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Soviet Soviet: ombre, ghiaccio, fuoco

Ancora un gruppo italiano che suona musica nient’affatto italiana e che ha in qualche modo trovato la sua America. A cinque anni dalla nascita, i tre pesaresi sembrano pronti a uscire seriamente allo scoperto.
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A cura di Federico Guglielmi
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La Torre di Babele

Grossomodo un quarto di secolo dopo i CCCP-Fedeli alla linea di Giovanni Lindo Ferretti e Massimo Zamboni, un’altra band italiana si è battezzata con un nome evocativo della vecchia URSS, il gigante euroasiatico che per alcuni decenni ha conteso agli USA la leadership del pianeta, ma è inutile cercare nella proposta dei Soviet Soviet proclami filopolitici o esplicite provocazioni socio-culturali. Il trio costituito da Alessandro Costantini (chitarra), Andrea Giometti (basso e voce) e Alessandro Ferri (batteria) si riallaccia infatti al classico post-punk britannico della prima metà degli anni ‘80 e, ribadendo ulteriormente la propria internazionalità, si è legato a un’etichetta di New York, la Felte Records. Con questo marchio, il prossimo 11 novembre, sarà pubblicato “Fate”, album che segue l’EP “Summer, Jesus” di due anni fa e altre uscite minori/artigianali che hanno suscitato curiosità e raccolto consensi non solo nel circuito underground autoctono ma anche all’estero: non a caso il gruppo ha potuto suonare piuttosto spesso fuori dai nostri confini, spingendosi persino in luoghi non proprio usuali come l’Europa dell’Est e il Messico.

Dopo un lustro di training, seppur di alto livello, per i ragazzi è ora giunto il momento di spingere sull’acceleratore, provando a conquistare un autentico posto al sole: “sole” in senso figurato, naturalmente, perché la musica dei Soviet Soviet preferisce eludere la luce e immergersi nelle atmosfere cupe, solenni, epiche e più o meno sottilmente inquietanti inventate illo tempore da compagini giustamente storiche quali Bauhaus (il riferimento forse più evidente), Cure, Joy Division o Sisters Of Mercy. Edificati su ritmi ossessivi e metronomici, chitarre ora ruvide e ora aggraziate e voce enfatica la cui glacialità sa stemperarsi in non meno suggestive, perverse dolcezze, i quasi trentacinque minuti di “Fate” – “Destino”: un titolo a dir poco imponente – hanno ciò che occorre per colpire i cultori di quello che qui da noi è di norma definito “dark”: forza d’impatto fisico ed emotivo, melodie persuasive, songwriting che non si fa problemi ad attingere a piene mani nel vasto serbatoio delle radici del genere ma che al contempo miscela il tutto con perizia e gusto, riuscendo addirittura a soffocare l’impressione del ricalco sfacciato dei vari maestri. Inoltre, va sottolineato, i dieci brani vantano qualità ed efficacia non comuni, rafforzando la convinzione di avere a che fare con artisti dotati di qualcosa di più di semplici capacità emulative. Un po’ come si è detto settimane fa degli His Electro Blue Voice, affini (almeno in parte) nelle influenze e nel percorso professionale, compreso l’approdo discografico oltreoceano.

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D’accordo, taluni potrebbero avanzare delle riserve e tirare in ballo la solita questione del revival, osservando per di più che si tratterebbe di un “revival del revival” dato che il post-punk di trent’anni fa è stato già ampiamente recuperato e riadattato all’alba dei Duemila (per limitarsi a un unico esempio, dice nulla il nome Interpol?). La verità, però, è che determinati stili, proprio come r’n’r, blues, garage o psichedelia, sono ormai qualificabili come “classici”, e non ha dunque senso trattarli alla stregua di fenomeni passeggeri da riscoprire periodicamente. Dei Soviet Soviet, oltre la bontà delle canzoni e del suono, piacciono la genuina passione e l’apparente assenza di quella seriosità che se da un lato conferiva ai progenitori degli ‘80, per dirla con Battiato, un’aura di “carisma e sintomatico mistero”, dall’altro legittimava accuse di snobismo se non di artificio. Si fossero ritenuti austeri sacerdoti del “gothic”, i nostri giovani marchigiani non si sarebbero mai cimentati, accantonando per giunta l’amato inglese, con la cover de “Il grande incubo” degli 883, trasfigurata per l’album-tributo “Con due deca”. Tanto di cappello per il coraggio e l’autoironia, e sinceri auguri di arrivare lontano.

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Federico Guglielmi si occupa professionalmente di rock (e dintorni) dal 1979, con una particolare attenzione alla musica italiana. In curriculum, fra le altre cose, articoli per alcune decine di riviste specializzate e non, la conduzione di molti programmi radiofonici delle varie reti RAI e più di una ventina di libri, fra i quali le biografie ufficiali di Litfiba e Carmen Consoli. È stato fondatore e direttore del mensile "Velvet" e del trimestrale "Mucchio Extra", nonché caposervizio musica del "Mucchio Selvaggio". Attualmente coordina la sezione musica di AudioReview, scrive per "Blow Up" e "Classic Rock", lavora come autore/conduttore a Radio Rai e ha un blog su Wordpress, L’ultima Thule.
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