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Tananai: “Per non essere costretto a fare sempre hit ho scritto un album pop”

Il nuovo album di Tananai si chiama “Rave, eclissi” e ne ha parlato a Fanpage.it.
A cura di Francesco Raiola
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Tananai (Mattia Guolo)
Tananai (Mattia Guolo)

Dopo un anno vissuto a mille, soprattutto grazie all'aver sfruttato al massimo l'ultimo posto al festival di Sanremo ed essere stato uno dei tre cantanti della canzone dell'estate, Tananai ha pubblicato un album "Rave, eclissi". Una delle cose che lo caratterizza, quando lo incontri, è questo suo continuo minimizzare le cose che fa, appena si prende qualche merito, subito lo ridimensiona. Ma soprattutto non è uno di quelli che ha sempre tutte le risposte pronte, anche se gli chiedi di cose che ha scritto lui. Perché a volte capita che butti giù quello che senti, prima di ciò che pensi e così sono nate le canzoni di questo lavoro, che mostrano le varie facce del cantautore e produttore. Abituati a immaginarlo come un artista cazzeggione, Alberto Cotta Ramusino – che dal 5 maggio sarà in tour nei club a Napoli, Roma, Firenze, Padova, Milano – è più timido e riflessivo di quello che può sembrare a un approccio più superficiale. Nell'intervista vuole dire e non dire, parla di marxismo ma non si espone ("Ne discutiamo davanti a una birra" svicola), cita Dostojevski ma lo fa di sfuggito, quasi rimangiandosi le parole. Eppure, che piaccia o meno, è riuscito a costruire un suono riconoscibile a tanti, un Tananai-pop che va da Abissale a Baby Goddamn e Pasta, senza perdere mai l'identità.

Quando è uscito Abissale tutti erano un po' sorpresi da questo tuo lato romantico, eppure è un lato che ti appartiene, no?

È vero, c'è sempre stato quel lato, anzi storicamente quello che ho fatto come Tananai va verso quella cosa lì, quindi è più una novità quello che ho fatto l'estate scorsa e a Sanremo. Forse la gente non è interessata e non va ad ascoltarsi quello che ho fatto prima, ma ci sta.

Forse è più Sanremo ad averti incasellato, l'idea che si è formata è quella di un Tananai casinaro…

In effetti da quel punto di vista Abissale ha già scatenato curiosità e anche io mi sono detto che era strano, però ne sono contento. Per quello che è il mio modo d'essere e la mia comunicazione, sono veramente un casinaro, quindi nel momento in cui associ le prime canzoni a questo modo d'essere diventa un pacchetto completo. Visto che non riesco a essere davvero serio fino in fondo, forse per insicurezza – mi nascondo sempre sotto questa maschera dell'ironia – resta questa immagine.

Ma l'album si intitola "Rave, eclissi" anche per sottolineare due anime, no?

Sì, anche perché venendo dalla produzione e avendo frequentato gli ambienti del clubbing, per forza di cose la musica e il piglio che hai è quello di festa, lasciare i pensieri troppo articolati alle spalle e focalizzarsi sull'attimo, e questa cosa ho cercato di riportarla anche nelle canzoni, mentre prima lo facevo esclusivamente come produttore.

Quanto è cambiata l'idea che avevi dell'album, dopo il successo di Sanremo?

L'idea che è cambiata da prima di Sanremo è proprio l'idea di fare un album. Prima non mi facevo domande al riguardo, anzi sarei anche andato avanti con singoli. Sai, finché facevo uscire musica non mi interessava del resto. Questa cosa dell'album è diventata una necessità discografica, anche se è partita in primis da una necessità personale: volevo presentarmi al meglio e spiegare cosa sono io, e dentro ci sono tutte queste sfaccettature.

E quali sono stati, quindi, i primi pezzi pensati per entrare nell'album?

Non ci ho pensato. Ci sono sinceramente dei brani per cui nel momento in cui li ho fatti, ed era stata già concepita l'idea dell'album in sé, ho detto "Ok questo lo mettiamo nell'album". Credo che sia bella anche questa cosa del non fare sempre, per forza, dei pezzi pensati come singoli. In questo senso, la cosa bella dell'album è poter fare musica come mi è sempre piaciuto fare e come ho fatto per un bel po' di tempo, senza fregarmene troppo di quelli che sono i canoni che accompagnano un singolo.

Ovvero?

Che deve funzionare, deve essere una hit, invece fare un album ti permette di fare un viaggio, poi che escano tutte hit o tutti filler è un altro discorso, però l'approccio cambia, sicuramente. A pensarci bene, forse l'unico brano che è nato come per l'album è "Rave, Eclissi" che, nella sua prima bozza, era stata creata un paio di anni fa, ma non l'avevo mai sviluppato perché mi dissi che sarebbe stata la title track di un mio album, poi me ne sono dimenticato e alla fine mi ha anche salvato dallo sbattimento per il titolo.

Quando hai capito che la musica poteva essere anche qualcosa di divertente e non per forza pesante e complessa?

La mia salvezza è stata la scrittura: da produttore mi facevo un sacco di seghe, perché dovevo stupire e le possibilità erano illimitate. Ovviamente anche la parola e l'utilizzo della voce hanno tantissime possibilità ma per mia ignoranza e perché non avrei mai pensato di fare il cantante, avevo dei paletti, come per il lessico o l'articolazione vocale, dati dai miei limiti, eppure all'interno di quel perimetro andavo di getto e mi piaceva tantissimo perché era il contrario di come mi approcciavo alla produzione. Oggi sono molto più istintivo rispetto a prima anche nella produzione, benché continui a esserci una cura maniacale. Mi sono trovato molto bene nel pop per quello, perché vedevo che coincideva con cose che, nella loro semplicità, mi venivano in testa, mi piace come scrivo e come canto, in questo momento sono contento di non essere un grande tenore o un filosofo.

Però su questa cosa del lessico ho l'impressione che giochi un po' al ribasso. 

No, no, non fingo. Mi piace informarmi, capire cosa mi piace o non mi piace, per poi rubare, anche perché una cosa che mi affascina del pop è poter arrivare a tante persone, non tanto per una questione di fama o soldi, ma per il fatto che raggiungere il maggior numero di persone ti permette di conoscerne un numero enorme e da lì prendi tantissimo. Io cerco di rubare dal cervello di tutti perché mi affascinano le persone.

Arrivare a tante persone ha cambiato il tuo modo di produrre e scrivere?

Sicuramente sì, anche se non so dirti in che modo, per forza di cose lo avrà fatto. È impossibile pensare che se hai a che fare con così tante persone non possa esserne influenzato.

Per quanto riguarda la scelta di tenere anche canzoni uscite un po' di tempo fa?

L'ho fatto perché rappresentano questo mio periodo, nell'album c'è anche "Maleducazione" perché è la canzone con cui ho aperto tutto questo tour, è una canzone che mi rappresenta e segna una cesura rispetto al Tananai precedente. Lì ero in un periodo confuso, le cose non giravano bene, c'è una sorta di invettiva contro la mia casa discografica, quando in realtà loro non mi avevano fatto niente, semplicemente dovevo trovare un capro espiatorio su cui gettare un po' di frustrazione. Da quel momento, però, ho svoltato in positivo, ho gettato tutta la mia rabbia e ho cominciato a ricostruire invece di distruggere solo.

In una canzone non presente nell'album cantavi "Se potessi scrivere un po' meglio di come faccio, probabilmente sarei Calcutta". Adesso chi saresti?

Calcutta.

Cosa hai imparato dal periodo in cui eri esclusivamente produttore?

Ho imparato molto, sono molto contento di come produco, mi piace molto quello che faccio e penso che le mie cose abbiano il mio sound che sono riuscito a trovare non perché sono un genio, ma perché ho fatto tantissimi errori e non sapendo come fare le cose in maniera giusta facevo degli errori che mi hanno portato a sviluppare quel suono in quella maniera.

Ovvero?

Quando ero piccolo sentivo dei suoni nelle produzioni poi provavo a fare un basso come alcuni miei produttori di riferimento e non ci riuscivo. Nel tentativo, però, facevo cose sbagliate che mi risultavano nuove e che pensavo fossero belle e anche così ho costruito il mio suono.

Come mai Ariete è l'unico feat dell'album?

Ci siamo visti in più occasioni, l'ho conosciuta approfonditamente, credo che un legame umano sia molto importante quando vuoi lavorare con qualcuno. Mi piace molto la musica che fa e la cultura che rappresenta, la trovo sincera, vera, è una ragazza che spacca, in più avevo bisogno della sua voce a fianco al mio vocione. Sono sempre stato un suo fan: era un brano in cui sentivo proprio il bisogno di avere lei, sentivo che poteva dare qualcosa. Avevamo tentato di fare cose in precedenza – veramente, però -, ma non ci eravamo mai riusciti, finché siamo riusciti a beccarci.

Visto che la popolarità è arrivata in maniera molto rocambolesca, pensi mai che possa finire in maniera altrettanto veloce? 

Ho cominciato a pensarlo il giorno dopo che mi ha fermato la prima persona per strada, è uno stimolo in più a scrivere. Ti rendi conto di quanto sia vaporosa la fama soprattutto in questo periodo, oggi ci sei e domani non lo sai, quindi più che uno stimolo a dare tutto penso che sia uno stimolo per essere davvero sinceri al 100%, perché se sei sempre vero con la tua musica, con ciò che sei, se sei riconosciuto bene, ma se non sei più riconosciuto non puoi prendertela con nessuno. Mi dispiacerebbe ma fino a un certo punto se la gente non mi pensasse più, però potrei dire di essere sempre stato me stesso e di essere sempre stato vero.

E quanto ti ha sconvolto, invece, questa fama?

Mi ha sconvolto un po', come ti sconvolge una nuova scoperta, in generale.

Però questa cosa ti porta contemporaneamente hating e amore enorme, al punto che non sai mai cos'è di te che colpisce quel fan…

Sticazzi, ho fatto pace da piccolo con l'idea che non si può e non si deve piacere a tutti anche se non nego che all'inizio è stato difficile: una volta c'erano stati un paio di giorni in cui c'era stata una fiammata di hating nei miei confronti e stavo avendo un attacco di panico, chiedendomi perché ce l'avessero con me. È stato il primo momento in cui mi sono distaccato da quel mondo, sono stato male e non ci ho dormito la notte, poi pian piano ci ho fatto più pace. La fama ti porta a voler essere onnipresente, invece io mi sono reso conto che bisogna lasciar andare le proprie cose, perché seguono il loro corso, non ha senso cercare di controllare tutto, quello che puoi fare è tenerci davvero alla tua salute mentale.

Tananai (foto Mattia Guolo)
Tananai (foto Mattia Guolo)

(Ascoltiamo "Quelli come noi")

Chi sono quelli come noi?

Sono quelli che non hanno capito chi sono ed è quello che cerco di dire nel brano, tipo "Ti chiedo scusa ma non chiedo scusa", "Ti vedo confuso ma io sono più confuso di te". Quelli come noi sono quelli che hanno voglia di fare, di avere in senso negativo, ma non voglio aprire il capitolo sul marxismo…

Ma apriamolo. 

No, no. Dicevo che c'è confusione tra avere e volere essere, secondo me quelli come noi sono le persone alla ricerca di qualsiasi cosa, che sia una cosa, una persona o non avere una cosa o una persona. Infatti io comincio dicendo: "Sarebbe un sogno vivere in campagna, con la mia tipa oppure con mia mamma", allontanandomi da tutto ed essere coccolato ma al contempo sono anche uno che ha bisogno di far l'amore in un vicolo, di trasgredire e farmi prendere dalla passione del momento.

Riesci a goderti il momento oppure ottieni e ti stanchi?

Penso di non saperlo, perché questa vita è frenetica. Non ho mai avuto un momento di raccoglimento con me stesso per dirmi: che cosa ho fatto? Che cosa ho ottenuto? Che cosa non voglio? Chi è Alberto adesso? Vivo giorno per giorno, quindi non so del tutto rispondere a questa domanda.

Quindi per adesso ti godi il momento…

Godermi è un parolone, diciamo che mi vivo quello che arriva.

(ascoltiamo Piccola Gabber)

Qui ti diverti con le punchline…

C'è stato un cambiamento nella mia vita, lo definisco una maturazione dal punto di vista della scrittura, una maturazione anche nell'involuzione perché punchline come "Porta le tue amiche dillo anche alle amiche delle amiche" in Baby Goddamn sono a livello cavernicolo, quindi c'è un'involuzione dal punto di vista del contenuto…

Però una punchline è una punchline.

Vero, ma dillo a Marracash che nelle punchline ci infila un mondo. Con i miei amici avevamo iniziato a fare questo gioco per cui andavamo in giro e avevamo un campionatore, stavamo zitti e tiravamo punchline a caso in qualsiasi contesto e quella cosa mi ha sbloccato un chakra della scrittura. Hai presente quando canto "Piccola, sei una cleptomane. Mi rubi lacrime" e poi mi metto a ridere? Ecco, ridevo veramente, il pezzo è stato fatto in una take e poi me la sono tenuta.

(ascoltiamo Gli anni migliori)

Me ne parli?

Penso che sia uno dei testi più tristi che ho scritto, completamente disilluso, nasce puramente da quello che vedevo in alcune figure che criticavano noi giovani. Il testo parla di un ragazzo a 24 anni che di base si è sempre sentito dire che la nostra generazione era fortunata, che non pensava a niente ma non è così, infatti dico "Pensa a me che non ho mai pensato a nessuno, potete andare tutti affanculo" come a dire che siamo tutti egoisti, che era quello che mi sentivo dire. Alla fine dico "pensa a me che ho perso gli anni migliori per la paura di andare fuori e io volevo solo stare dentro te". Non è una critica alla gestione della pandemia, ma a quello che è l'immaginario dei ragazzi di oggi, secondo una certa fascia di grandi.

(ascoltiamo Rave, Eclissi)

Nasce come ninna nanna?

Esattamente, anzi ti dico che la reference della canzone è Gli Aristogatti, l'ho visto, è tutto così semplice, mi aveva affascinato.

Ci sono altre easter eggs nell'album?

Hai voglia! Tutto quello che faccio è rubacchiare.

Sei un raver?

Sì, lo sono stato, dove si poteva ballare andavo.

Spiega a chi non lo sa cos'è un rave?

È un luogo di aggregazione in cui delle persone si ritrovano senza sottostare a una struttura brandizzata – come può essere un festival – per il puro piacere di ballare, del muro di casse. Il rave è iconoclasta, non è iconografico, perché non c'è quella figura da idolatrare che è il dj a cui tutti sono rivolte, ma c'è un muro di casse, appunto, non una persona ma solo la musica. Come concetto è questo.

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