Arriva un momento per qualsiasi generazione, finanche per una scalcagnata e disastrata come quella dei quaranta-cinquantenni di oggi, di meritare una tregua e sentire in qualche modo di aver avuto un passato, di avere un presente, magari un futuro. E nel meritarsi tutto ciò, capita di scegliersi qualche riferimento a cui aggrapparsi, uno specchio in cui riflettere le proprie crepe, qualcuno che questo senso dell'essere nel tempo lo incarni in qualche modo: Manuel Agnelli è quel "cliffangher" generazionale per diversi motivi.

L'ho capito assistendo alla tappa napoletana di "An evening with Manuel Agnelli" al teatro Bellini, replica di uno show che sta girando in lungo e largo l'Italia (e ancora girerà) in cui il leader degli Afterhours, accompagnato dal violino (e molto altro) di Rodrigo D'Erasmo, mischia le sue canzoni alle cover degli artisti che ha amato, dai Joy Division ad Elvis Costello, a letture di poesie e brani letterari, legando il racconto con aneddoti e discorsi, tessendo un rock-show acustico dall'illuminotecnica vintage e ricercata. Un po' alla maniera, con tutte le differenze del caso, di "Springsteen on Broadway" del Boss. E che ha soprattutto il pregio di restituirci un discorso attorno a trent'anni e passa di carriera di un gruppo che per forza espressiva, ricercatezza nei testi e sperimentazione musicale, sarebbe dovuto diventare un fenomeno di massa ben prima che il suo frontman si trasformasse nel giudice in un talent show solo pochi anni fa. Cioè, vale a dire, se non fossimo cresciuti in un Paese con un'industria discografica (e culturale, in genere) semplicemente demenziale.

Oggi che per fortuna Manuel è noto al grande pubblico per essere diventato un personaggio televisivo, noi che da ragazzini andavamo ai concerti degli "After" a metà anni Novanta, quando i nostri eroi si mostravano in formazione diversa dall'oggi, cantavano in inglese e salivano sul palco vestiti da ragazze con i codini, possiamo vantarci di averlo sempre saputo che "Come vorrei" era un brano pazzesco e che l'urlo riverberato di Springsteen di "State trooper" era troppo nelle corde di Manuel perché non gli venisse voglia di rifarlo e magari infilarlo in un pezzo ("Milano circonvallazione esterna"?). Abbiamo sempre saputo che, dietro le apparenze da "emo ante-litteram", con i capelli lunghi da metallaro irredento e la pelle ostinatamente non abbronzata, alla maniera del nostro amico un po' nerd dell'epoca che trascorreva le migliori giornate estive ascoltando "Berlin" di Lou Reed chiuso in camera al buio, invece di andare al mare come tutti, ecco, abbiamo sempre saputo che dietro tutto il cinismo e la disperazione alla "Massimo Volume", in Manuel Agnelli si nascondeva uno showman, un narratore, uno a cui verso i quaranta-cinquant'anni aggrapparci per farci raccontare chi siamo stati, chi siamo, chi potremmo essere.

O magari illudendoci che possa essere così. Perché il morbo mortale da cui è afflitto ogni fan è ritenere che il nostro cantante preferito sia il medium artistico e sonoro della nostra condizione esistenziale e generazionale, appunto. Ovviamente non è così, perché a stento esistiamo come individui, figurarsi come generazione, però è grazie a questa splendida illusione che l'industria musicale esiste (ancora) ed esisterà sempre, è grazie a quest'equilibrio conflittuale (e sempre un po' precario) tra chi ascolta e chi si fa ascoltare che esiste l'arte. In "An evening with Manuel Agnelli" si ragiona, tra canzoni e parlato, anche attorno a questo filo. E lo si fa in compagnia di un Sancho Panza d'eccezione come Rodrigo D'Erasmo, polistrumentista in grado di raccontare – e non solo suonare – al cospetto di un pubblico ormai adulto, intimo, in grado di essere abbastanza fan da non sentirsi un pubblico di veri e propri fan. E che, ad ogni buon conto, sa che alle brutte può ricordare ai detrattori del personaggio-Manuel e a se stesso che solo nel 2016 gli Afterhours hanno sfornato un doppio album "Folfiri o Folfox" semplicemente meraviglioso. E che Manuel Agnelli, all'ormai veneranda età di 54 anni (veneranda per una rockstar, si intende), è diventato un interprete totale, che potrebbe spingere questa sua raggiunta maturità vocale verso lidi fin qui inesplorati. E quando una band arriva al suo undicesimo album in studio non è mai scontato. Al contrario.

Chissà se esiste un futuro per questa generazione minoritaria che negli ultimi venti-venticinque-trent'anni ha amato gli Afterhours. Certo oggi fa impressione pure solo pensare che nel 1997, all'Ex Italsider di Bagnoli, sempre a Napoli, quegli stessi fan prendessero a bullonate e sassi i poveri Bluvertigo di Morgan (all'apice del loro successo) chiedendo a gran voce che si togliessero dalle scatole e lasciassero il campo alle chitarre ruvide di "Male di miele", e che oggi invece se ne stiano così buoni a teatro, tramortiti dal fantasma della generazione che non sono mai stati e sostanzialmente rincoglioniti dalle serate trascorse sul divano a selezionare una serie tv su qualche piattaforma streaming. Eppure questo tempo passato non è ancora passato del tutto. Anche se è vero, come recita lo stesso Agnelli nel suo show, che con la morte di alcuni riferimenti (Lou Reed, David Bowie) hai la sensazione che le tue armi a disposizione in questo mondo inizino "a non servire più a un cazzo", ma quelle armi tuttavia restano. Non saranno più utili nella battaglia, ma non è ancora tempo di riporle in un museo. Saranno spuntate, inutilizzabili, sporche, ma tutto questo siamo noi, ed "è nostro anche se ci fa male".