14 Marzo 2022
16:37

La guida a Salvatore, Paky scava a fondo nel suo dolore tra la morte dello zio e i Co’Sang

La guida al debut album del rapper di Rozzano Paky, che con “Salvatore” scava a fondo nel suo dolore per la perdita dello zio, con il tributo ai Co’Sang.
A cura di Vincenzo Nasto
Paky
Paky

C'è chi nel buio affoga, con la rabbia che cerca di colmare le sue ferite. C'è chi nel buio risorge affrontando il dolore della morte. Paky è la voracità di un uomo alla sua ultima cena, l'ennesima di una vita che non gli ha regalato niente: lo sguardo di un Dio a cui non crede, ma a cui affida il suo futuro. Tra gli album debut del rap italiano di quest'anno, "Salvatore", dell'artista di Rozzano, con chiare origini napoletane, era sicuramente tra i più attesi. Inevitabile anche per il personaggio musicale costruitosi attraverso una decina di singoli, hit in collaborazione con i piani alti della scena italiana come Marracash e Guè, che sembrano avergli restituito il favore con due strofe nel suo progetto. Non mancano le sue origini con la presenza di Luchè, figura iconica anche per la rappresentazione valoriale dei Co'Sang all'interno del disco, ma anche Shiva, tra le prime collaborazioni per Paky, e la sorpresa Mahmood. Presenti nel disco anche Glory, la sua crew e Rozzano Ink Studio Tattoo, luogo fisico e astratto in cui nasce il concept del suo disco, del suo amore per la musica e la cover del progetto d'esordio. A mancare è il protagonista dell'album, suo zio Salvatore, icona attorno a cui gira il racconto del disco, figura specchio di un trauma che lo ha portato nel 2018 a tatuarsi "Morto dentro" sulla bocca dello stomaco. Ma ci arriveremo a questo.

Rozzano Ink, studio di tatuaggi in cui è nata la cover di "Salvatore"
Rozzano Ink, studio di tatuaggi in cui è nata la cover di "Salvatore"

Paky, diminutivo di Pakartas, è un sostantivo lituano che tradotto in italiano vuol dire "Impiccato". Una scelta forte per il rapper nato a Secondigliano, ma trasferitosi a 10 anni a Rozzano, in una comunità di evidente richiamo campano, a due passi dalla multietnica Milano, ma quanto mai lontana da quelle luci. Anzi Rozzano descritta da Paky nelle interviste di Tommaso Naccari su GQ e Cristiana Lapresa su Billboard sembra uno dei nervi scoperti del giovane cantante: un luogo in cui mancano le opportunità e in cui i più giovani "autodistruggono i loro sogni". Tra la torre Telecom, diventata parte del suo immaginario dopo l'uscita del banger "Rozzi" ai palazzi di dieci piani, il vento soffia sulla rabbia e sulla voglia di futuro della nuova generazione rap dell'hinterland milanese, che ha trovato nella musica una sorta di autodefinizione e escamotage per non arrendersi alla vita criminale. Un tema da cui è difficile prescindere e che ha anche determinato un'evidente spaccatura tra due fazioni: quella di Rozzano e quella di San Siro, a cui il video "Love" di Marracash sembrava aver spento i contrasti. Di opinione contraria Paky, che nell'intervista a Billboard dichiara: "Io penso, e so che è brutto da dire, che quella roba là non sia reale, perché l’amore in questa roba non prevale. Magari il gesto è bello, è tutto ammirevole, ma questo non c’è poi nella realtà, ma non sono io che te lo devo dire. Io personalmente ho partecipato al video solo per sdebitarmi con Marra e Guè. Più che altro mi ha dato fastidio che dal video sia emersa una pace che non esiste, un amore finto".

Si ritorna alle luci e alle ombre, si ritorna a Rozzano. Nelle ore precedenti all'uscita del disco, Paky ha organizzato un live "abusivo" nel suo quartiere, un richiamo troppo forte anche per un luogo che diventa sfondo dei suoi racconti: sul palco, insieme a lui, Geolier e Shiva, presenti rispettivamente nel disco nei singoli "Comandamento" e "Star". Il legame, soprattutto tra Geolier e Paky, sembra innato: una risposta autoriale a un passato che sembra incastrarsi e ritrovare una propria meccanica, un proprio linguaggio, un proprio background. E i Co'Sang non possono che essere le stelle polari di questo percorso musicale, da cui attingere in termini di immaginario e scrittura. Anche il gruppo scioltosi il 14 febbraio 2012 è presente nel disco, non solo nella figura di Luchè, ma anche in alcune citazioni. "Salvatore" è un punto di partenza, e lo si vede proprio nel racconto fatto dallo stesso Vincenzo Mattera nella titletrack del progetto: "Sono le tre di notte del 24 febbraio del 2022, questo giorno mi ha tolto qualcosa di mio e non me l'ha più ridato indietro. Oggi di quattro anni fa mio zio ha perso la vita in un incidente stradale". A rendere il panorama più cupo sembrano arrivare le parole di Paky, che racconta come, in un pomeriggio passato al Rozzano Ink Studio Tattoo, ha scoperto che una sua chiamata mentre suo zio era in auto abbia poi provocato l'incidente mortale: "Mi disse che fui io l'ultimo a sentirlo al telefono e che le persone che erano in macchina con lui il giorno dell'incidente mi spiegarono che fu proprio la mia chiamata a distrarlo. Quel giorno mi tatuai ‘Morto dentro' sulla bocca dello stomaco".

A rendere ancora più leggibile il progetto, Paky racconta nella titletrack la suddivisione delle tracce: "Salvatore è lo specchio della mia anima, ho deciso di dividere il disco in due parti con questa traccia, la prima parte contiene i pezzi più leggeri e banger, la seconda, invece, quelli più sentiti e conscious". "Salvatore" è l'ottava traccia di un disco di 17 brani, un progetto ampio ma che in alcuni passaggi iniziali sembra ricordare troppo alcuni singoli del recente passato, con "Pascià" tra i brani a non convincere nel suono. Ad aprire il disco è "Intro", un racconto della sua infanzia nel quartiere Monterosa di Napoli nel comprensorio 167 di Secondigliano, area nord di Napoli. Dal riconoscimento di una netta linea di demarcazione con gli altri bambini a scuola al "patto con il diavolo" per la sua musica, Paky cita anche il suo rapporto con Jacopo Pesce, il direttore della divisione italiana di Island Records, l'etichetta di Universal Music Italia per cui Paky è sotto contratto. In un post su Instagram, proprio Pesce ha raccontato il rapporto con Paky: "Voglio molto bene a questo ragazzo. Ho cominciato a corteggiarlo 2 anni fa esatti durante il primo lockdown e la firma è arrivata qualche mese dopo senza aver ascoltato un solo brano inedito".

Nel mood "bangerz" dell'album, dove appare ancora quel lato infantile e superficiale di Paky, arriva "100 uomini". L'intro del brano è un riferimento ai Co'Sang, che aprirono con lo stesso estratto dal film "Short Eyes" di Robert M. Young, il brano "Raggia e Tarantelle" contenuto in "Chi more pe' mme", debut album del 2005. Segue il singolo estratto nei mesi scorsi "Blauer" con cui era stato annunciato l'album ufficiale e "No wallet". La prima collaborazione, in ordine di tracklist del disco, arriva con Marracash. I riferimenti alla lingua napoletana arrivano con l'utilizzo del termine "Nguollo", in italiano "addosso", ma soprattutto per la citazione a Tommy Riccio e alla sua "‘Nu Latitante": per anni tra i brani più citati nel racconto tra vita criminale e musica, ritorna in "No Wallet". Chiude la parte luminosa del progetto il trittico "Pascià", "Auto tedesca" e la collaborazione con Shiva "Star". Se il primo brano rappresenta l'episodio più marginale del progetto, gli altri due potrebbero rappresentare l'evoluzione stilistica del rapper, deciso a lasciarsi indietro la povertà del passato. Non più autolimitazione, ma la vita da "Star" che la musica promette e che potrebbe regalare una nuova dimensione al giovane cantante di Rozzano.

Siamo arrivati alla lettera intima di "Salvatore", in cui il microfono riesce a raccogliere anche le lacrime di Paky: da qui è una discesa intima, un'immagine senza legenda a cui Mattera ha dato delle coordinate. "Quando Piove" è il racconto di una violenza fisica genitoriale a cui Paky ha assistito, una scena a cui è difficile sottrarsi per la durezza delle immagini, un moto che lo stesso cantante non è riuscito a perdonare. Nel brano ritroviamo l'ennesima citazione ai Co'Sang e alle parole di Ntò in "Povere Mmano": "Amami e dammi il bene quando non me lo merito, è allora che ne ho bisogno". A spezzare il racconto personale, arriva "Vivi o Muori" con Gué, un resoconto del rapporto tra famiglia e strada, le immagini della droga nei quartieri e di come abbiano cambiato la traiettoria di alcuni ragazzi. È cronaca di un racconto che a tratti pare romanzato, ma riflette sullo stampo di alcuni messaggi lanciati dalla nuova generazione musicale: senza opportunità, senza passioni, tutto è decadente. Come la ‘civiltà occidentale' citata da Gué, che ancora una volta si aggrappa alla sua figura di padre per la costruzione del suo futuro.

"Vita sbagliata" tocca punti vertiginosi nel racconto di Paky: un ritratto familiare in cui viene raccolto una strofa che trasuda verità ed empatia, a tal punto da uscire dal racconto musicale. Vincenzo Mattera ha 22 anni quando scrive: "Arrestato mio padre, ricordo mi disse che tornava dopo. Entrato che ne avevo otto, è uscito che ne avevo il doppio. Ormai non ce n'era bisogno, mia madre ha fatto sia la donna che l'uomo. Poi quando c'è stato bisogno ha venduto la fede del suo matrimonio e forse fu proprio quel giorno che ho capito in fondo la fede è un imbroglio. Quando mi vide al colloquio, i miei occhi eran pieni di odio". La verità è uno specchio a cui la musica regala sfumature, ma colpisce forte, come se l'ascoltatore non avesse visto arrivare quel pugno nello stomaco. A spezzare la suspence emotiva del disco, arrivano Geolier e "Comandamento": il racconto di due giovani artisti cresciuti attraverso le stesse storie si tramuta in un omaggio alla musica neomelodica, sia per temi che per musicalità, napoletana. Emblematico il ritornello di Geolier, a cui la partecipazione nell'album "Buongiorno" di Gigi D'Alessio ha fatto spiccare il volo dal punto di vista melodico, e l'intro in napoletano di Paky.

La morte ritorna nel "Giorno del giudizio": la presenza melodica di due artisti come Mahmood nel ritornello e Luché nella seconda strofa suggeriscono una nuova dimensione musicale del disco. Il brano, che si apre con Paky che recita "Quando muoio, voglio che suonate Luca al funerale mio" è l'ennesima citazione ai Co'Sang scoperti durante la registrazione di un video musicale sotto casa di sua nonna, come dichiarato nell'intervista di Hip Hop Tender. La riflessione sulla morte e su quanto abbia restituito alla propria famiglia concede a Paky la leggerezza di lanciarsi nel brano successivo all'unico pezzo "love" del progetto: "Mi manchi". Non trascende l'originalità del testo, che raccoglie lo spirito narrativo della nuova generazione rap sul tira e molla emotivo con il proprio partner a cui regalare qualcosa per trattenerla vicino. Originale invece è la strofa in cui canta: "Le tue mani son troppo curate per capire il modo che ho io di pensare, per capire adesso ciò che vorrei dire, vivere in miseria so cosa vuol dire. Uno come me a una come te non ha nulla da offrire, a parte una vita infelice, la possibilità di morire". Paky non sembra essere estraneo ai racconti e alle "Storie tristi" denunciate nel suo debut album "Salvatore", una costante infelicità per la mancanza di opportunità che si rivede anche "Mama I'm a criminal" che fanno da preludio all'ultima traccia del disco: "Bronx".

In "Storie tristi" c'è la citazione alla strofa di Luché in "Casa mia" dei Co'Sang "Int'a ‘sti strade ca te crescono e te schifano", mentre in "Mama I'm a criminal" c'è lo stesso Paky che cita "Int' o rione" con "Prima impennano e poi muoiono". Sono passati 17 anni dall'immortale album di debutto del duo partenopeo "Chi more pe' mme", gioiello del 2005 che rappresenta uno dei momenti più alti della musica rap italiana, e una Bibbia del genere per i fedeli di origine partenopea. Ad accomunare i progetti, con proiezioni sicuramente diverse, è proprio l'atto di denuncia, che arriva con la violenza dialettica e delle immagini espresse: è ancora il dolore a parlare attraverso i suoi rappresentanti. È ancora la fame a decidere il prezzo delle vite nel quartiere, un disegno criminale che ha molti punti oscuri rispetto alla narrazione feudale degli ultimi 20 anni. E se in "Bronx" Paky riflette il tradizionale gesto portafortuna di origine partenopea di passare lo champagne o lo spumante dietro al lobo dell'orecchio, lo stesso specchio riflette l'assenza di perdono, una scarsità di possibilità di sbagliare per i più giovani, costretti a non poter ragionare sul proprio futuro, attratti dalla macchina del sistema.

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