutte le fasi e non ha lasciato nulla alla suggestione. Ha sempre approfondito prima di esprimersi nella forma canzone o in una dichiarazione.

Nel 1979, avvicinandosi alla cultura orientale, inizia un percorso di avvicinamento al sufismo. Si iscriverà all’Istituto per il Medio ed Estremo Oriente e studierà la lingua araba. I principi del sufismo torneranno più avanti nelle sue canzoni e li ha sempre preferiti a quelli integralisti. Dalla violenza, Franco Battiato si è sempre guardato bene ed è anche per questo motivo che nella fase centrale della sua carriera se ne allontanerà.

Il periodo mistico vero e proprio, infatti, arriva a cavallo tra gli anni ’80 e gli anni ’90. Nell’album “Fisiognomica” mette in serie la title track, “E ti vengo a cercare” e “Un oceano di silenzio”. Battiato cerca la vita dopo la morte e cerca se stesso. Questo cercare è, a parere di chi scrive, corretto considerare come un continuo approfondire piuttosto che come una conversione in senso stretto. Sebbene è lui stesso, in alcune canzoni, ad avvicinarsi allo stile dei Salmi religiosi: “Ma se ti senti male/rivolgiti al Signore/credimi siamo niente/dei miseri ruscelli/senza fonte”.

La fase successiva ai primi anni '90 è la più importante. L’incontro con Manlio Sgalambro è fondamentale. In Breve invito a rinviare il suicidio, incluso ne “L’ombrello e la macchina da scrivere”, il cantautore e il filosofo promuovono la vita con una provocazione sublime, che muove le basi dal pessimismo di Arthur Schopenhauer il quale considerava il togliersi la vita come un’azione da stolti. Ecco allora che il brano ci ricorda che “va bene, hai ragione, se ti vuoi ammazzare. Vivere è un’offesa che desta indignazione”. Però: "rimanda, è solo un breve invito, rinvialo”. Perché la vita stessa non è tanto importante da meritare un gesto così estremo: “Questa parvenza di vita ha reso antiquato il suicidio. Questa parvenza di vita, signore, non lo merita… solo una migliore”.

Il brano sottolinea l’importanza di una continua cura di se stessi. Un concetto che anticipa quello che è il tema del più grande successo del Maestro, sicuramente il più noto della seconda parte della sua carriera. Appunto, “La cura” del 1996, in cui si promuove il concetto dell’attenzione verso gli altri e quindi verso se stessi come un gesto che tende verso il divino, verso l’assoluto eterno. Franco Battiato in Testamento (Apriti sesamo, 2012) ci ricorda infine che Cristo nei vangeli (quelli apocrifi, scritti da Tommaso) parlava apertamente di reincarnazione: “Se scoprite il principio non preoccupatevi della fine, perché la fine è il principio. Beato colui che era prima di venire al mondo”. 

È impossibile mettere sotto un unico cappello religioso la personalità eclettica di Franco Battiato, proprio al pari di quanto lo sia musicalmente. All’Osservatore Romano dichiarò: “Non sono cattolico, ma non sono buddista e neppure induista. […] Le religioni non sono in competizione tra loro. Ho una mia spiritualità, una mia ricerca dell’ascesi. Sono un uomo religioso e basta”. E proprio a proposito dell’Islam preciserà: “Se una religione è violenta, capisco che c’è qualcosa che non va. Ad esempio preferisco l’Islami dei mistici sufi all’integralismo”. Franco Battiato credeva nell'idea mistica della Via Lattea, lì dove le anime vanno a raccogliersi dopo la morte nell'attesa di nascere ancora a nuova vita. "Alla fine del viaggio non conteranno le nostre opere, ma quanto e se abbiamo amato". Ecco perché Franco Battiato è impossibile da incasellare nel dogma rigido di un'unica religione. È Franco Battiato stesso una specie di religione.