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Opinioni
29 Agosto 2022
16:52

Perché è ingiusto che Victoria dei Maneskin non possa mostrare un seno nudo e Damiano sì

La censura di Mtv all’esibizione dei Maneskin riporta alla mente il problema del doppio standard sui corpi maschili e femminili.
A cura di Jennifer Guerra
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Damiano e Victoria durante l’esibizione agli Mtv Vma 2022 (Theo Wargo/Getty Images for MTV/Paramount Global)
Damiano e Victoria durante l’esibizione agli Mtv Vma 2022 (Theo Wargo/Getty Images for MTV/Paramount Global)

Sembra che MTV abbia censurato la performance dei Måneskin, vincitori del premio per il miglior video alternativo, durante gli ultimi Video Music Awards. I fan hanno notato come sui canali social di MTV si potessero vedere clip dell’esibizione con inquadrature ravvicinate, mentre sono andate in onda solo riprese da lontano o addirittura aeree. È plausibile che il motivo di questa apparente censura starebbe non nell’outfit di Damiano, che indossava un paio di chaps che lasciavano scoperto il sedere, ma nel fatto che Victoria abbia perso un copricapezzolo mentre suonava, lasciando un seno nudo.

Damiano non è infatti il primo artista a sfoggiare un outfit del genere sul palco di MTV: nel 1991, proprio ai VMAs Prince cantò Get Off con un intricato completo giallo tagliato proprio intorno alle natiche. Per questa censura ci troviamo di fronte un caso lapalissiano di doppio standard: se un uomo si esibisce con il petto e il sedere nudo nessuno si scandalizza, se a una donna si vede un capezzolo bisogna nascondere subito il misfatto. Questo perché il capezzolo femminile non viene considerato una parte del corpo come un’altra (che per giunta hanno anche i maschi), ma necessariamente una parte erotica, da nascondere per la pubblica decenza.

Negli Stati Uniti, ciò che può essere o non essere mostrato in televisione è regolato dalla Federal Communications Commission (Fcc). Secondo la Fcc, un contenuto può essere considerato “osceno” se soddisfa tre criteri stabiliti dalla Corte Suprema: “Deve fare appello all'interesse pruriginoso di una persona media; rappresentare o descrivere la condotta sessuale in modo palesemente offensivo; e, nel suo insieme, mancare di serio valore letterario, artistico, politico o scientifico”. Se non dovesse soddisfare tutti e tre i criteri, potrebbe comunque essere considerato “indecente”. Queste regole sono state rafforzate proprio a causa di un incidente simile a quello dei Måneskin: nel 2004, alla fine della sua performance durante l’halftime show del Super Bowl, Justin Timberlake strappò un pezzo del costume di Janet Jackson, rivelandone il seno nudo per circa un secondo. Lo scandalo fu tale da rovinare la carriera di Janet Jackson e imporre regole ferree sulla nudità in televisione.

A nessuno importò che tutta la performance fosse stata sessualmente allusiva e soprattutto a nessuno importò che fosse stato Timberlake a denudare Jackson: tutto lo scandalo ruotava intorno al seno nudo di lei, che pagò il prezzo più alto di questa esibizione non richiesta. Poiché Jackson aveva una decorazione intorno al capezzolo, molti la accusarono di aver concordato il gesto per farsi un po’ di pubblicità, ma basta vedere l’espressione scioccata della cantante per capire che non aveva affatto acconsentito a essere spogliata. Justin Timberlake, il responsabile materiale dell’esibizione del seno, non subì alcuna conseguenza né mediatica né lavorativa, ma anzi la sua carriera beneficiò del cosiddetto Nipplegate.

L’oscenità del seno è un fatto del tutto culturale: come ha ricostruito Marilyn Yalom nel suo A History of Breast, non solo il seno non è considerato erotico in tutte le culture, ma anche in quella occidentale non ha avuto sempre lo stesso valore. Al seno, scrive Yalom, è sempre stata attribuita la qualità di essere buono o cattivo. Buono perché quando nutrimento al neonato o quando viene utilizzato come simbolo politico (pensiamo al seno nudo della Libertà che guida il popolo di Delacroix). Cattivo quando è una donna a decidere di scoprirlo, come Lady Macbeth o le prostitute più volte citate nella Bibbia.

È chiaro che non si possa ignorare il fatto che il seno è caricato di un immaginario erotico, anche se di natura “artificiale” e non trasversale a tutte le epoche e le culture. Dire che il seno è solo qualcosa di naturale o addirittura negare che possa essere sessualizzato non giova a una visione positiva della sessualità. Il problema del doppio standard infatti non sta nell’eroticizzazione di una parte del corpo, ma nella sua ipocrisia: se le più esplicite allusioni al sesso vengono tollerate, se un outfit chiaramente erotico indossato da un uomo non crea scompiglio, perché bastano quei pochi centimetri incriminati di pelle femminile nuda a far scattare la censura? Perché due capezzoli identici, come sono quello maschile e femminile, cambiano valore a seconda del corpo cui appartengono? Questo meccanismo è molto evidente su Instagram dove un capezzolo femminile viene rimosso alla velocità della luce, mentre la foto del pene di Tommy Lee è rimasta visibile per più di tre ore finché non è stata rimossa dall’autore.

L’alternativa al doppio standard non può essere la censura della controparte o l’idea sessuofobica che il seno sia soltanto un organo adibito all’allattamento. L’esibizione dei Måneskin è una celebrazione gioiosa della sessualità e tanto Damiano quanto Victoria hanno diritto a esibire sul palco il proprio corpo come desiderano. Se la visibilità di un capezzolo femminile diventa l’unico fattore per determinare l’oscenità di un’immagine, è perché non riusciamo ancora a tollerare ciò che quell’immagina porta con sé. Non un seno “buono”, che verrebbe probabilmente censurato lo stesso, ma un seno “cattivo” perché mostrato con libertà e autodeterminazione. Ma il seno non ha una connotazione morale: il seno è un seno, e quindi è corpo, nutrimento, sensualità, natura. L’oscenità sta solo in chi lo guarda.

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Jennifer Guerra è nata nel 1995 in provincia di Brescia e oggi vive in provincia di Treviso. Giornalista professionista, i suoi scritti sono apparsi su L’Espresso, Sette, La Stampa e The Vision, dove ha lavorato come redattrice. Per questa testata ha curato anche il podcast a tema femminista AntiCorpi. Si interessa di tematiche di genere, femminismi e diritti LGBTQ+. Per Edizioni Tlon ha scritto Il corpo elettrico. Il desiderio nel femminismo che verrà (2020) e per Bompiani Il capitale amoroso. Manifesto per un Eros politico e rivoluzionario (2021). È una grande appassionata di Ernest Hemingway.
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