Tra le rockstar del panorama mondiale ce n'è una che da quarant'anni coltiva il suo rapporto con i fan in maniera speciale. Il suo nome è Bruce Springsteen. Il risultato di questa lunga semina è un affetto straordinario che continua a coinvolgere diverse generazioni di spettatori, ognuna a suo modo convinta di avere un rapporto speciale con il Boss. Per milioni di fan sparsi su tutto il pianeta, infatti, Springsteen è molto di più di una star miliardaria, di un vocalist straordinariamente potente, di un musicista che va in giro con gli stessi amici di una volta. È allo stesso tempo una leggenda, un poeta, un politico e un amico. Non necessariamente in quest'ordine.

Questo e molto altro emerge dalla visione, in contemporanea mondiale fino al 24 luglio, del docu-film di Baillie Walsh (regista di alcuni videoclip dei Massive Attack e nel 2008 della pellicola “Flashback of a fool” con Daniel Craig) che ha selezionato e montato i filmati inviati da oltre 2000 fan del Boss, realizzando un lungometraggio che per molti versi è un'operazione riuscita, diversa dal solito racconto biografico in stile hollywoodiano della rockstar tramite immagini di repertorio e interviste ai protagonisti. Le uniche parole del Boss che sentirete in questo film sono quelle delle sue canzoni, oltre a qualche chicca estrapolata dalle sue esibizioni dal vivo. Spassosissimo, per esempio, il suo monologo sull'arte del cunnilingus durante il tour di “The ghost of Tom Joad” del 1997, oppure le parole di conforto rivolte a un fan che poco prima del concerto era stato lasciato dalla fidanzata («Anch'io sono stato mollato molte volte. Ma adesso se ne sono pentite. Soprattutto dopo aver saputo dell'anticipo della casa discografica!»).

A parlare, in questo film, sono soprattutto i seguaci del Boss di mezzo mondo, con i loro ricordi corroborati da filmati inediti, foto rubate, vecchie incisioni su walkman, oppure autoregistrandosi davanti a un pc, sul divano di casa, mentre vanno a lavoro in macchina e discutono, da soli o in compagnia, della passione per Bruce e di quanto la sua musica sia stata importante. Perché è questo di cui bisogna parlare quando parliamo di Springsteen e che “Springsteen and I” coglie perfettamente. Esistono le canzoni del Boss, ed esistono le persone che le ascoltano. E in mezzo c'è lui, il ragazzaccio del New Jersey, ormai assunto al rango di medium terreno che nei dischi, ma soprattutto dal vivo, riesce a creare una liturgia laica e condivisa del suo pensiero. Una sorta di religione positiva e solidaristica, piena di energia musicale, che infonde in chi lo ascolta gioia e consolazione. Non a caso molte delle ‘persone normali' che prendono la parola durante il film si rivolgono direttamente all'autore di “Thunder road” e di “Born to run”, ricordandogli il valore salvifico dei suoi testi. Il che non apparirebbe tanto strano se non vivessimo in un'epoca dove l'imbroglio, soprattutto quello dello showbiz ai danni degli utenti-target, non fosse la regola.

Il fatto è che la tradizione musicale americana in cui Bruce Springsteen si inserisce, come ci ha ben spiegato lo scrittore Leonardo Colombati nel volume “Come un Killer sotto il sole”, è esattamente la versione aggiornata del musicista-sciamano di antica concezione blues. Dunque, dopo “Life in a day” del 2011 (il film realizzato con il contributo degli utenti di tutto il globo che ripresero in contemporanea la loro giornata), Ridley Scott, il regista di “Blade Runner” ormai dedito alla produzione di film-evento, con “Springsteen and I” porta a compimento un altro esperimento globale di cinema partecipativo e ci riesce nel più brillante dei modi, utilizzando un'icona del rock'n'roll della nostra epoca e aggiungendo l'ennesimo tassello alla costruzione del mito springsteeniano. Qualcosa che oltrepassa i limiti del citizen cinema conducendoci, probabilmente senza immaginarlo, nella prima forma di religion open source del millennio.