Red Canzian è distrutto per la morte dell'amico Stefano D'Orazio, così come tutti gli altri membri dei Pooh. Una notizia che li ha toccati nel profondo e che, proprio per questo, gli ha reso difficile la possibilità di parlarne. A un giorno dalla sua dipartita, lo fa Canzian con Il Corriere della sera: "Non si è mai preparati alla morte di un amico. Io Roby e Dodi stiamo piangendo come ragazzini. Per noi è un pezzo di vita che se ne va. E poi non poterlo vedere, non sapere cosa fare. Un male terribile e bastardo che ti nega anche l’ultimo saluto" dice, per poi precisare le cause della morte per evidenziare come il coronavirus si sia fatto spazio in un quadro clinico già in parte compromesso: "Soffriva di piccole infiammazioni e lo curavano col cortisone (come aveva precisato anche la moglie di D'Orazio, ndr). E il Covid-19 ha trovato terreno fertile… infatti è sopraggiunta una polmonite, febbre alta, dialisi per insufficienza renale. Alle 22 di venerdì la notizia: Stefano era morto dopo una settimana di alti e bassi. Da 36 ore non facciamo altro che piangere".

Morire soli in terapia intensiva

Canzian sa bene cosa significa essere intubato e aspettare che si decida il proprio destino attaccato a una macchina e lo spiega ricordando la sua esperienza, quando un anno fa è stato operato al cuore e al suo risveglio, a parte la sua famiglia, trovò proprio Stefano D'Orazio al suo fianco:

C’è solo una cosa più crudele della morte: morire in terapia intensiva. Sei nudo con un solo lenzuolo e un freddo terribile. Hai sete e non ti danno da bere. Poi il tempo non passa mai. Credi di aver dormito delle ore e invece sono passati solo 5 minuti. L’ho provata quando qualche anno fa mi hanno operato al cuore. Al risveglio, oltre a mia moglie e ai miei figli, ho visto al mio fianco Stefano che mi sorrideva dietro la mascherina. La sua sola presenza mi ha rassicurato. Io non ho potuto ricambiare la cortesia.

Visse i Pooh come un luna park

Il ricordo che va alla persona che Stefano D'Orazio è stata lascia profonda amarezza in chi lo legge e nei fan dei Pooh, che hanno scritto la storia della musica leggera italiana non solo con i loro successi ma anche con la loro profonda amicizia: "Era una persona precisa, trasparente sensibile. Il contrario dello stereotipo sui romani, era preciso, puntuale. La macchina organizzativa dei Pooh era opera sua. Non c’era limite alla sua creatività: i palchi enormi, i fumi, i laser, i Tir carichi di apparecchiature. Era un piacere lavorare con lui. Il suo motto era “divertirsi” costi quel che costi. A volte gli allestimenti costavano più di quel che i concerti incassavano. Ma in questo luna park i Pooh si scatenavano e generavano entusiasmo".