L’ultima traccia di “Ancora ridi”, il nuovo album de Il Muro del Canto, si intitola “Arrivederci Roma”, ma non è una cover del classico di Renato Rascel con testo di Garinei e Giovannini: è invece un pezzo autografo ed esprime sentimenti non proprio affettuosi per il luogo che alla band ha dato i natali tre anni e mezzo fa. Esplicativi soprattutto i primi versi, “Sò tornati i tempi cupi / pe’ sta zozza società”, e il “Quant’è bella Roma mentre te ne vai” in chiusura, che il cantante Daniele Coccia spiega così: “Mi pare strano essere considerato un portavoce della città, perché la amo ma ne soffro parecchi aspetti“. Oltre che una dimostrazione del rapporto controverso con la Capitale, il brano è una sorta di auto-augurio affinché il sestetto ottenga riscontri più ampi fuori da quel Lazio nel quale è ormai quasi una stella: non lasciano dubbi le circa tremila copie vendute del debutto “L’ammazzasette”, uscito nel gennaio del 2012, e la quantità di concerti dove il pubblico è sempre numeroso ed entusiasta. “Da quando c’e Il Muro”, aggiunge il frontman, “tutti quelli con cui parlo si fanno più… romani, come se avessero di fronte Trilussa”.

Battute di spirito a parte, Il Muro del Canto è qualcosa di speciale, e nella Roma che da vari anni sta riscoprendo in maniere differenti le sue radici (Ardecore, BandaJorona, Mannarino, Orchestraccia, Emilio Stella e Ave aò gli altri nomi da appuntare sul taccuino) se ne sono accorti in tanti. Difficile non rimanere colpiti dal sound, elettroacustico – due chitarre, fisarmonica, batteria essenziale, basso, a volte violino – ma energico e trascinante, dalle atmosfere fosche e solenni a tratti accese da vivaci accenni country & western, dalla voce stentorea e baritonale, dalla presenza magnetica basata anche su un look che rimanda alla “working class” dell’inizio del secolo scorso, dai testi – in romanesco – che ruotano attorno all’amore, alla morte e a un pungente anticlericalismo. Un approccio che all’epoca dei primi passi è stato da taluni scambiato per un tentativo di cavalcare l’onda di “Romanzo criminale” ma che rapidamente ha rivelato la sua reale essenza, legittimando riferimenti più ingombranti. Pasolini in primis. “Ne siamo un po’ spaventati”, dichiara Alessandro Pieravanti, che stando in piedi picchia su tamburi e piatti e durante le esibizioni conquista saltuariamente il centro della scena con i suoi azzeccatissimi monologhi, “sia perché l’accostamento è impegnativo, sia perché non siamo proprio interessati alle intellettualizzazioni. Di sicuro c’è un legame con Pasolini, quello di raccontare storie di perdenti e diseredati ma facendolo quasi con la loro voce… scendendo per strada e facendole vedere come sono, senza sovrastrutture". Complementare, e non potrebbe essere altrimenti, la visione di Daniele: “Ci piace l’idea di propagandare il lato artistico e positivo di Roma. A interessarci è una sorta di onestà, di semplicità nel comunicare. Quel che proponiamo dev’essere facilmente comprensibile”.

Tutto ciò appare evidente, ad esempio, in “Canto degli affamati”, che di “Ancora ridi” – nei negozi da oggi 29 ottobre, marchiato Goodfellas come il predecessore – è il singolo apripista. Accompagnato dall’efficacissimo video diretto da Carlo Roberti, che con la sua Solobuio Music Factory è stato determinante per l’affermazione della band e del suo immaginario, il pezzo narra una vicenda senza tempo che risulta maledettamente attuale benché d’istinto faccia pensare al passato. Lo stesso si può dire degli altri episodi, dalla vibrante title track a “Canzone allagata”, “Peste e corna”, “Lacrima a metà”, la più lirica “Strade da dimenticà”, la già citata “Arrivederci Roma”, fino a momenti meno grintosi quali “Maleficio”, “L’osteria dei frati” o la rilettura – l’unico presente nella ricca scaletta – di “E intanto il sole si nasconde” di Stefano Rosso, adattata in romanesco. È comunque innegabile che, paragonato a “L’ammazzasette”, il disco vanti una maggiore carica rock, conseguenza dell’intensa attività dal vivo: un elemento enfatizzato con equilibrio e gusto dal mixaggio di Tommaso Colliva (già dietro al banco, fra gli altri, di Muse e Calibro 35), che ben si abbina alla fantasiosa miscela di passionalità, imponenza e capacità di ironizzare anche sugli eventi tragici della quale Il Muro del Canto è maestro. E lo è non a caso, visto che nella Città Eterna certe cose si respirano ogni giorno.