The Gang
in foto: The Gang

Dopo l‘estate, i Gang festeggeranno il trentesimo compleanno del loro esordio discografico. Si era appunto nel 1984 caro a Orwell e gli allora ragazzi di Filottrano, comune di circa novemila anime in provincia di Ancona, pubblicavano “Tribes' Union”, mini-LP con cui rendevano appassionato omaggio ai loro principali ispiratori, i Clash; un omaggio prossimo al plagio, giacché quegli otto brani in inglese ricalcavano al 100% quelli del quartetto di Joe Strummer e Mick Jones, sia nelle musiche fra punk, rock'n'roll di sapore epico, Caraibi e altre suggestioni black, sia in testi barricaderi cantati come avrebbe fatto Joe. La fedeltà al modello non costituiva però un problema: la band usciva a testa alta dal confronto con i colleghi britannici sul piano della scrittura e della resa sul palco. Era l'inizio di una magnifica storia che si snodava tra infiniti cambiamenti di organico attorno ai due fondatori e compositori, i fratelli Severini (Marino, voce e chitarra ritmica, e Sandro, chitarra solista), dapprima con un paio di album ancora in inglese e quindi, negli anni ‘90, con quell‘approdo ai testi in italiano che avrebbe prodotto i frutti artistici più significativi e gustosi.

L'ultimo vero album dei Gang risale a quattordici anni fa. Dopo l'autoprodotto “Barricada Rumble Beat” (1987), i Nostri si erano legati alla major CGD, debuttando con “Reds” (1989) e ratificando l'ampliamento dei loro orizzonti espressivi: i Clash rimanevano numi tutelari, ma lo stile si apriva ancor più a contaminazioni americane e al folk. Con il passaggio alla lingua che fu di Dante, arrivava la trilogia composta dall‘epocale “Le radici e le ali” (1991), “Storie d'Italia” (1993) e “Una volta per sempre” (1995), dove il folk-rock elettroacustico sposa una canzone d‘autore politicamente e socialmente schierata, ricca di intensità poetica così come di riferimenti storici e culturali. Il difficile confronto con la dirigenza della WEA, che nel frattempo aveva rilevato il marchio CGD, frenava però l'ulteriore ascesa, nonostante lo spessore di “Fuori dal controllo” (1997) e “Controverso” (2000), e l'accordo con la multinazionale moriva. Delusi dal music-biz, ma comunque determinati a non interrompere un percorso espressivo ed educativo che aveva aperto migliaia di menti e cuori, i due Severini (e sempre diversi compagni) optavano per una carriera lontana dalla “grande” ribalta, fatta di concerti in posti piccoli, di sostegno a giuste cause, di approfondimento del rapporto con la nostra musica popolare. Un'attività semi-clandestina sostenuta da una folta schiera di estimatori e favorita dalla Rete, ma povera per quanto concerne materiale nuovo. Accanto a una mezza dozzina di CD dal vivo più o meno validi e/o pretestuosi, vedevano la luce tre album di studio che, però, proponevano in massima parte cover e revisioni del vecchio repertorio: “Nel tempo e oltre, cantando” (2004), cointestato al gruppo folk La Macina; “Il seme e la speranza”, dedicato alla terra e sponsorizzato dalla Regione Marche; “La rossa primavera” (2011), con i romani Ned Ludd, focalizzato sulla Resistenza. Del nono disco autentico, contenente cioè solo pezzi inediti e magari strutturato in forma di concept, si parlava e si riparlava, ma anno dopo anno la faccenda era ormai divenuta quasi materia da barzellette.

Adesso, però, Marino e Sandro sembrano aver concluso la loro tela di Penelope, e la scorsa settimana hanno dato il via a un crowdfunding (i dettagli) per finanziare il sospirato album, di cui si conoscono già lo splendido titolo – “Sangue e cenere” – e parecchi dettagli (per chi volesse approfondire ecco il sito della band). Nessun dubbio sugli intenti, come spiegato con estrema chiarezza nel disclaimer: “Undici canzoni fatte apposta per raccontare, cantando alcune delle storie che abbiamo incontrato negli ultimi tempi. Storie che abbiamo attraversato e che ci hanno attraversato. Undici canzoni per mantenere vivo il sentimento della memoria, quello strumento, forse l‘unico, che da vinti ci rende invincibili. Undici canzoni per mantenere acceso quel fuoco attorno al quale ci siamo sempre ritrovati, ci siamo stretti e riparati dal buio e dal freddo di una notte che sembra non finire mai. Quel fuoco di sangue e cenere che ogni volta e per sempre ci permette di riscoprire in Noi il senso profondo di una comunità”. Come al solito, da gente concreta quale sono, i Gang volavano basso: cercavano 6.000 euro, forse più per rendersi conto di quanto fossero realmente amati che per effettiva necessità. In un attimo ne hanno raccolti 16.000, destinati a incrementarsi nei 67 giorni che mancano alla chiusura della campagna e a rendere il progetto più bello e importante. Anche se l‘obiettivo-base è già stato raggiunto, sostenendo “Sangue e cenere” si contribuisce a restituire al ruolo centrale che le compete una delle voci più autorevoli e coerenti degli ultimi tre decenni di rock nazionale. Chi lo ritenesse inutile farebbe forse bene a guardare la luna e non il dito.