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24 Marzo 2017
12:36

I 50 anni del “mondo d’amore” di Gianni Morandi

Mezzo secolo fa l’Italia sancì il successo di una canzone di grande delicatezza, profonda a dispetto della semplicità (e delle inevitabili ingenuità) del linguaggio. Ci fa piacere festeggiarne il compleanno.
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Gianni Morandi sulla copertina del singolo "Un mondo d’amore" (dettaglio)
Gianni Morandi sulla copertina del singolo "Un mondo d’amore" (dettaglio)
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La Torre di Babele

Ci sono canzoni in grado di fotografare un’epoca. Non conta che la loro qualità artistica sia eccelsa, eh: l’importante è soprattutto che testi e musiche rispecchino lo Zeitgeist, lo spirito del tempo, e se poi sono belle, e magari famose o famosissime, meglio. Di brani iconici ne esistono parecchi pure qui nel Belpaese, e a ben vedere molti di essi vantano tutti e tre i requisiti. Ad esempio, “Un mondo d’amore” di Gianni Morandi, uscito su 45 giri nel primo scorcio di 1967 e salito in breve nelle zone calde della classifica; tra le due fonti più autorevoli, ovvero “Musica e Dischi” e “Hit Parade Italia”, si rilevano minime differenze, ma entrambe concordano sul fatto che il singolo raggiunse la vetta in aprile scalzando “Cuore matto” di Little Tony, rimanendovi per quattro settimane e lasciando quindi il posto a “29 settembre” dell’Equipe 84. Sono invece diciassette (secondo “Musica e Dischi”) o diciotto (secondo “Hit Parade Italia”) le settimane di presenza nei Top10, e considerato quanto in quel periodo le vendite dei dischi fossero elevate, si può tranquillamente ipotizzare vendite in centinaia di migliaia di copie. Non c’è davvero da stupirsi, per le sue fortune: nel nostro 1967, quando l’euforia per il boom economico era ancora viva e (quasi) nessuno sospettava l’imminenza delle contestazioni del ’68 (e meno che mai gli “anni di piombo” da venire), un pezzo che esaltava la verde età e invitava a rispettarne speranze e valori era l’ideale per la grande platea, specie se giocato tra gioia e malinconia, oltre che celebrativo sia dell’amore “universale”, sia di quello di coppia. Non a caso venne usata come sigla di un programma TV (della RAI: le emittenti private non c’erano) intitolato “Giovani”.

Ignoro se Franco Migliacci, che per Gianni Morandi (e tanti altri) ha firmato le parole di un enorme numero di successi, avesse frequentato la San Francisco della metà dei Sixties, assaporando le atmosfere che proprio nel 1967 si sarebbero sublimate nella celebre “Estate dell’Amore”; di sicuro non era a digiuno di faccende rock, avendo scritto (assieme a Marco Lusini) il testo di “C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones”, arrivata alla gloria nella lettura del Gianni nazionale. Comunque, “Un mondo d’amore”, efficacemente messa in musica dalla coppia Bruno Zambrini/Sante Romitelli ed eseguita da Ruggero Cini e il suo complesso, si potrebbe scambiare per l’adattamento in chiave tricolore di un brano folk-rock americano, e che Joan Baez l’abbia voluta proporre – in italiano,  nello stesso 45 giri del 1970 con sull’altro lato la cover della suddetta “C’era un ragazzo…”, – e continui a proporla ogni volta che si esibisce da noi, ne è implicita conferma. Un perfetto inno, insomma, per quel “pace e amore” che, alimentato della crescente indignazione per gli eccidi nel Vietnam, era lo slogan più gettonato dai ragazzi del ‘67. Curioso e beffardo che, mentre “Un mondo d’amore” spadroneggiava alla radio e nei jukebox, il da poco ventiduenne Morandi fosse pressoché segregato in caserma a svolgere il servizio militare, allora obbligatorio; gli toccò servire la Patria per quindici mesi e per i primi sei non vide l’ombra di una licenza, perché il Ministero ci teneva a dimostrare che la popolarità non era garanzia di trattamenti di favore. Il Gianni, prima vicino Imperia e poi a Pavia, la prese con il sorriso sulle labbra.

Difficile dire se l’affermazione di “Un mondo d’amore” sia dipesa dal consenso concesso a prescindere all’interprete (un idolo, fra l’altro, per quello che era denominato “il gentil sesso”), dalle musiche aggraziate (ma accattivanti, benché poco “spinte”), o dagli slanci poetici di Migliacci; probabilmente un felice concorso di cause. A proposito degli ultimi, c’è da evidenziare l’assenza di un tipico ritornello e la struttura di due strofe, una sull’amore in senso lato – per l’umanità e nello specifico per i ragazzi che ne sono il futuro – e una sul sentimento “a due”. Nella seconda parte di ambedue vengono inoltre esposti quattro “comandamenti” speculari, all’insegna di un respiro in apparenza religioso: nel grande prato (verde, ovvio) dell’amore, dove “nascono speranze che si chiamano ragazzi”, bisogna seguire delle regole, ovvero

Uno non tradirli mai, han fede in te
/ Due non li deludere, credono in te
/ Tre non farli piangere, vivono in te
/ Quattro non li abbandonare, ti mancheranno”.

Legittimo pensare a un dio, ma dal verso successivo si comprende come le esortazioni siano in realtà rivolte agli adulti, quelli che impongono la loro visione delle cose:

“Quando avrai le mani stanche tutto lascerai /
per le cose belle ti ringrazieranno
/ soffriranno per gli errori tuoi”.

È la prima metà il segmento più significativo della canzone, ben più della seconda nella quale il focus si sposta sulle consuete, stantie questioni relazionali tra un “lui” e una “lei”:

E tu ragazzo non lo sai
/ ma nei tuoi occhi c’è già lei /
ti chiederà l’amore ma
/ l’amore ha i suoi comandamenti /

Uno non tradirla mai, ha fede in te /
Due non la deludere, lei crede in te
/ Tre non farla piangere, vive per te /
Quattro non l’abbandonare, ti mancherà /
E la sera cercherà tra le braccia tue
/ tutte le promesse tutte le speranze /
per un mondo d’amore”.

Cinquant’anni esatti di orrori hanno soffocato ogni fiducia e reso dannatamente arduo credere che quel “mondo d’amore” potrà mai divenire realtà, ma (ri)ascoltando Gianni Morandi intonare quelle parole, con un trasporto senza dubbio sincero, non ci si meraviglia che molti, illo tempore, ci siano abbandonati all’illusione.

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Federico Guglielmi si occupa professionalmente di rock (e dintorni) dal 1979, con una particolare attenzione alla musica italiana. In curriculum, fra le altre cose, articoli per alcune decine di riviste specializzate e non, la conduzione di molti programmi radiofonici delle varie reti RAI e più di una ventina di libri, fra i quali le biografie ufficiali di Litfiba e Carmen Consoli. È stato fondatore e direttore del mensile "Velvet" e del trimestrale "Mucchio Extra", nonché caposervizio musica del "Mucchio Selvaggio". Attualmente coordina la sezione musica di AudioReview, scrive per "Blow Up" e "Classic Rock", lavora come autore/conduttore a Radio Rai e ha un blog su Wordpress, L’ultima Thule.
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