Scoprire Salmo per una frase su Matteo Salvini è esattamente cartina di tornasole di quello che è il rapporto tra un pezzo di pubblico italiano e la musica, ma anche del clima da stadio che ormai circonda tutto quello che ha a che fare con la società italiana. Una frase del rapper sardo in un'intervista a Rolling Stone è diventata virale e ha portato l'autore di "Playlist" agli occhi (non alle orecchie, purtroppo, crediamo) di migliaia di persone che non avevano idea di chi fosse uno dei più famosi cantanti italiani di questi ultimi anni, tra i top player del rapgame e della musica tutta per quanto riguarda il nostro Paese. Ovviamente come spesso accade in molti sono arrivati un po' in ritardo su quello che Salmo aveva già cantato in "90MIN" secondo singolo dell'ultimo album "Playlist", quando rappava: "Questa è l'Italia, è una mente contorta, chiudi la bocca o ti levan la scorta, informazione, sai, qui non informa, i razzisti che ascoltano hip hop qualcosa non torna" insomma il concetto che ha ribadito nell'intervista a RS.

Chi è Salmo

Oltre Salvini, però – occhio che Salmo rappa anche barre come "Rap cinque stelle ma non Beppe Grillo" o "Ruberò una Bentley, scapperò in New Jersey, perché in Italia ascoltano più Renzi dei Rancid" se vogliamo giocare al gioco del cerca le barre politiche – nella sua musica c'è molto di più. Protagonista della scena ormai da anni (il primo album è "The Island Chainsaw Massacre" del 2011), con passato tra metal e punk hardcore, ha portato tutte queste influenze anche nelle sue basi diventando in breve uno dei migliori rapper del Paese, non si fa problemi né a citare coloro da cui è stato influenzato (come Primo Brown dei Cor Veleno, ma anche i Colle der Fomento di "Entro, spacco, esco") né a collaborare con le stelle della trap – spesso criticata -, come avviene in "CADILLAC" quando duetta con Sfera Ebbasta – con cui qualche anno fa ebbe uno screzio dovuto a un fraintendimento causato da Rolling Stone, citato nel pezzo e dove è finito in copertina – in uno dei pezzi più "leggeri" dell'album ma non meno significativi: "Noi due insieme siamo come Cristiano Ronaldo e Messi nella stessa squadra" ha dichiarato all'Ansa.

Di cosa parla Playlist, coi feat di Fibra a Coez

"Playlist" aveva un compito difficile, ovvero seguire "Hellvisback", uno degli album più importanti del rap italiano – e non solo – di questi ultimi anni, doppio platino e con milioni di stream e visualizzazioni. Lanciato dall'uno-due "Perdonami" e "90MIN" anche quest'ultimo lavoro alterna uno spiccato lato autobiografico – come avveniva già in Hellvisback, con la biografia in barre "1984" – alla sua visione della società e del rapgame, appunto, alternando la parte sui migranti, ad esempio, criticando la deriva trap su droghe e firme e scrivendo forse la prima vera e propria ballad (non la prima canzone d'amore, però) della sua carriera. In un mare di citazioni pop, autocitazioni, giochi di parole, rime non chiuse (apposta), basi che alternano momenti latini all'hardcore fino alle sonorità trap di Charlie Charles, c'è Fabri Fibra sul boom bap (o bum cha) di "STAI ZITTO", ci sono le gemelle "Ricchi e morti" e "Dispovery Channel" ("Ringrazio a Dio se siamo nati poveri, ringrazio i bro se sono ancora qui") in feat con Nitro, c'è la melodia nel pezzo in cui duetta con Coez, c'è "IL CIELO NELLA STANZA" con Nstasia, canzone d'amore che cita Gino Paoli ["Non sono il tipo lo sai, i versi d'amore mi fanno sentire uno stupido (…) Ho chiuso il cielo, nella stanza ho le pareti blu"] giù giù fino a "Lunedì" primo pezzo dell'album chiuso, scritto in quello che ha definito un periodo no: "Mi guardavo attorno e non capivo più chi fossero i miei amici, chi mi volesse bene davvero. Mi sentivo un po’ come John Travolta nei meme, perso (…) Risentirla non mi fa più nessun effetto, anche se non è stato semplice mettere le mie difficoltà in piazza così. È un po’ come se tutti avessero visto le mie mutande sporche".

Un ascolto scevro da pregiudizi

Ora tentate un esercizio, che votiate Lega, PD, M5S, Forza Italia, nessuno o chi vi pare, ovvero ascoltate la musica e le parole, scevri da qualche singola barra che tocca il vostro politico preferito, e cercate di andare oltre la superficie della polemica gossippare. Allora va bene anche un "Che schifo!", ma a quel punto, almeno, farebbe parte del gioco.