Sono passati 15 anni. E 15 anni sono tantissimi quando sai che non ti resta che un'opera finita e la mancanza di quella voce che ha raccontato decenni di storia e cultura italiana. Era l'11 gennaio del 1999 quando Fabrizio De Andrè si spense in seguito a un carcinoma polmonare che gli impedì di suonare davanti al proprio pubblico nei mesi precedenti, da quel concerto a Roccella Ionica dell'agosto precedente che non avrebbe mai tenuto. Un dolore al petto e la scoperta di un male che lo avrebbe portato via qualche mese dopo. Chissà come avrebbe raccontato l'Italia di oggi. Chissà se l'avrebbe raccontata. Se l'avrebbe presa di petto come fece in "Storia di un impiegato", ad esempio, o avrebbe usato l'allusione, la metafora come quando raccontò vizi e virtù riprendendo la Spoon River di Edgar Lee Master in "Non al denaro, non all'amore né al cielo".

Chissà a cosa avrebbe dedicato un concept album, lui che lo fece ripetutamente, a partire da "Tutti morimmo a stento" in cui parlava "della morte… Non della morte cicca, ma di quella psicologica, morale, mentale, che un uomo normale può incontrare durante la sua vita. Direi che una persona comune, ciascuno di noi forse, mentre vive si imbatte diverse volte in questo genere, in questo tipo di morte, in questi vari tipi, anzi, di morte. Così, quando tu perdi un lavoro, quando perdi un amico, muori un po'; tant'è vero che devi un po' rinascere, dopo" come dichiarò in un'intervista alla Rai nel 1969 o fece ne "La Buona novella" in cui prese spunto dai Vangeli apocrifi.

Ma raccontare il genio di De Andrè in poche righe è impossibile, lui che aveva trattato la religione, la cronaca o la politica, in quello che per chi scrive è uno degli album più belli che abbia realizzato, ovvero "Storia di un impiegato", in cui racconta, appunto la storia di un impiegato in un periodo complesso come quello degli anni '70. Lui, ispirato dagli chansonnier francesi, con un'amore per Brassens di cui ha trasporto in italiano alcuni brani (Da "Il gorilla" a "Le passanti") e una sequela di ballate imperdibili. Lui che scelse di scrivere un album complesso – non foss'altro per l'esser cantato tutto in dialetto genovese – come "Crêuza de mä", che sapeva da subito che non sarebbe andato incontro a un successo di vendite immediato ma che resta una delle sue gemme più preziose.

Un cantautore anarchico, nonostante CasaPound provi a metterci il cappello sopra, un poeta, come in tanti l'hanno definito, un uomo che ha vissuto una vita non semplice e che è riuscito a raccontare nei suoi versi quello che gli girava attorno e in testa. Un cantautore che vista l'annata di ricorrenze (40 anni da "Canzoni" ma soprattutto 30 da "Crêuza de mä") sarà ricordato anche al prossimo Festival di Sanremo, a cui parteciperà anche il figlio Cristiano, che lo ha accompagnato spesso e che porta addosso un'eredità per nulla semplice. Come riporta Il Messaggero, infatti:

Ci penserà poi il Festival di Sanremo (18 – 22 febbraio) a puntare i fari su Faber nella serata del venerdì. Lo aveva detto, Fazio, che intendeva abbattere il muro tra il Festival delle canzonette popolari e il Club Tenco, tempio della canzone d’autore. Sarà quindi una fusione Sanremo Club, in parte dedicata a lui, in parte ad altri grandi cantautori (probabili Guccini e De Gregori), rivisitati dai cantanti in gara.

Un Sanremo speciale, che oltre al figlio Cristiano vede anche, tra i protagonisti, uno dei suoi amici e collaboratori più importanti, quel Mauro Pagani che guida la Commissione artistica del Festival e che siamo certi organizzerà qualcosa di speciale per ricordare uno dei maggiori interpreti della canzone italiana.