Quanti erano davanti al piccolo schermo per il Festival di Sanremo, nell'ormai lontano febbraio del 1999, dovrebbero ricordare i Quintorigo: violino, violoncello, contrabbasso, sassofoni e, al microfono, un ragazzo nemmeno ventinovenne con i capelli raccolti in una lunga treccia. Il loro brano, inusuale a partire dal titolo, era “Rospo”, e il frontman sorprese per duttilità vocale e doti istrioniche. Pubblico e staff rimasero ingessati come sempre, ma qualcuno ebbe certo il sospetto che all'Ariston fossero sbarcati gli alieni. La vittoria arrise alla ben più nazionalpopolare Anna Oxa, ma il gruppo – originario della Romagna – conquistò il Premio della Critica nella sezione “Giovani” e il Premio della Giuria di qualità, per poi esibirsi al concertone del 1° maggio a Roma e suggellare alla grande anno e millennio con la Targa Tenco per la miglior opera prima. Nel 2001 tornarono al Festival con un pezzo appena meno stridente, “Bentivoglio Angelina”, ma per forza di cose il clamore non fu lo stesso. I sequel, si sa, difficilmente colpiscono come i primi capitoli.

John De Leo, il cantante, rassegnò le dimissioni nel 2005, dopo tre album di alto livello (“Rospo” del 1999, “Grigio” del 2001 e “In cattività” del 2003), lasciando i compagni a proseguire per la loro strada con il gravoso onere di doverlo sostituire. Nel 2007 confezionò “Vago svanendo”, l'ottimo debutto solistico, aggiungendo così un altro fondamentale tassello a una carriera-puzzle fatta di jazz e pop, rock e avanguardie, intuizioni e applicazione, imprevedibilità e teatralità. Una carriera fondata ovviamente sulla voce ma con presupposti non convenzionali, come il diretto interessato mi raccontò nel 2003. “Considero la mia voce esattamente come gli altri strumenti: nel processo di arrangiamento delle nostre composizioni la voce che fa la melodia è importante, la mia stessa melodia potrebbe farla un sax. Anche la voce è usata in un modo più pop, più ritmico, più simile al contrappunto di uno strumento. Io ho trovato una mia formula di studio: la mia palestra è stata lavorare in tanti ambiti diversi, cosa che faccio tuttora e che contribuisce alla mia evoluzione. La mia particolarità è forse che non ascolto solo cantanti ma anche dischi di sola musica: di una composizione non riesco ad apprezzare solo una parte perché per me è bella o brutta nell’insieme, quando tutti i suoi elementi vi confluiscono in modo felice o infelice“. In tale quadro si inseriscono gli originalissimi testi, che secondo wikipedia sono “densi di invenzioni grammaticali in un continuo gioco semantico di allitterazioni, assonanze e dissonanze, che sconfinano nel neologismo fino alla negazione del testo stesso attraverso l’onomatopea; immaginifici, spesso ironici, altri dal taglio lirico, esplorano la sfera umana”. Nessun dubbio che (almeno) questo stralcio della scheda sia farina del sacco di John; non direttamente, magari, ma forse con il copiaincolla delle parole di un comunicato stampa.

Quanto sopra si ritrova puntualmente, ma non senza sorprese, nella seconda fatica in proprio dell'oggi quarantaquattrenne musicista di Lugo, “Il grande Abarasse”. Titolo enigmatico e copertina che – come quella del predecessore – è un oggetto artistico anche svincolata dal disco, perché è giusto che chi compra musica, oggi più che un tempo, riceva un'ulteriore ricompensa con suggestioni estetiche e tattili. Un concept ambientato in un ipotetico condominio, che il suo autore considera “pop” e non riservato solo a una platea attenta, colta e ricettiva al fascino dell‘atipico. E l'album, benché alla sua maniera, è in effetti “pop”, con la sua ricerca melodica, il suo gusto per la spettacolarità, i suoi brillanti omaggi/citazioni più o meno occulti. Poi, certo, non mancano le bizzarrie, come le numerose tracce fantasma in cui De Leo si eclissa, ma a un personaggio così vulcanico non si può chiedere di rimanere tra le righe. Grande è dunque la curiosità di scoprire come tutto ciò sarà tradotto sul palco, con l'imponente supporto di un'orchestra di otto elementi e l‘innato magnetismo di un primattore che non si accontenta di essere un formidabile cantante – gli accostamenti a Demetrio Stratos e Tim Buckley non sono campati in aria – ma è pure raffinato affabulatore e carismatico entertainer. Sperando che riveli cosa significhi, per lui, questo strano termine – “Abarasse”, appunto – che nei dizionari non esiste.