"It's my life", certo, la canzone più nota dei Talk Talk, l'inno in cui tutti possono ritrovarsi, dal fan sfegatato di quella creatura creata da Mark Hollis, la cui notizia della morte è arrivata in condizioni ancora non chiarissime ieri, all'ascoltatore superficiale, quello che l'ha beccata qualche mattina lanciata da qualche radio. Eppure Mark Hollis era anche altro, tanto altro, era anche un album come "Spirit of Eden" e "Laughing Stock", qualcosa che andava oltre la matrice pop per cui in tanti lo ricordano e apriva strade verso il post-rock, un album Spirit, che parte con tre minuti e mezzo di strumentale prima di ascoltare la voce di Hollis, ma basterebbe anche ascoltare "Eden" per farsene un'idea.

Paul Webb: un genio

Un personaggio schivo, che a un certo punto aveva deciso di allontanarsi dal mondo dello showbiz, dopo averlo vissuto appieno negli anni '80, Hollis è uno di quelli di cui ci si ricorda sempre un po' troppo tardi eppure la sua scomparsa definitiva – quella per cui non esiste più speranza di un ritorno – ha lasciato un vuoto enorme intorno e in tanti si sono riversati sui social per ricordarlo, ricordare quegli anni pop ma anche la svolta new romantic e i germi del post rock, appunto: "A livello musicale è stato un genio – ha scritto il bassista Paul Webb – ed è stato un onore e un privilegio essere stato in un gruppo con lui" e soprattutto anche lui spiega di aver perso da tempo i contatti con lui (la notizia della morte è stata data da un cugino acquisito) "Non vedevo Mark da tanti anni, ma come molti musicisti della nostra generazione sono stato profondamente ispirato dalle sue idee musicali pionieristiche. Sapeva come creare una profondità di sentimento con il suono e lo spazio e lo faceva come nessun altro. È stato uno dei grandi se non il più grande".

Il ricordo di Colapesce

Lo hanno ricordato in tanti, dai Broken Social Scene ai The The, e in Italia è stato Colapesce uno di quelli che ha voluto spendere una parola per un artista che ne ha influenzato molto un pezzo importante del suo percorso artistico, come dichiarò in varie interviste che fece durante Egomostro e come ha fatto a caldo sui suoi profili social: "Per i primi 19 secondi di questa canzone ("The colour of Spring", ndr) non succede assolutamente nulla, sentirete solo il silenzio. Non è un errore, è una lezione di vita, è il brano di apertura di uno dei dischi che forse più ho ascoltato negli ultimi 10 anni – scrive il musicista siciliano, che nel 2017 ha pubblicato "Infedele" -. Devo tanto a Mark Hollis, l'ascolto dei suoi lavori mi ha insegnato il concetto di dinamica, di pieno e di vuoto, la discrezione che diventa poesia. Quando registrai Egomostro ero completamente ossessionato dalle ultime produzioni dei Talk Talk, dal suo disco solista e da Hex dei Bark Psychosis da lui prodotto". E in quell'album c'era anche una dedica esplicita: "Nel mio disco gli ho pure dedicato una canzone "Dopo il diluvio" (dalla sua meravigliosa After the flood). Quando uscì Spirit of Eden nell'88, Hollis era avanti esattamente 12 anni (provate ad ascoltarlo prima di Kid A dei Radiohead) brani come Eden e Desire sono perle di quel decennio, martoriato perlopiù da pop appariscente ego-riferito".

Il debutto dei Talk Talk con Mike Bongiorno

"Per i giovani la sorpresa sarà interessante e gradita, perché parliamo di un complesso che sta andando per la maggiore, ha spopolato in Inghilterra in questi ultimi due anni e sono al debutto in Italia, siamo tra i primi a presentarveli, sicuramente faranno uno sbrego, passatemi il termine, soprattutto voi giovani". Era il 1984 quando Mike Bongiorno presentò così la band a Superflash, il programma in cui presentarono al pubblico italiano proprio "It's my life". Era la prima volta della band in Italia: "Con questi ragazzi sta nascendo un nuovo tipo di musica, quella musica aggressiva che piace ai giovani che ha qualcosa di romantico, c'è un miscuglio, qualcosa di nuovo che non avevamo mai sentito prima" dice il presentatore a Hollis".