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8 Dicembre 2014
12:32

Morire sul palco e chiedere anche scusa, è tutto qui il senso di un artista

Mango è morto sul palco e, nel farlo, ha chiesto anche scusa: chi lo trova beffardo e parla di sciacallaggio dei media, commette un grave peccato di superficialità. È questa la fine di una grande esistenza.
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Chiedete pure ad un artista, potesse avere possibilità di scelta, come preferirebbe esalare il suo ultimo respiro, vi risponderà: "In scena". Non dovesse rispondervi così, statene certi, lui non è la persona che avete sempre pensato di conoscere e tutta la sua arte è più fasulla di una banconota da 30 euro. Mango è morto sul palco, da vero artista, e lo ha fatto mentre intonava le prime strofe di "Oro" in un concerto evento di beneficenza a Policoro, nella sua Basilicata. Le immagini, sì drammatiche, ci mostrano in realtà una serie di circostanze che non potevano essere più felici per un artista che saluta la vita terrena. L'abbraccio del pubblico, quello della propria terra, quel pubblico al quale Mango ha chiesto anche scusa prima di salutare.

Morire sul palco e, nel farlo, chiedere anche scusa: chi lo trova beffardo, commette un grave peccato di superficialità. Che magnifica occasione si è presentata per un uomo che ha dato la sua vita alla musica, che ha sperimentato e cantato l'amore parlando della terra e i suoi elementi, in compagnia di artisti di primissimo piano (da Mogol, con cui scrisse "Il viaggio" a Lucio Dalla, con cui firmò "Bella d'estate"). Ispirato da sempre dalla poesia (Pessoa su tutti), non poteva trovare modo più romantico per l'ultimo saluto.

Oggi chi parla di sciacallaggio nel diffondere le immagini del malore di Mango al PalaErcole, in un'epoca storica dove sono i portali, sì crudi perché reali, come LiveLeak a raccontare davvero il mondo per quello che è, sbaglia due volte: con sé stesso, perché confonde il sensazionalismo con le emozioni, e con quanti oggi soffrono la mancanza del cantante lucano, che fino alla fine ha rispettato il patto solenne, invisibile, tacito e che non conosce blasoni o gerarchie, che c'è con lo spettatore. E quando non ne ha avuto più, ha lasciato ancora un momento il microfono al pubblico. Poi, con orgoglio: "Scusate". È questa la fine di una grande esistenza.

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