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“Hippie Dixit”: i viaggi e i miraggi di Amerigo Verardi

Attivissimo da oltre trent’anni e titolare di una produzione tanto ampia quanto frastagliata, Amerigo Verardi rimane uno dei personaggi più particolari e affascinanti della canzone tricolore. Il suo monumentale ultimo album, “Hippie Dixit”,  è la perfetta chiave d’accesso al suo universo in costante espansione.
A cura di Federico Guglielmi
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Amerigo Verardi (foto di Daniele Guadalupi)
Amerigo Verardi (foto di Daniele Guadalupi)
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Tutti hanno i loro eroi di culto, e uno dei miei si chiama Amerigo Verardi. Mi imbattei nella sua musica fra il 1985 e il 1986 grazie a “Lost In A Circle”, demotape – c’è poco da sorridere: funzionava così – della sua prima band Allison Run, e da quel giorno non mi sono pentito di averne seguito ogni passo e propagandato nel mio piccolo gli sforzi – mai, però, ossessivi e/o scomposti – di farsi strada. Al tempo di quella cassettina, artigianale ma illuminata a dispetto dei toni un po’ ombrosi, il circuito underground, indipendente o alternativo che dir si voglia era ancora concentrato sulle sonorità che recuperavano in chiave più o meno creativa il rock psichedelico dei Sixties; un ambito nel quale il trio brindisino guidato dal giovane Verardi si trovava certo a suo agio, benché con uno stile anomalo da cui affioravano evidenti suggestioni post-punk. Recupero dall’archivio la mia recensione datata settembre 1987 di “All Those Cats In The Kitchen”, il bel mini-LP con cui il gruppo inaugurò una discografia in vinile che prima della fine del decennio si sarebbe ampliata con l’EP “Flyer In Frac”, l’LP “God Was Completely Deaf” e vari pezzi sparsi, e leggo quanto segue: "Psichedelia d’appartamento, potremmo dire, riprendendo una definizione usata mesi or sono per inquadrare le proposte di una schiera di personaggi che, per quanto diversi gli uni dagli altri, amano le sperimentazioni al di fuori di schemi e tendenze meno delineate; il tutto, però, alla luce di una mentalità aperta a qualsiasi soluzione, di un’attitudine a tratti ludica e di un desiderio quantomai vivo di esprimere – con linguaggio ora lineare e ora contorto – un’indole artistica inequivocabilmente personale e incontaminata da motivazioni di tipo commerciale. Un sound forse ripiegato su se stesso, magari un po’ autocompiacente ma assai attraente nella sua equilibrata fusione di istinto e cerebralità".

Calma e sangue freddo: non sto assolutamente affermando che in questi ormai quasi trent’anni Amerigo Verardi non si sia mosso da lì, ma di sicuro il discorso potrebbe calzare alla perfezione, appena opportunamente aggiustato, all’imponente doppio CD che il musicista pugliese sta per pubblicare a suo nome – il 16 dicembre, per la precisione – con il marchio della The Prisoner di Michele “Mezzala” Bitossi (non a caso, un altro “non allineato”, seppure in modo differente). Il (capo)lavoro in questione si intitola argutamente “Hippie Dixit” e costituisce non solo una summa delle numerosissime esperienze fin qui accumulate dal suo artefice, ma anche il “film” – non la fotografia, che per definizione è statica – del talento per fortuna sempre inafferrabile di un artista autentico, uno di quelli che seguono traiettorie proprie e non si curano delle implicazioni pratiche; altrimenti, non sarebbe stato protagonista di una carriera tanto irregolare (Allison Run, Betty’s Blues, Lula, Lotus, Freex, i dischi da solista e in duo con Marco Ancona, le produzioni in studio di, fra gli altri, Baustelle e Virginiana Miller: insomma, un mucchio di roba) né avrebbe allestito un ritorno in pista così “difficile” e distante da ciò che oggi è sotto le luci dei riflettori, a livello sia di massa, sia di nicchia. Non si pensi, comunque, che quel “difficile” – l’ho scritto tra virgolette, ma certe sottigliezze sfuggono – sia sinonimo di astrusità eccessive e di problematica godibilità: come si evince già dalla copertina, “Hippie Dixit” non è un album nazionalpopolare, ma ciò non significa che gli difettino le melodie o che punti a una sperimentazione respingente. La sua espressività non è banale, le sue trame elettriche, acustiche ed elettroniche – dalle quali si affacciano spesso strumenti esotici – sono parecchio articolate, i testi – quando ci sono – in italiano evitano le strizzate d’occhio e propongono riflessioni, le atmosfere avvolgono ma non soffocano; e l’aspetto forse più intrigante è che ogni frequentazione rivela ulteriori dettagli, a conferma della grande quantità di idee, suggestioni ed energie messe in campo.

È un affresco rock-folk-pop genuinamente e brillantemente psichedelico, “Hippie Dixit”: cento minuti frazionati fra quattordici episodi che per Verardi rappresentano un sogno finalmente avveratosi, sospesi da qualche parte fra un libero flusso di coscienza e lo sviluppo “scientifico” di una vivacità intellettuale ed emotiva fuori dal comune, e non solo per quella sua scarsa linearità che va considerata come un valore aggiunto e non come una zavorra. Verardi è sempre stato un perfezionista, anche nei suoi progetti più accessibili, ma il tanto che ha realizzato fino a ieri non regge il paragone con questo monumento in apparenza fragile ma a ben vedere solidissimo. Se avesse modo di ascoltarlo, l’Arcidruido Julian Cope gli dedicherebbe senza dubbio uno dei suoi pirotecnici elogi stile “Krautrocksampler”, mentre Syd Barrett e – soprattutto? – Claudio Rocchi, sull’altro piano di esistenza in cui si trovano, sorridono compiaciuti.

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Federico Guglielmi si occupa professionalmente di rock (e dintorni) dal 1979, con una particolare attenzione alla musica italiana. In curriculum, fra le altre cose, articoli per alcune decine di riviste specializzate e non, la conduzione di molti programmi radiofonici delle varie reti RAI e più di una ventina di libri, fra i quali le biografie ufficiali di Litfiba e Carmen Consoli. È stato fondatore e direttore del mensile "Velvet" e del trimestrale "Mucchio Extra", nonché caposervizio musica del "Mucchio Selvaggio". Attualmente coordina la sezione musica di AudioReview, scrive per "Blow Up" e "Classic Rock", lavora come autore/conduttore a Radio Rai e ha un blog su Wordpress, L’ultima Thule.
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