1 Aprile 2022
16:08

La rabbia e la conquista, la salita senza scorciatoie di Luchè: la guida a Dove volano le aquile

Dopo tre anni di attesa, il ritorno di Luca Imprudente, in arte Luché. La guida al suo nuovo album “Dove volano le aquile”.
A cura di Vincenzo Nasto
Luchè 2022, foto di Gaetano De Angelis
Luchè 2022, foto di Gaetano De Angelis

Essere di nuovo qui, a tre anni da "Potere", con un ritorno violento, stigmatizzato dai contrasti con la sua precedente etichetta. Nel frattempo, la vita si prende due anni di pandemia, e la solitudine e il rancore si fanno spazio, di nuovo, sinuosi sotto la pelle. Il suono è rinnovato, una cifra artistica da dover difendere e sottolineare in ogni brano, perché la personalità di Luchè è più forte dei trend musicali. L'ennesimo disco completamente in italiano, tranne "Over" con Geolier: l'ennesimo palco sold-out a cui l'industria discografica dovrà dare per forza un peso. Ci son voluti tre anni di attesa, ma "Dove volano le aquile" è un album che rispecchia i tempi e l'evoluzione sociale, ma non solo: Luchè oggi è pronto per entrare in nuovi mondi, senza la paranoia di dover rappresentare ciò che è stato nell'immaginario comune.

"Dove volano le aquile" è un album "sentimentale": c'è la ricerca di un suono che caratterizzi l'impronta unica dell'artista. Sentimentale anche quando è crudo, come in "Addio" con Guè e Noyz Narcos, anche quando è una lama sporca di sangue in "Over". È un progetto che proietta immagini di un universo dove l'empatia ha un ruolo fondamentale nella percezione dei brani. Dopo il racconto nei tre monologhi di Marco D'Amore, Alessandro Siani e Belen Rodriguez, l'intro del brano non poteva che raccontare Napoli e la sua mistica legata al personaggio di Maradona. Se in "Potere" la voce lirica della sorella Paola Imprudente aveva impressionato tutti, non è certamente da meno quella di Elisa in "D10S".

"Correrò per chi senza un bandiera sfiora una vittoria, correrò le vie di un arcobaleno che non si colora, correrò col corpo nudo senza nomi sopra, correrò per te, correrò per me, correrò per noi". Lo skit iniziale di Elisa apre il disco "Dove volano le aquile". Il pianoforte è lo strumento che lega le due voci, con Luchè che presenta la nuova versione di sé. Ancora più sicuro, a tal punto da girarsi indietro e guardare nel suo passato. La rabbia per l'incidente a Palinuro nel 2019, quando durante un dj set, uno dei musicisti mise una canzone di Salmo dopo il litigio tra i due sui social, diventa l'aneddoto per raccontare il cambiamento: "Ovunque sopra i social per un boom a mie spese, Luca è pazzo, non suona, butta i drink ai DJ. Quando chiesero scusa risposi: Difendi le tue idee". Ma la rabbia si mischia con l'amore, con i corpi e i loro piaceri: la solitudine lo rincorre, anche di fronte alla bellezza. Il richiamo alla criminalità organizzata nell'ultima strofa: "Disse: Tu rimarrai solo, neanche la bellezza ti fa effetto. Cresciuto nel degrado più assoluto, eseguo, non discuto. Avessi fatto l’avvocato, sarebbe uscito Cutolo".

Luchè non vuole perdere tempo, e riesce già nel secondo brano a togliersi qualche sassolino nella scarpa. "Slang" vola a New York per la melodia, ma racconta una Napoli che si è evoluta nella commercializzazione della propria musica. A tal punto da slegarsi dall'etichetta del passato e affermare: "La tua era è finita, BFM è il meglio in Italia. Ho il prossimo Ultimo, ho il nuovo Sfera Ebbasta". Nel brano, in un bridge, appare anche la voce di Fabri Fibra che canta: "Ho un piede nel successo e un altro nella fossa". Nel brano si fanno riferimenti a Carminotto, parte del team di Luché ed Enzo Chiummariello, figura fondamentale nell'evoluzione degli artisti e della cultura rap in Campania. Ciò che hanno costruito entrambi è una strada da percorrere, e mai come adesso, la scena campana sembra aver tagliato le gambe al game italiano. Piccola citazione a "Bravi ragazzi", la pizzeria di Luchè presente a Londra e a New York, quando l'artista canta: "Mangio una pizza a New York e quando pago, frà, mi pago".

Un salto indietro, a Roccia Music e alla sua formazione, nel pezzo "No Love". L'etichetta fondata da Shablo e Marracash aveva all'interno i tre protagonisti del brano: alla produzione Pherro, al microfono Luchè e Coco. Saranno due i featuring (tre contando la track bonus "Topless") con Coco che in "No love" partecipa però solo al bridge del brano. Il singolo coglie la trasformazione, l'evoluzione nella vita del rapper campano: l'artista ha ormai una cifra impossibile da non riconoscere, brani dai ritornelli melodici in pieno contrasto con l'asprezza delle immagini. Poi c'è la sorpresa Etta: la giovane cantante che ha appena firmato per la label di Luché, la BFM, è la sua compagna musicale in "Liberami da te". La produzione sembra essere uscita da un album del futuro di Kanye West, con gli archi che contrastano la batteria che trasforma il beat radicalmente: "Liberami da te" è anche il richiamo ai cori della musica house, una trappola di voci in cui si inserisce anche Etta con l'autotune. Il brano va a sfumarsi col piano finale, dove Luchè canta: "Mi ami per quel che sono, ho il perché chiaro, hai raddoppiato i followers quando mi hai sputtanato. E ti ho chiamata solo per darti un passaggio, ti lascio un messaggio in cui ti lascio per messaggio".

Come in "Caos" con Fibra, in "Le pietre non volano" Luchè e Marracash si confessano sul beat. La produzione di Fedele, dj di Luchè e punta di diamante nella BFM, è una caduta libera. Lo spazio tra le note per incasellare i moti d'animo di Luchè è necessario per trasmettere quel bisogno d'esprimersi, più che mai, per il rapper italiano. C'è il racconto della prima delusione, la separazione dei genitori, c'è la ricerca di sé stessi e della propria forza, come la prima volta che ha impugnato una pistola: "Le pietre non volano" è una confessione, ma anche l'inno a correre più veloce del mondo che ci passa accanto: "Punto su me stesso ma non è mai stato un gioco, non esisto per i media, ma giuro ancora per poco. A volte mi sento come in balia delle maree, un povero illuso con un milione di idee". Marracash risulta meno impattante rispetto ad alcune collaborazioni passate, dopo aver settato in alto la barra negli ultimi due anni.

Come ha dichiarato Luchè, "Qualcosa di grande" è uno dei manifesti del disco, anche e soprattutto per la presenza di Madame. Il brano prodotto in collaborazione con D-Ross ricorda al pubblico chi è Luchè: il Vasco Rossi del rap italiano. E se questa affermazione era già parte del precedente disco "Potere" e della sua titletrack, il rapper ritorna sul concetto di mediocrità e umiltà, due termini che si sono evoluti nella sua narrazione, ma soprattutto, nella sua concezione negli ultimi anni. Dopo la perdita per lo scioglimento dei Co'Sang, Luchè si è ripreso la sua città, e adesso beve "a Sorrento con Sorrentino e Toni Servillo". L'ultima stilettata va a chi lo aveva sfidato in passato, a chi gli aveva preannunciato la caduta dopo il primo disco in italiano. Sembra di risentire "Skit" e "Che vuoi da me" di "L2", appena otto anni fa. Luchè con "Qualcosa di grande" lancia un appello: ci rivediamo al prossimo disco.

D-Ross e Startuffo l'hanno fatto di nuovo con "L'ultima volta": la coppia ha prodotto uno dei beat più interessanti del disco. La cassa dritta che si lancia nell'universo deep house del brano accompagna con mano l'ascoltatore, un viaggio in un immaginario spaziale in cui viene trascritta una storia d'amore mai finita. I ricordi di Londra, di quella relazione passata che ancora tormenta l'animo di Luchè, esplodono in un ritornello dalla forte attrazione radiofonica: "Sei una ferita che fa ancora tanto male ma, ti ringrazio per le cose che mi insegnerai, ci stringiamo per nascondere una lacrima, è l'ultima volta, è l'ultima volta". Dopo "Pensavo di ucciderti" in "Gemelli", Ernia ritorna sulla traccia con Luchè in "Ci riuscirò davvero". Dal titolo si può comprendere l'inno alla vittoria dei due rapper, un brano street che racconta una scalata al successo. C'è ancora la chitarra elettrica di D-Ross, c'è la sicurezza del rapper nell'affermare: "Sarò la foto nelle mani di un bambino, un giorno dirà: Voglio essere Luchè". Ernia rispecchia fortemente quest'idea di arrivare al successo attraverso la propria musica, di essere unico fra i tanti: "Io non voglio sembrare, io voglio essere, penso a cosa fare e tu a cosa mettere. E se manco io, manca il grosso felino, quindi prende coraggio anche un topolino".

Come con "Topless", ma anche con "Vivo per questo" e "Lasciarsi andare", ritorna il trio Coco, Luchè e Geeno alla produzione di "Karma", e si sente. Il beat, ricco anche dei piatti della batteria, sembra dare una movenza esotica al brano, che invece colpisce duro nelle liriche. Il richiamo al passato, a tutte le porte sbattute in faccia ai due artisti, alla vendetta verso chi non ci credeva: se "So' frisc" aveva aperto un cerchio, chiuso poi in "Potere" con "10 anni fa", la fame dei due rimane la stessa. Dopo il sound catchy di "Karma" si passa alla produzione più estiva del disco: "Password" con un beat di Valerio Nazo, storico producer anche di Rocco Hunt. La chitarra iniziale potrebbe ingannare: il brano rappresenta l'episodio più leggero del disco e forse anche il più adatto a territori vasti come TikTok e i club estivi. Ritornano D-Ross e Startuffo in "Tutto di me", con il piano a introdurre uno degli episodi cloud pop del progetto. La solitudine al centro del brano, i pomeriggi desolati di domenica, le domande che restano lì, inermi a fare da contorno alla tristezza. Luchè lascia quell'alone, essere unici ed empatici diventa quasi una colpa: "Perché mi tratti così, abbiamo cose in sospeso, perché mi parli al futuro se poi hai bisogno di tempo. Oggi sì che ho chiuso col mondo, credimi, qui nessuno è profondo, yeh".

Dalle viscere della terra si può solo risalire, e la vittoria ha un gusto diverso se il tragitto è stato lungo e impervio. Chi come Luchè può riconoscersi in questa descrizione nell'hip hop italiano? Chi come lui ha conosciuto i fasti e le cadute, la storia e il futuro? "Si vince alla fine" è un chiarimento, un'attribuzione del proprio valore, non più dagli altri, ma da parte sua. Si ritorna all'immaginario dark dei Co'Sang, alla consapevolezza di un mercato discografico che gli ha chiuso le porte in faccia, senza dargli un'opportunità: "La nostra ascesa nella scena è clamorosa, guardano come gli dovessi qualcosa". La metafora per descrivere il rap game italiano è lì, servita su un piatto d'oro zecchino: "C'è soltanto una lezione da imparare quando sfondi, se vuoi fare soldi, non farlo per soldi".

Dai Co'Sang ai Co'Sang, a ormai 12 anni dallo scioglimento. Luchè ha fatto una grossa scommessa sul pubblico: accettare il rinnovamento, il cambiamento, il racconto di una nuova Napoli. Accanto a sé appare uno dei suoi più giovani cantautori: Geolier. E per un secondo tutto diventa un momento amarcord: basta trovare su Youtube uno dei primi freestyle di Geolier, su un beat particolare. I due si lanciano in un'impresa quasi impossibile: far rivivere il beat di "Int'o rione", nelle loro nuove storie. "Over" campiona il brano che ha reso celebre i Co'Sang, ed è anche il momento dell'incoronazione, del passaggio di consegne, quando Geolier canta: "Simm' chill' over, Luca dice sì l'erede, cu ‘na frase pe ogni testo e cu' ‘na lama pe ogni serpe". Superata la diffidenza iniziale per un brano intoccabile della discografia rap italiana, "Over" rappresenta il passato e il futuro della scena campana: da dove si è partiti e in che direzione si sta viaggiando. Nuovo flusso di coscienza in "Dire la mia": il racconto di una storia d'amore con una modella americana si trasmette a macchia d'olio sulla produzione di Geeno. Sembra di ritornare a "Gli altri" in "Potere", un amore tormentato in cui questa volta entra l'immaginario americano, le strade e i rooftop di New York.

Ci si avvicina, dolorosamente, all'ultimo singolo di "Dove volano le aquile", un lavoro intenso a cui manca l'ennesimo episodio banger: alla lista delle collaborazioni mancano Gué e Noyz Narcos, che arrivano in "Addio". Il brano, dal titolo, potrebbe sembrare la dichiarazione di tre artisti, che tra il 2021 e il 2022 hanno fatto uscire tre dischi significativi per la propria carriera. Si potrebbero classificare anche come "gli ultimi" della loro storia strettamente rap. E invece, come sempre, c'è il beat di Geeno a sorprendere: se il piano iniziale può confondere, la batteria old school apre le porte del paradiso per i tre artisti. Si passa da "Fotti il rap buonista" di "Infame" in L2 a "Fotti la hit estiva, famoso tutto l'anno, Stamm fort ha distrutto i club, adesso punto alle radio". Non solo il richiamo di Luchè, ma anche la sicurezza nei propri mezzi di Guè che cita Goya e il suo "Saturno che divora i figli", mentre per Noyz è un attacco frontale alla nuova scena: "Vendete aria, no stile, lo spingo al limite fino a che dici addio, Dio sarà il mio limite".

Essere di nuovo qui, a tre anni da "Potere", racconta di una consapevolezza completamente diversa per Luchè. "Dove volano le aquile" non è solo l'ennesima affermazione che il mercato è trainato ancora dalla qualità dei big della scena: basti pensare ai dischi di Marracash, Gué, Fibra e Noyz. Luché aveva il diritto di sentirsi parte di questo gruppo, dopo dischi come "L2", "Malammore" e "Potere", sia a livello discografico che come seguito da parte del pubblico. "Dove volano le aquile" non è però un punto d'arrivo come ci ha insegnato, ma l'ennesima tappa di un percorso musicale di continua riscoperta: l'artista ha in questo momento il potere di essere musicalmente ciò che vuole, anche di riprendere in mano le melodie di "Int'o rione", senza aver paura della critica dei puristi. Rimane una delle penne più elevate, sia per concetti che per metafore: "Dove volano le aquile" è la riprova, è un viaggio partito il 14 febbraio 2012 e che vedrà Luché cambiare abiti ancora una volta, in attesa di quel potere, che getterà via dopo averlo conquistato.

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