Marco Zitelli, in arte Wrongonyou, non è sicuramente un esordiente. Basti pensare alle esibizioni negli Stati Uniti, ma anche in Europa, dove la sua musica che alterna il cantautorato italiano al folk americano, riesce a conquistare tutti. "Nell'edizione del Festival di Sanremo più azzeccata, piena di indie e musica alternative", Wrongonyou si presenta con il brano "Lezione di volo", che racconta un po' il suo presente, dopo aver cantato per anni in inglese, e solo nel 2019, con l'album "Milano parla piano", si è dato all'italiano. Si considera una nuova proposta, anche nella vena di un rinnovamento che non è stato facile, ma che tende ancora a influenzarlo nella scrittura, ma anche nella musica. Come ammette anche del suo nuovo disco "Sono io", terzo album di inediti che uscirà il 12 marzo per Carosello Records: "Devo dire che l'ispirazione all'album me l'ha data la canzone, che da anni ho rinchiuso nel cassetto, e oggi ho il coraggio di fare uscire. Un album che parla di me, totalmente sincero".

Come ti ritrovi nei panni di un esordiente, anche se non lo sei?

Mi ci trovo bene, mi sento bene dove sto. La gavetta è una cosa che non finisce mai, canto in italiano da due anni quindi è giusto partire dalle Nuove proposte di Sanremo. Ho fatto un percorso in un'altra lingua, in un altro campionato.

Come mai hai scelto "Lezione di volo" e non "Sono io", canzone molto personale?

Di tutte le canzoni nuove è quella uscita per prima Lezione di Volo, poi credo che Sono io, che ho scritto due anni fa, è una canzone particolare. Forse non era emotivamente pronto a farla uscire. Quando scrivevo il disco, sognavo di andare a Sanremo. Quando minimamente le cose sono incominciate a muoversi, abbiamo portato "Lezioni di volo" ed eravamo sicuri di farcela. La canzone rappresenta il presente, mentre "Sono io", magari, rappresenta il totale, tutto ciò che ho attraversato.

Poi c'è "Nada" forse il tuo pezzo più radiofonico, più estivo..

Come si dice a Roma, è il pezzo preso bene. Nada non è stato pensato per il disco, ma è stata inserita. Ormai c'è un riciclo di così tanta musica estiva, che sarà troppo vecchia anche questa estate, quindi. Se tu pensi che "Born in the Usa", Springsteen ci ha fatto sei anni di tour con otto singoli, adesso sarebbe impossibile fare una cosa del genere. È stata pensata per un momento divertente con la gente sotto al palco, quando si potrà fare.

Che tipo di percorso è il tuo album?

Devo dire che l'ispirazione all'album me l'ha data la canzone che gli dà il titolo, che da anni ho rinchiuso nel cassetto e oggi ho il coraggio di farla uscire. Un album che parla di me, totalmente sincero. Mi porto dietro tutte le esperienze fatte, messe all'interno del disco.

"Bon Iver" è un omaggio in tutto e per tutto all'artista americano, anche negli effetti vocali, confermandolo come uno dei tuoi preferiti, giusto?

Sono sempre stato considerato il "Bon Iver de noaltri", anche se la canzone all'inizio doveva avere un titolo diverso. Si doveva chiamare "Voce", ma poi ho pensato di anticipare le critiche che sarebbero arrivate. Quindi ho omaggiato direttamente "Bon Iver", perché è un artista che ormai mi accompagna da anni. Se ne frega altamente della struttura del brano, è ormai arrivato a quel livello che può fare un album che piace prima a lui. Il mio è un pezzo non strutturato, libero, pieno di immagini.

In Prima che mi perda ancora canti: "Forse ho toccato il fondo, sono una smorfia che ha paura di deludere se cade". Questo è il brano da cui è partito poi tutto il disco?

Beh sì, è un po' un suggerirmi di contare fino a dieci, di buttarsi sulle persone, di dire sempre di sì, di non avere il coraggio di dire no. È un mantra che mi ripeto da quando è iniziato il lockdown. È un brano scritto a quattro mani, in una di quelle chiamate che duravano ore intere. La canzone è una di quelle che mi piace molto, che vorrei cantare a squarciagola sul palco. Posso dire che questa canzone mi fa sentire l'assenza dei live.

"L'ultimo giorno di inverno, di un anno di merda, si scioglie la neve": è un modo di vedere il lato positivo.

C'è ancora da lottare, ancora da sperare, ancora da sognare. "L'ultimo giorno di inverno" è una canzone straveritiera, che non fa giri di parole per arrivare. Mi piace questo aspetto, perché per anni sono sempre stato zitto, mentre questa volta vado dritto al punto.

Sei finito in un'annata molto interessante del Festival?

A livello lavorativo è il Festival di Sanremo più azzeccato, quello più alternative, quello più indie che ci sia mai stato.

Con la collaborazione di Vincenzo Nasto