Come sempre, Sanremo serve a spiegarci il valore delle etichette, positive e negative. La partenza del Festival di Amadeus, ad esempio, ci ha detto ancora una volta che in Italia esistono santi e martiri. D'altronde, è universalmente riconosciuto che il palco dell'Ariston sia il più grande amplificatore mediatico d'Italia e che rientri tra gli sport nazionali preferiti quello di esprimere pareri e giudizi, il più delle volte sprezzanti, su chi ha la fortuna di essere protagonista di Sanremo.

Nella prima categoria c'è sicuramente Tiziano Ferro, tra gli artisti più apprezzati del nostro panorama musicale, che oltre al suo talento è stato in grado, negli anni, di rendersi immune da ogni forma di critica. Il cantante di Latina, ospite fisso di questa edizione del Festival, sceglie di ricordare due monumenti della tradizione musicale italiana, Domenico Modugno e Mia Martini, esibendosi in due omaggi a "Nel blu dipinto di blu" e "Almeno tu nell'universo". Prove canore che, parere di chi scrive, proposte da chiunque altro avrebbero quantomeno fatto storcere il naso, vista qualche stecca e le interpretazioni affatto memorabili. Ferro invece, anche grazie alla commozione sull'omaggio a Mia Martini, ne esce come un eroe nazionale, perché Tiziano è Tiziano e non si discute. Non è una colpa, non si punta il dito contro un cantante di indubbio successo, ma si fa una semplice constatazione della percezione pubblica del personaggio.

Le due cose non hanno una correlazione diretta, ma dall'altra parte, quella dei martiri, c'è il caso di Diletta Leotta, alla quale pare non sia concesso uscire dal rettangolo di un campo di calcio e che viene fatta a pezzi per un monologo su bellezza e femminilità in cui coinvolge sua nonna in prima fila. Niente di memorabile, ben inteso, qualcosa che avremmo dimenticato dopo dieci minuti se a recitarlo sul palco dell'Ariston fosse stata una qualsiasi altra conduttrice che non continua ad essere bersagliata con l'unica argomentazione della sua metamorfosi estetica dall'adolescenza all'età adulta, con un chiaro riferimento alla chirurgia estetica.

Un monologo, quello di Diletta Leotta, che non ha la pretesa di uscire dal perimetro classico in cui si dice che la bellezza conta, ma conta anche studiare e darsi da fare. Prevedibile, certo, ma perché tanto scandaloso? Di cose piatte e irrilevanti a Sanremo ne accadono ogni anno, spinte dal meccanismo del Festival che impone parentesi relativamente brevi da riempire di contenuti simbolici, con un effetto che il più delle volte rischia di essere di facciata. E se consideriamo la cornice "forzatamente" femminista che si è voluta attribuire a questa edizione di Sanremo, quello di Diletta Leotta passa semplicemente come un pezzo del puzzle, che non lascia il segno.

Tiziano Ferro e Diletta Leotta non sono i primi e non saranno certo gli ultimi ad essere catalogati in queste due categorie, che peraltro non sono immanenti e statiche, perché basta un attimo perché si passi da una parte all'altra. I loro casi, rapportati a Sanremo, sono tuttavia determinanti nel farci capire ancora una volta quanto un evento generalista come Sanremo sia, per quanto bistrattato e divisivo, un rilevatore molto preciso dei nostri umori. Come ha sottolineato il neo direttore di Rai1 Stefano Coletta in una interessante dichiarazione, "tutti abbiamo bisogno di pop, perché ci riconcilia con il nostro lato privato e con tutto quello che ogni giorno subiamo dal mondo esterno". E il pop ha i suoi effetti, come quelli dei miti positivi e negativi.