Domenica scorsa, il tour estivo di Alessandro Mannarino ha fatto tappa nella Roma che dell'artista è la città natale: stadio del tennis gremito in ogni ordine di posti e obbligo per il management di fissare una nuova data – 11 settembre, nella stessa cornice – per accontentare chi è rimasto fuori a causa del sold out e tutti coloro che vorranno rivivere quella che è stata certamente una festa. Due ore e mezza di musica e spettacolo dove le esigenze sceniche e il trasporto emotivo legati al secondo non hanno soffocato lo spessore e la brillantezza della prima ma li hanno, anzi, esaltati. I meriti vanno suddivisi fra il protagonista, performer ormai rodatissimo, e il formidabile ensemble di undici elementi che lo affiancava: un florilegio di chitarre, fisarmonica, archi, fiati, basso e contrabbasso, batteria e percussioni, tastiere e cori (menzione d‘onore per la bravissima Simona Sciacca, cui sono stati riservati pure spazi da vedette) perfetto per rimarcare l‘impronta bandistica di ampi stralci del repertorio, ma evitando di scivolare – come capita a più d‘uno – in caciare da sagra paesana. In questo set, invece, tutto è impetuoso e trascinante ma misurato, bilanciato e suggestivo, proprio come un palco dove le luci sobrie e un allestimento giocato su pali del telefono, un ponticello da giardino giapponese e alberi scheletrici accompagnano una policroma giostra di cambi di posizioni, di strumenti e di abiti. Azzeccatissime, poi, le sporadiche e mai forzate apparizioni di personaggi mascherati, a ribadire la sintonia del Nostro con la dimensione teatrale.

Mannarino-Auditorium-Roma
in foto: Mannarino al Foro Italico (Foto di Paolo Palmieri)

Per Mannarino, insomma, non vale il detto “nemo propheta in patria”. La platea dell'Urbe, nella circostanza variegata sotto il profilo anagrafico e in larga parte femminile, ha esternato con canti, salti, balli e grida di incitamento l'amore per il concittadino. Lui, a tratti commosso, l'ha ripagata dando fondo a ogni sua energia e terminando il concerto stanco e piuttosto rauco, ma felice. E, comunque, lucidissimo, anche nel rivolgere ”saluti rispettosi” alla Banda Bassotti presente nel parterre; un sincero tributo al gruppo che è un autentico monumento del rock antagonista non solo capitolino, ambito del quale il quasi trentacinquenne cantautore, benché con modalità peculiari, è indubbiamente una figura significativa. Al di là dell'indole frizzante di alcune trame sonore e di qualche atteggiamento gigionesco, infatti, il titolare di “Bar della rabbia”, “Supersantos” e “Al monte” ha molto a cuore un messaggio politico e sociale di critica – dotta, non sloganistica e imbevuta di ironia – alle deviazioni del potere, sia esso politico, culturale o religioso; non sempre “in direzione ostinata e contraria”, come il Maestro cui Alessandro proverebbe forse imbarazzo a essere accostato, ma intensa, profonda, genuina. E toccante in maniera positiva, sebbene i temi affrontati siano spesso, e non potrebbe essere altrimenti, amari.

È stato coraggioso e lungimirante, Mannarino, ad assecondare in fretta la sua vena espressiva “alta”, prendendo un po' le distanze dall‘immaginario etilico e magari troppo ruspante dei brani – uno su tutti, “Me so‘mbriacato” – con i quali ha ottenuto i primi, veri consensi fuori dal GRA; considerati i pregiudizi imperanti sulla romanità, il rischio concreto era quello di non riuscire a scrollarsi di dosso un'etichetta riduttiva e fuorviante, come accad(d)e ad esempio al Piotta di “Supercafone”. Senza ripudiare la comunicazione diretta e all'occorrenza esuberante, né tantomeno la sua vocazione da menestrello folk cosmopolita, Alessandro ha saputo trovare la giusta via di mezzo tra l'erudito e il popolare, tra il rigoroso e l‘istintivo, tra il serio e il faceto; persino una sua personale “tristallegria”, per dirla con le parole di un altro maestro. Può ancora crescere e di sicuro lo farà, ma quella che intanto sta raccogliendo è già vera gloria.

La scaletta del concerto