La notte prima delle foreste o meglio La nuit juste avant les forêts è un atto unico del drammaturgo e regista francese Bernard-Marie Koltès del 1977 È questo il testo letto da Pierfrancesco Favino sul palco di Sanremo. Un testo di cui lo stesso attore romano ebbe a dire, in una sua recente intervista:  "Sono innamorato di questo testo, perché Koltès sceglie di non dare risposte e le sue parole creano immagini, emozioni… direi che è più vicino alla musica. Racconta una storia che riguarda tutti, il bisogno estremo degli altri, dello stare insieme e, al tempo stesso, l’insofferenza dello stare insieme".

Il testo del monologo di Pierfrancesco Favino.

Bisognerebbe stare dall’altra parte senza nessuno intorno, amico mio
quando mi viene di dirti quello che ti devo dire, stare bene tipo sdraiati sull’erba, una cosa così
che uno non si deve più muovere con l’ombra degli alberi.
Allora ti direi: ‘qua ci sto bene, qua è casa mia, mi sdraio e ti saluto’.
Ma qua, amico mio, è impossibile, mai visto un posto dove ti lasciano in pace e ti salutano.
Ti dobbiamo mandare via, ti dicono, vai là, tu vai là
vai laggiù, leva il culo da là
e tu ti fai la valigia, il lavoro sta da un’altra parte,
sempre da un’altra parte che te lo devi andare a cercare,
non c’è il tempo per sdraiarsi e per lasciarsi andare, non c’è
il tempo per spiegarsi e dirsi ‘ti saluto’.
A calci in culo ti manderebbero via, il lavoro sta là, sempre più lontano, fino in Nicaragua.
Se vuoi lavorare, ti devi spostare, mai che puoi dire ‘questa è casa mia e ti saluto’
tanto che io quando lascio un posto ho sempre l’impressione che quello sarà casa mia,
sempre di più di quello in cui vado a stare.
Quando ti prendono a calci in culo di nuovo, tu te ne vai di nuovo
là dove te ne vai sei sempre più straniero, sempre meno a casa tua.
E quando ti prendono a calci in culo, tu te ne vai di nuovo
quando ti giri a guardarti indietro, amico, è sempre il deserto.
Fermiamoci una buona volta e diciamo ‘Andate a fanculo’
io non mi sposto più, voi mi dovete stare a sentire
se ci sdraiamo una buona volta sull’erba e ci prendiamo tutto il tempo
che tu racconti la tua storia, quelli venuti dal Nicaragua
che ci diciamo che siamo tutti, più o meno stranieri
ma che adesso basta, stiamo a sentire, tranquilli, tutto quello che ci dobbiamo dire
allora sì che capisci che a loro non gliene frega un cazzo di noi.
Io mi sono fermato, ho ascoltato, mi sono detto: ‘Io non lavoro più’
finché non ve ne frega un cazzo di me.
A che serve che quello del Nicaragua viene fino qua e che io vado a finire laggiù
se da tutte le parti la stessa storia.
Quando ho lavorato ancora, ho parlato a tutti quelli presi a calci in culo che sbarcano qua
per trovare lavoro e loro mi sono stati a sentire.
Io sono stato a sentire quelli del Nicaragua che mi hanno spiegato com’è da loro
Laggiù c’è un vecchio generale, che sta tutto il giorno e tutta la notta al bordo di una foresta
gli portano da mangiare perché non si deve spostare
che spara su tutto quello che si muove
gli portano le munizioni quando non ce ne ha più.
Mi parlavano di un generale coi suoi soldati che circondano la foresta
tutto quello che si muove diventa un bersaglio
tutto quello che compare al bordo della foresta
tutto quello che notano che non c’ha lo stesso colore degli alberi
e che non si muove allo stesso modo
Io sono stato a sentire tutto questo e mi sono detto che da tutte le parti è la stessa cosa
più mi faccio prendere a calci in culo e più sarò straniero
loro finiscono qua e io finirò laggiù
laggiù dove tutto quello che si muove sta nascosto nelle montagne
Io ho ascoltato tutto questo e mi sono detto: “Io non mi muovo più, se non c’è lavoro non lavoro
se il lavoro mi deve far diventare matto e mi devono prendere a calci in culo, io non lavoro più
Io voglio sdraiarmi, una buona volta, voglio spiegarmi, voglio l’erba
l’ombra degli alberi, voglio urlare, voglio poter urlare, anche se poi mi sparano addosso.
Tanto è quello che fanno. Se non sei d’accordo, se apri la bocca,
ti devi nascondere in fondo alla foresta. Ma allora meglio così
almeno ti avrò detto quello che ti devo dire.

Di cosa parla il monologo "La notte prima delle foreste"

Un ragazzo cerca di far cambiare idea a uno sconosciuto seduto all'angolo di una strada deciso che la sua vita fosse giunta a un punto di non ritorno. L'uomo è solo, la sua vita è tutta lì eppure c'è quel ragazzo che si siede là e con il quale parla come non aveva mai parlato a nessuno prima d'ora. Gli parla della sua periferia e dell'amore, quell'amore così sconosciuto eppure così vero. È una sera di pioggia è l'angolo di una periferia, una periferia francese o italiana poco importa perché il monologo di Bernard-Marie Koltès entra nel teatro del 900 come una lama e descrive la solitudine urbana come pochi prima e dopo di lui. E in fondo è il racconto di una serata realmente accaduta in cui il drammaturgo francese incontra un uomo senza fissa dimora con il quale si ferma a parlare. Gli parla della sua condizione di straniero ed è questo il senso della scelta di Favino: portare "lo straniero" al Festival. Un testo politico, attuale, in cui essere stranieri è essere soli. E allora grazie Favino che in una notte nazionalpopolare hai ridato voce agli stranieri e ai soli, quelli che nessuno vede perché sono solo il "rumore di fondo" delle nostre città.

Quel monologo recitato allo Ambra Jovinelli.

Non è la prima volta che Pierfrancesco Favino recita il monologo: "La notte prima delle foreste". In rete c'è una sua performance portata in scenda dal 11 al 28 Gennaio al Teatro Ambra Jovinelli di Roma. L'attore romano fa suo il testo e gli dà vita.