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Raiz su Mare Fuori: “Io e Matteo Paolillo, due camorristi che scrivono canzoni di speranza”

Gennaro Della Volpe è conosciutissimo come Don Salvatore in Mare Fuori, ma è anche colui che ha scritto alcune delle più importanti pagine della musica italiana come Raiz, con gli Almamegretta.
A cura di Francesco Raiola
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Raiz e Matteo Paolillo mare fuori
Raiz e Matteo Paolillo mare fuori

Oggi per la maggior parte degli italiani Gennaro Della Volpe, detto Rino, è Don Salvatore, padre di Ciro e Rosa Ricci, boss protagonista di Mare Fuori. Ma Della Volpe è un pezzo importante della musica italiana contemporanea visto che ha scritto pagine importanti, come Raiz, leader degli Almamegretta, band che ha rivoluzionato la musica italiana negli anni '90, mescolando trip hop, reggae, rap e melodia napoletana. Attualmente fuori con un album in cui rilegge le canzoni di Sergio Bruni ("Si l'ammore è ‘o cuntrario d"a morte"), negli ultimi anni lo abbiamo visto spesso al cinema e in tv, diretto dai Manetti Bros e come protagonista di serie e film come I bastardi di Pizzofalcone e Mixed By Erry, ma è con Mare Fuori, serie Rai ormai cult tra i giovanissimi, che si è ritrovato con un cambiamento di pubblico totale. Della Volpe, inoltre, è il cantante di acune delle canzoni più amate della serie come "‘O mar for", "Ddoje Mane" e "Tic Toc".

Mi parli dell'esplosione di Mare Fuori e del tuo personaggio?

È stato incredibile vedere la mia fama, legata all'underground, trasformarsi in una fama gigantesca però legata al personaggio che interpreto in Mare fuori: da Raiz sono diventato Don Salvatore o anche il padre di Ciro e Rosa Ricci. Per me è molto divertente, anche perché mi regala un pubblico assolutamente diverso, giovanissimo, che non ha idea di cosa siano gli Almamegretta, anche se, andando a scavare, partono da Don Salvatore e molti mi scrivono di aver scoperto le mie canzoni, che ho una band, che ho scritto questo, questo e quest'altro. Anche all'interno del cast, coi ragazzi che ormai considero miei figli, più di uno ha i genitori che ascoltano gli Almamegretta. Penso a Cardiotrap, Domenico Cuomo, che ci conosce benissimo, perché suo padre gli ha passato i dischi, poi lui è amante del reggae.

Come è nata questa collaborazione?

Mare Fuori è un lavoro strano e molto bello, è scritto in maniera molto semplice, che non vuol dire banale, ma in modo che possa arrivare a quante più persone possibile. I personaggi sono vari, multiformi, ognuno si può riconoscere in qualche personaggio e soprattutto c'è un grande ascolto per coloro che ci hanno lavorato. È bizzarro, per esempio, che nella colonna sonora, composta da un artista bravo come Stefano Lentini, siano presenti, più di una volta, gli attori della serie. Io e Matteo Paolillo stiamo scrivendo le canzoni ed è stranissimo il fatto che siamo i personaggi più cattivi della serie, i camorristi senza speranza, che però scrivono tutte canzoni di speranza. Sembra strano che il cast generi anche gran parte della musica, penso sia una cosa nuova, non so se è successo già.

Il fatto, quindi, che ormai tu sia più Don Salvatore che Raiz per un pezzo di pubblico non ti crea alcun problema?

La musica ha dei paletti, non riesce sempre a passare da una generazione all'altra, ma quando passa è musica, quindi se ti piace ti piace e se non ti piace non ti piace. Le storie che racconto e che ho sempre raccontato – penso a canzoni come "‘O bbuono e ‘o malamente" e "47" in Lingo – stanno benissimo con la narrativa di Mare Fuori  potrebbero, almeno nel testo, essere pezzi usati per questo tipo di storia.

Stare dentro la contemporaneità, però, non è semplice…

Il fatto di cantare in napoletano e avere sempre ben presente la melodia napoletano, come riferimento, mi rende un classico, quindi va bene per tutte le stagioni. Poi saper stare al passo coi tempi non vuol dire fare l'"adultescente", basta fare l'adulto che sa ascoltare. Io ho sempre questo terrore, specie quando lavoro con attori molto giovani, cerco di stare in punta di piedi, anche negli happening, nel backstage, perché so cosa pensano: tra la mia generazione e la loro ci sono tantissime differenze però non ci sono le stesse differenze che c'erano tra la mia generazione e quella di mio padre, noi per molti motivi siamo più simili. Nonostante ciò, però, ho il terrore di fare la fine del padre che entra nella stanza del figlio mentre fa la festa con gli amici cercando di fare il giovane.

E invece le canzoni come nascono?

Nascono dalla collaborazione tra me e Lentini, che è un musicista di formazione classica, un pianista, che ha tantissime idee, ma che sa scrivere anche cose semplici. Quando mi faceva ascoltare le cose gli chiedevo sempre di togliere tutto, lasciarmi solo l'armonia col piano, così da costruirci la canzone e casomai aggiungere cose dopo. È così che sono nate le canzoni. I testi sono sempre più o meno riferiti alla sceneggiatura e alle storie che succedono nella serie. Per esempio Tic Toc racconta proprio l'omicidio che mio figlio, Ciro, fa su mia commissione: quando lo fa non riesce a togliersi la puzza della polvere da sparo da dosso, dopo aver ammazzato quello che era un suo amico e canta: "Eppure il profumo di queste lenzuola non cancella il fumo della pistola", guarda le sue scarpe nuove, però ha commesso un omicidio e questo l'ha cambiato completamente.

Come è cambiato Don Salvatore in questi anni?

Ho cominciato a scrivere delle canzoni quattro anni fa. Avevo il ruolo di attore, anche se nella prima stagione appaio pochissimo, Don Salvatore è un personaggio che sta soprattutto dietro le quinte, che aleggia ed è il mandante di questi figli che finiscono in galera. È il boss riconosciuto da tutti i ragazzi che stanno nel carcere minorile, quindi mio figlio è lì ed è boss perché io sono boss. Nella seconda stagione appaio un po' di più, inizialmente dovevo fare da ponte per l'ingresso di un'altra mia figlia, Rosa, e mentre facevamo queste cose qui il mio personaggio si è allungato e nella terza stagione mi hanno dato un ruolo più tangibile.

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