Se vi capitasse di fare due chiacchiere sul loro battesimo musicale con artisti come James Senese o Enzo Gragnaniello probabilmente rimarreste a occhi e orecchie aperte mentre vi raccontano di quei sé bambini e scugnizzi che girovagano nei vicoli napoletani, spingendosi fino al porto di Napoli, ritrovo di soldati americani che, negli anni 60, portavano nella città partenopea un pezzo importante della loro cultura, compresi i dischi di quel funky, soul e rock che avrebbe riempito le orecchie e l'immaginario di due degli artisti più rappresentativi della scena partenopea contemporanea. Il risultato di quegli anni lo si può vedere materialmente in quello che i due e in particolare Senese creò qualche anno dopo, quando, metabolizzata quella musica e l'adolescenza, cominciò a mettere in note una città. Conosciuta e amatissima per i suoi classici, Napoli si ritrovò improvvisamente avanguardia anche grazie a un gruppo come i Napoli Centrale (ma prima il sassofonista napoletano di origini afroamericane aveva militato assieme a Mario Musella negli Showmen) che mescolava jazz, blues, funk in quella fusion che avrebbe influenzato anche Pino Daniele (che passò anche nei Napoli Centrale) ed era caposaldo di quello che è conosciuto come Neapolitan Sound, che avrebbe caratterizzato il suono della città anche in futuro.

Posse, Alma, 24 Grana: la Napoli di metà '90

E a proposito di cicli e corsi e ricorsi storici, a ondate cicliche Napoli torna a fare la voce grossa a livello nazionale. Non succede spesso, forse a memoria l'ultima volta fu quando una combinazione astrologica – o, più semplicemente, un tessuto socio-politico fervido – portò all'ascesa di quello che è considerato un "mostro" a tre teste per chiunque abbia vissuto in città quegli anni: 99 Posse, Almamegretta e 24 Grana, infatti erano la testa d'ariete di un movimento che aveva enormi code, come i Bisca o, ad esempio, la scena hip hop, da sempre uno dei luoghi simbolo della musica cittadina. Un'ondata che si sarebbe spenta qualche anno dopo, almeno nella sua idea di novità, con pochi gruppi che riuscirono a prendere, una tantum, la ribalta nazionale. Negli ultimi anni, grazie anche allo sforzo di alcune personalità cittadine, Napoli ha tentato di ridarsi un suono, mescolando soprattutto il rock e il folk con risultati talvolta importanti (basti pensare all'esordio dei Foja con "‘O sciore e ‘o viento") ma che non sono mai riusciti a sfondare realmente a livello nazionale, lasciando lo scettro ancora una volta al rap, sia nelle sue formule più ‘mainstream' come Clementino e Rocco Hunt che in quelle più underground che affondano spesso le radici nella old school o alla trap di Enzo Dong e Le Scimmie, tra gli altri.

Un anno di LIBERATO

Poi, all'improvviso, il 13 febbraio del 2017, due giorni dopo la fine del Festival di Sanremo che avrebbe visto Clementino piazzarsi ultimo in classifica, fu pubblicato su Youtube il video di una canzone, "Nove maggio", di un artista sconosciuto che si fa chiamare LIBERATO. Il mistero attorno alla vera identità di questo progetto, che ha nel regista Francesco Lettieri l'unico volto (a parte quello dei protagonisti dei suoi video), ha dato immediatamente una spinta al progetto che in breve tempo è diventato, almeno nella nicchia della musica indipendente italiana, un vero e proprio fenomeno. Un'onda che è cresciuta man mano, portando LIBERATO a diventare qualcosa di più grande, al punto da essere uno dei set più attesi in due festival molto noti come il MiAmi di Milano e il Club To Club di Torino, fino all'annuncio della partecipazione al Sónar del prossimo giugno. Il progetto LIBERATO è stato senza dubbio un elemento di rottura, capace di dividere gli ascoltatori tra chi apprezzava la capacità di mescolare sonorità urban a una linea melodica e un cantato napoletano, con sprazzi di inglese (che aiuta molto nella costruzione del testo e delle rime), e chi lo bolla semplicemente come un progetto di puro marketing.

LIBERATO è marketing? Che male c'è?

Forse, giusto per cadere nel cliché, la verità sta nel mezzo: LIBERATO (che ha da poco pubblicato i due ultimi singoli "Intostreet" e "Je te voglio bene assaje") si è appropriato della capacità della città di assimilare le sonorità black e risputarle marchiate dalla propria tradizione e allo stesso tempo ha saputo utilizzare perfettamente gli strumenti del marketing, che è uno dei mezzi principali per far girare la propria musica, ma che qualcuno vede ancora come spauracchio. La creazione di un caso è uno degli strumenti per far arrivare la propria musica a quanta più gente possibile, fenomeno che contorcendosi si trasforma, per qualcuno, in quella famosa parabola della Volpe e dell'uva. Guardando a cosa è stato quest'anno per Napoli si può senza dubbio vedere un'incidenza nazionale come non si vedeva da tempo: come scritto anche in passato l'effetto LIBERATO ha acceso un faro anche su realtà che prima pagavano lo scotto dell'impressione neomelodica, basti pensare a Franco Riccardi e al suo bellissimo "Blu" o ad artisti come Granatino e Livio Cori che hanno avuto una ribalta nazionale che in precedenza avevano solo sfiorato.

L'esplosione dei Nu Guinea

In queste ultime settimane, poi, si sta facendo un gran parlare dei Nu Guinea, la band di Massimo Di Lena e Lucio Acquilina che, come spiegava molto bene Damir Ivic sul sito di Red Bull, ha una storia particolare e dopo un successo guadagnato "nel campo, allora imperante, della minimal techno con delle produzioni ben fatte e ben assestate" decisero di buttare tutto al vento: "Scientemente, hanno deciso che quel ‘successo istantaneo' non faceva per loro. Si sono nascosti nell’ombra. Hanno smesso di produrre a getto continuo degli EP (…) Hanno lavorato invece sulla musicalità, sull’house più soulful e suonata, sulle radici del funk. Lo hanno fatto quando lo facevano in pochissimi. Lo hanno fatto con entusiasmo e umiltà". Due anni dopo l'album "The Tony Allen Experiments" che rendeva omaggio al padre dell'afro beat la band è tornata con "Nuova Napoli" il cui nome, come ricorda Francesco Abazia su Rivista Studio, è un omaggio al festival di "No, grazie, il caffè mi rende nervoso", il film di di Lodovico Gasparini con Lello Arena e Massimo Troisi in cui uno dei "personaggio" sosteneva che "Napoli nun adda cagnà". Insomma, il riferimento al film è esplicito, così come lo è quello alle sonorità di cui parlavamo all'inizio: il funk, il soul e quelle africane, rigorosamente cantate in napoletano, anche quando riprendono un pezzo francese come "Mr.Business" dei francesi "Edition Speciale". Non esiste una formula matematica che possa dirci quanto questa esplosione della band e dell'album abbia giovato dell'effetto LIBERATO, ma è difficile non legare i fenomeni (altri punti di incontro sono i riferimenti classici, molto presenti nel progetto misterioso e che i Nu Guinea affidano, ad esempio, a Eduardo De Filippo da cui sono tratte le parole di "Je vulesse") e non è un caso che saranno loro ad aprire la serata evento annunciata sul lungomare partenopeo del 9 maggio: "Nuova Napoli è il risultato di una lunga ricerca musicale che è diventata un'investigazione sulla storia del suono che modellò Napoli durante gli anni '70 e '80 – come scrive la band sul suo Bandcamp, dove potete anche ascoltare l'album -, partendo dalla contaminazione di generi (disco, jazz-funk e ritmi africani) che sono finiti nel DNA dei Nu Guinea. In quest'album i sintetizzatori riempiono gli spazi tra passato e futuro,  legando in un unico corpo strumenti acustici, elettronici e le voci del dialetto napoletano". Il percorso dei Nu Guinea è quello, al momento, con una visibilità maggiore (pur parlando sempre di nicchie, ça va sans dire), ma oltre ad avere un potenziale di crescita, può portare alla scoperta anche di gemme come quelle dei Mystic Jungle Tribe (della stessa etichetta del duo) o alla riscoperta di singoli come "Andrè" dei Fitness Forever, autori del bellissimo "Tonight".