Motta
in foto: Motta

Ne ho viste troppe, di cadute rovinose di grandi promesse, per lanciarmi in affermazioni roboanti tipo “Ho visto il futuro del rock d’autore italiano e il suo nome è Motta”, ma una cosa posso scriverla con totale serenità: nell’ambito di cui sopra, l’esordio da solista di (Francesco) Motta è, fino a oggi, la più bella sorpresa del 2016. L’album, pubblicato (anche in vinile) dalla sempre più lanciata Woodworm, si intitola ‘La fine dei vent’anni‘ e non è solo una raccolta di brani brillanti ed eclettici; come rimarcato dalla scelta – coraggiosa e non vanitosa – del volto in copertina, è il fedele resoconto di una fase importante del percorso del suo autore; un percorso umano prima che artistico che si snoda fra malinconie e speranze, fra le certezze acquisite e il senso di precarietà che affligge un’intera generazione. Una catartica presa di coscienza in dieci canzoni dalla quale prorompe la capacità di raccontare se stesso e, al contempo, un mondo in cui ogni quasi-trentenne – almeno, ogni quasi-trentenne che si ponga interrogativi di tipo esistenziale; i decerebrati che si nutrono solo di facezie non contano – può immediatamente ritrovarsi. Dal particolare all’universale, insomma, in trentasette minuti di suoni/parole di grande forza suggestiva e coinvolgente, che da un paio di settimane sono oltretutto portati in giro per l’Italia; quattro le tappe alle spalle (Pisa, Trieste, Pistoia, Roma), moltissime altre in cantiere da qui a fine maggio e oltre, per uno spettacolo che accentua l’efficacia – già notevole nel lavoro di studio – delle atmosfere e delle dinamiche.

Per Francesco Motta, i giorni da ventenne non sono in realtà terminati: il fatidico trentesimo compleanno arriverà il prossimo 10 ottobre, ma è un dettaglio. A contare, invece, sono le esperienze fin qui accumulate da quando, nella Pisa dove viveva prima di trasferirsi a Roma, fondò giovanissimo i Criminal Jokers. Sacrosanta gavetta fino alla scoperta da parte di Andrea Appino degli Zen Circus, invaghitosi della band al punto di produrre per la sua IceForEveryone – si era nel 2009 – il debutto “This Was Supposed To Be The Future”, in inglese. Il successivo, intenso vissuto del cantante, chitarrista e songwriter, con il suo gruppo e “conto terzi” (musicista per Nada, Il Pan Del Diavolo e Giovanni Truppi, tecnico del suono degli Zen Circus), confluiva nel 2012 in ‘Bestie', prima prova dopo l’inevitabile passaggio ai testi in italiano, che portava a riscontri più ampi e fungeva da base per il necessario distacco dalla dimensione collettiva e il varo della carriera in proprio. Da qui, ‘La fine dei vent’anni', frutto di un sodalizio stretto e a più livelli – produzione, arrangiamento, in alcuni pezzi scrittura – con Riccardo Sinigallia, autentico esteta del binomio musica-emozioni nel campo del pop “alto”; e l’alchimia, che sulla carta appariva improbabile, ha funzionato splendidamente, cementata dai contributi creativi di una piccola schiera di illustri ospiti quali Laura Arzilli, Cesare Petulicchio dei Bud Spencer Blues Explosion, Andrea Pesce, Alessandro Alosi de Il Pan del Diavolo, Giorgio Canali, Andrea Ruggiero.

Sul piano stilistico, l’album offre un campionario davvero considerevole di soluzioni, alle quali la voce agrodolce e un po’ “svogliata” di Francesco e le trame sonore limpide anche se urticanti conferiscono peraltro coerenza d’insieme. In estrema sintesi si parla di pop-rock, ma a dispetto dei toni nel complesso tendenti al crepuscolare la tavolozza dei colori è straordinariamente ricca. Ogni traccia suggerisce più di un (possibile) riferimento diverso, ma senza che ciò faccia pensare a un’ispirazione poco focalizzata o, peggio, dispersiva; anzi, scoprire come nello stesso disco possano coesistere con la massima naturalezza e senza alcun attrito ballate sognanti, ossessività quasi tribale e digressioni filo-psichedeliche, il tutto giocato fra r’n’r essenziale, pop evocativo, echi esoticheggianti e ritocchi elettronici, rende l’ascolto più che mai stimolante. Qui l’artificiosità e la pretestuosità autoreferenziale di tanto indie-rock non sono per fortuna di casa, e il risultato ha il sapore della freschezza e del candore… benché da esso emergano perizia, talento, genuino carisma. Da un lato la celebrazione di una fine, dall’altro la più radiosa delle aurore.