Quentin40 (foto di Arianna canali)
in foto: Quentin40 (foto di Arianna canali)

Sulla copertina di "40" la foto di Vittorio Crisafulli, vero nome di Quentin40, è spaccata, così da nasconderne l'identità, quasi una risposta all'anno di popolarità che ha seguito l'esplosione di "Thoiry", la canzone che nel 2018 ha un po' messo il turbo a una scena intera, grazie alla versione ex novo fatta da Achille Lauro e Boss Doms, che hanno colto tra i primi le potenzialità di Quentin e del suo stile spezzato. Non è semplice introdurre novità di rilievo in un mondo, quello musicale e del rap, che da un po' di anni è diventato il nuovo pop, quindi percorso in tantissime delle sue strade reali e potenziali. ma Quentin ha fatto una cosa molto semplice (ovviamente col senno di poi sa di uovo di Colombo), ovvero, ispirato dalla Francia, e dal capolavoro di Mathieu Kassovitz, "L'Odio" (a cui si ispira sia "Thoiry" che "Giovane1", ha cominciato a spezzare le parole, rendendole tronche e più facili da rimare, facendone uno stile proprio e immediatamente riconoscibile e portando anche grandi della scena italiana, come Fabri Fibra, a seguirlo, nell'unico feat del suo album iniziale. Un anno e mezzo fa, Vittorio faceva il barista, oggi entra nella classifica degli album più venduti d'Italia.

Ciao Vittorio, levami una curiosità, quando ascoltai Thoiry ero convinto che l’idea delle parole tagliate venisse direttamente dalla Francia, poi, invece, scopro che nasce ad Aprilia, fammi capire…

Guarda è stato un insieme di cose, anche questo, per esempio nel film "L'Odio" è rappresentata una generazione di questi ragazzi per strada che comunque hanno questo slang che non è solo quello di invertire le parole, ma di giocarci, proprio.

Parli del verlan (gergo usato in Francia cambiando l'ordine delle sillabe), che usi, ad esempio, quando canti “C'ho 40 mmigra” ("C'ho 40 grammi"). Insomma, torniamo in Francia, alla fine.

Certo, è proprio l'idea del giocare con le parole che è una cosa che riguarda molto la mia generazione, quella più giovane, vedo anche molti ragazzi che adesso hanno cominciato a fare nuove cose, farlo.

Mi capita di parlare spesso con i tuoi colleghi e la Francia è un riferimento comune, anche nel suono, da Sofiane a Ninho: è un mondo a cui guardi?

Sì, assolutamente, la cosa che mi ha colpito dall'inizio di questa cosa è proprio il suo essere una Cultura venuta fuori come una cosa a sé, un'identità europea, un rap molto più vicino al nostro. Certo, ascolto anche molto rap americano, però penso che ultimamente le cose si stiano un po' congiungendo anche grazie a internet. Quella cultura si è evoluta ed è arrivata e oggi è arrivata al punto che la puoi anche ascoltare a tavola.

Senti, parliamo di "40", dentro mi sembra come se avessi voluto metterci un po’ tutto, un compendio di quello che sai fare.

Abbiamo cercato di dare una forma a questo progetto pian piano nel tempo, abbiamo cercato di non snaturarlo per niente, proprio perché racchiude un grosso periodo temporale e abbiamo cercato di ricongiungere l'ordine cronologico tra tutti i pezzi, questa è proprio la maniera che abbiamo noi di lavorare: a un certo punto ci siamo guardati e ci siamo detti ‘Tiriamo fuori questa roba vera, così com'è, com'è nata e come è andata nel tempo', cerchiamo di lasciarla più vera possibile.

Dovendo lavorare per un album e non singoli, come avete lavorato assieme tu e Dr Cream?

Conosco Dr Cream da un po', ho cominciato a fare musica nel suo studio, non ci ero mai entrato prima e ormai parliamo di tre anni e mezzo fa, gli bussai e cominciammo a fare qualche pezzo insieme, poi dopo tre, quattro registrazioni fu lui a dirmi di fare seriamente questa cosa: ‘Dedichiamogli del tempo, vediamo che riusciamo a tirare fuori', insomma, mi ha dato tanta fiducia, mi ha dato modo di provare, di sperimentare, perché fino a quel giorno non era mai stato così, ho cercato di buttare tutto in un unico pezzo, di sfogare, quello, insomma, che fanno i ragazzi alle prime armi e per me è stata una grande fortuna incontrarlo: m'ha dato una direzione e fiducia nello spezzare le parole.

In “Inverno” canti "Liriche, solo liriche prima ancora di ‘sta roba mi bastava scriverle”. È pieno di rapper che rivendicano di aver cominciato a fare rap fin da piccoli”, tu invece hai cominciato veramente poco fa, giusto? Insomma, non mi sembri uno di quelli che "Faccio questo da quando sono piccolo", giusto?

Neanche mi piacerebbe crearmi questa cosa intorno, io dico la verità: fino a 18 anni ho sempre ascoltato, scritto cose che tenevo per me, non mi sono mai affacciato a queste cose, mai conosciuto rapper, e forse proprio questo ha permesso che venisse fuori qualcosa di diverso.

La svolta è stata Thoiry?

Guarda, è un discorso un po' strano, io avevo tagliato le parole in un paio di pezzi, "Mamma mia" e "Thoiry", appunto, ma nessuno si era accorto di me. Io mi aspettavo una reazione del pubblico, di chiunque, ma lo stesso Puritano, che è con me in Thoiry, mi disse: ‘Ma che ti aspettavi? Ti aspettavi veramente qualcosa?' e io dissi di sì. Però come al solito senza una consacrazione, senza qualcuno che prenda questa roba e dica ‘Ehi, questa roba è figa' le cose non funzionano molto.

Thoiry ha cambiato qualcosa, comunque, ti ha mostrato come qualcuno che ha portato qualcosa di diverso e oggi non è così facile.

Mi fa piacere perché l'ho fatto col cuore. Io devo tutto alle persone che hanno lanciato questo pezzo, altrimenti non sarebbe arrivato a tutti.

Dici spesso di esserti trovato in questo mondo non aspettandoti il successo…

Catapultato, esattamente, magari ho avuto bisogno di tanto tempo per capire me stesso e la direzione in cui volessi andare. Da quando non lavoro più, da un anno e mezzo, mi sono messo col mio produttore a lavorare, non ho solo scritto, abbiamo fatto tante cose nuove. Non so ancora dove andrà a finire questa cosa, ma finché sento che c'è lo stesso sentimento che ci ha fatto iniziare credo che andremo avanti.

Che facevi un anno e mezzo fa?

L'ultimo lavoro, quello da cui mi sono tolto, era il barista, ho avuto la fortuna che un amico mi insegnasse il mestiere, sai, venivo da tutt'altro, lui m'ha dato fiducia, e per un anno ho fatto quello, prima lavoravo a Leroy Merlin. Diciamo che dopo la scuola ho fatto dei lavoretti con un signore che conoscevo e lavoravo con i suoi muratori, davo una mano, facevo il garzone, imparavo due cosette, poi mi hanno preso alle vernici da Leroy Merlin e ci sono stato un anno e mezzo.

Poi ti sei ritrovato improvvisamente in un mondo completamente diverso da quello in cui venivi, che, tra l'altro, come mi dicevi non conoscevi neanche. Come hai fatto a gestire queste differenze?

Vivo a Milano da un anno e mezzo e questo è stato il più grande cambiamento, mi ha influenzato tanto anche artisticamente, anche il solo scoprire come stanno le cose. È inevitabile che cambi la testa di un ragazzo, venivo da tutt'altra realtà e ho scoperto che persone come me, come il me di Roma, sono viste solo come ascoltatori: un ragazzo non sa nulla di quello che succede su, non sa bene come armarsi. Darebbe molta sicurezza sapere come funziona tutto, una sicurezza che gli permetterebbe di fare molto di più e di credere molto più in quello che fanno.

Perché è una struttura più forte di quella che si immagina dal di fuori?

Assolutamente, proprio perché quando ci sono le persone che decidono e gestiscono è dura, il talento è l'unica cosa che può portare un ragazzo da una parte all'altra dell'Italia, purtroppo ci sono mille dinamiche che ci distraggono da questo. Oggi, poi, col telefonino puoi diventare  famoso in un giorno, avere l'attenzione di molte persone e questa cosa potrebbe essere negativa, secondo me.

Chi ti ispira? 

Da quando sono su ho avuto modo di conoscere quasi tutti e forse il mio punto di vista è cambiato non poco rispetto a quando ero ascoltatore. Se devo essere sincero, se c'è un rapper con cui sono cresciuto è proprio Fabri Fibra che ho già citato tante volte, e poi c'è Marracash.