Una non notizia, qualcosa che era già stato reso pubblico diversi anni prima, ritornato prepotentemente sulla scena a invadere la sfera privata di un musicista e direttore d’orchestra che da sempre chiede di essere giudicato per il talento musicale, invece che per la sua storia personale. Ezio Bosso racconta in un’intervista a Repubblica cos’ha provato all’indomani della vicenda di Bari, quando il fatto che non riuscisse più a muovere due dita ha dato il là a una serie infinita di speculazioni sul suo conto:

Ci sono rimasto male, non solo per l’evidente forma di stalking nei miei confronti, ma anche per il poco rispetto verso la musica. Di che stiamo parlando? Del nulla. Emotivamente è terribile; si va a toccare una sfera intima, privata, che per tutti dovrebbe essere sacra e inviolabile. Tutti lì a fare diagnosi: partendo dalle due dita, senza nemmeno accorgersi che sono sulla sedia a rotelle – ma si può fare di questo un oggetto di discussione? Mi viene da ridere. Casomai è un soggetto di discussione. È sintomo di un’ipocrisia, perché non c’è neanche il minimo rispetto delle conseguenze emotive. Il problema è che si è passati da un concetto preciso e musicale – non posso più suonare il pianoforte con la velocità di un tempo e l’abilità che la partitura richiede e quindi è giusto che io faccia un passo indietro (già fatto da anni) – a un problema (anche questo cognitivo) per cui si pretende di voler far suonare il pianoforte a uno che non lo fa più volentieri – semplifichiamola così. Io di mestiere ormai faccio altro, l’ho sempre detto! Se tu insisti, mi paralizzi la carriera, perché a quel punto per lavorare sarò sempre costretto a mettere il pianoforte al centro del palcoscenico, facendo del male a me stesso e, quel che è peggio, alla musica.

L’episodio di Bari che non è un fatto isolato

L’attenzione circa le condizioni di salute di Ezio Bosso non è un fatto isolato solo alla vicenda di Bari. Ben prima di quel momento, il celebre direttore d’orchestra sarebbe stato vittima di una curiosità a tratti morbosa, un fatto che è lui stesso a denunciare: “Questo non è voler bene, attenzione! È aggressione egoistica. Ci rifletta, lo stalker pretende che tu sia come vuole lui, non ha rispetto per la tua libertà, se ne frega della tua libertà. È difficile spiegare allo stalker che io mi sento libero e felice quando dirigo, non quando suono. Ma ne avrei ben di peggio da raccontare a proposito di mancanza di rispetto. Succede spesso, Bari non è un episodio isolato. In quei giorni anche i suoi colleghi continuavano a chiedermi, quando torni con la tua musica? Che vuol dire, quando riprendi a suonare il pianoforte? Ma son tre anni che non suono più, possibile non ve ne siate accorti? Quando poi continuo a leggere titoli tipo ‘Il pianista malato', ci soffro: primo, perché non sono un pianista; secondo, perché convivo con una malattia, non sono un malato. Malato è chi scrive queste cose. Come quel signore che mi ha chiesto: qual è la relazione tra handicap e talento?”. Un’analisi che lo ha spinto a trarne l’unica conclusione che ritiene possibile: “Che la nostra società è ossessionata da un’aggressività emotiva che inevitabilmente genera devianze”.

La musica, per Bosso l’unica strada possibile

È la musica a fornire a Bosso l’unica risposta di cui necessita. Di fronte alla coordinazione perfetta che uno spartito richiede, alla necessità di rendersi tutt’uno che l’orchestra che dirige, il musicista trova le sue risposte: “Quando ho la bacchetta in mano e la partitura davanti, affondare in questa meraviglia, magari anche nel dolore più profondo di chi ha scritto, trascendo, sono al settimo cielo. Dimentico i pregiudizi, e anche quella lurida storia delle due dita. E spero sia stato chiaro: mentre tutti si affrettavano a farmi una diagnosi, io ero in prova con l’orchestra ed ero il bambino più felice del mondo”.