La morte di Mac Miller è un fatto che non può lasciare indifferenti. Non solo perché si tratta di un personaggio celebre, amato e seguito da un pubblico molto vasto, e perché sono ineludibili la sofferenza e l'avvilimento derivanti dal constatare della morte di una persona così giovane. Sono queste, naturalmente, le motivazioni principali, ma c'è un'altra ragione per la quale si rimane senza parole davanti a casi di questo tipo ed è l'imponderabile riverbero polemico che è seguito alla notizia del decesso dell'artista e alle presunte cause della morte, probabilmente avvenuta per un'overdose.

La morte di Miller, inutile negarlo, ricalca una casistica alla quale ci stiamo abituando con sempre maggiore frequenza. L'opinione pubblica (che è sempre quella sbagliata, direbbe un antico refrain) si è addomesticata alla ricezione di una notizia che prevede il decesso di un personaggio celebre, la giovane età, e soprattutto le circostanze poco chiare che finiscono per essere spesso ricondotte alla presunta overdose. Per dirla in termini brutali, non si può incolpare lo spettatore se una trama già vista non desta un grande effetto sorpresa.

Ma all'addomesticamento segue una evoluzione, che in questo caso sarebbe meglio definire involuzione, ovvero un corollario di quella deformazione personale del nostro tempo che ci porta a pronunciarci in merito a qualsiasi questione, esprimere un parere su un tema particolarmente dibattuto e, tratto distintivo e tutt'altro irrilevante della contemporaneità, nel modo più aggressivo e diretto.

E veniamo al dunque: accade che nelle ore successive al decesso del rapper, riportato da buona parte della stampa con un riferimento alla relazione di Miller con la cantante Ariana Grande, si sviluppi proprio nei confronti di Ariana Grande quello che non si fa fatica a definire uno squallido e disgustoso filone di attacchi, secondo i quali sarebbe lei, in parte, la responsabile della morte di Mac Miller. Prende vita anche un hashtag apposito, stigmate di questa vicenda, traducibile semplicemente con "Ariana ha ucciso Mac". Un caso molto simile, per quanto ogni caso abbia sue specificità, a quanto accaduto dopo il suicidio di Anthony Bourdain ad Asia Argento: una specie di processo messo in piedi a prescindere contro una persona, basato sull'impianto accusatorio di una chiave di lettura approssimativa, la cronica legge del sospetto, supposizioni desunte da informazioni a metà e il tutto condito con una sostanziosa dose di stereotipi e luoghi comuni.

E se al culmine di quanto su riportato ci si aspetta una considerazione finale, un'accusa violenta o una frase che sottintenda la volontà di puntare il dito contro qualcuno, questo è il posto sbagliato. Questo monito è prima di tutto una autocritica, perché la tendenza narcisistica a ricercare sempre un'opinione sui fatti è una febbre comune, trasversale. E invece ci sono circostanze in cui dovremmo semplicemente limitarci a stare zitti. Non (solo) per rispetto nei confronti di Ariana Grande, o di chiunque altro, ma per il rispetto che dobbiamo a noi stessi.