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Gianluca Grignani: il gran rifiuto

Nella seconda metà degli anni ‘90 Gianluca Grignani “esagerò” per la prima volta, riuscendo però a scrivere le pagine più memorabili, sotto il profilo artistico, della sua carriera. Rievochiamo quei giorni.
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A cura di Federico Guglielmi
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La Torre di Babele

Da un paio di settimane è in circolazione un nuovo album di Gianluca Grignani, il cui titolo – “A volte esagero”, per chi non ne fosse a conoscenza – è una sorta di rassegnato manifesto del suo autore. Non l'ho ascoltato. Lo farò di sicuro, come ho fatto con tutti i precedenti, ma senza fretta: riconosco le qualità pop del musicista milanese, anche se per i miei gusti si tratti spesso di pop di grana un po' troppo grossa, ma non mi interessa scriverne. La mia ultima recensione di un (nuovo) disco di Grignani è quella di “Sdraiato su una nuvola”, che risale al lontanissimo 2000: sostanzialmente positiva, benché da essa traspaia il dispiacere per quella che, dal mio pur discutibile punto di vista, era una resa, un'abiura di quanto coraggiosamente realizzato alla fine degli anni ‘90. Infatti, il “mio” Gianluca Grignani nasce con “La fabbrica di plastica”, 1996, e muore con “Campi di popcorn”, 1998. Ed è proprio di questo Gianluca che voglio raccontarvi, adesso, dopo tre abbondanti lustri.

In un'intervista della primavera del 1996, un Grignani al tempo poco più che ventiquattrenne mi aveva dichiarato il suo disappunto per le forzature subite nel periodo dell'esordio “Destinazione Paradiso”, assieme alla sua decisione di battere strade diverse, più in sintonia con la sua natura e le sue ambizioni artistiche. Il disco della svolta, “La fabbrica di plastica”, incarnava come meglio non si sarebbe potuto il concetto, mettendo in fila undici brani all'insegna di un sound rumoroso e acido che, pur non rinunciando alla melodia, privilegiava i toni visionari, gli spigoli, un mood sospeso fra grinta e malinconia, rivelandosi “scomodo” persino nei testi. A mio avviso da annoverare fra i capolavori del rock tricolore, “La fabbrica di plastica” ebbe però un “piccolo” problema: fu poco apprezzato dai fan (100.000 copie vendute, si disse: un disastro, al paragone con le 800.000 del debutto) e gettò nella disperazione i discografici, convinti di avere fra le mani una gallina dalle uova d'oro per il mercato nazionale ma anche estero (specie quello sudamericano). Gianluca ci rimase male, molto male, e la delusione mista a collera ebbe come conseguenza concerti spesso fuori dalle righe. Non fu abbastanza, però, da indurlo a rinunciare a inseguire il suo sogno: eloquentissimo, in tal senso, il “Campi di popcorn” pubblicato all‘inizio del 1998.

Il 3 febbraio del 1998, pochi giorni dopo l'uscita del nuovo album, Gianluca Grignani fu mio ospite a “Stereonotte”, la storica trasmissione radiofonica della RAI della quale sono stato a lungo conduttore. I nostri accordi prevedevano che portasse con sé una quindicina di dischi attraverso i quali “spiegarsi”, e le sue scelte furono quantomai significative: tra gli altri, Lucio Battisti e Beatles, Neil Young e Nick Drake, Smashing Pumpkins e Eels, Chemical Brothers e Tricky, Catherine Wheel e Portishead, roba da cultori del miglior rock a 360° e non da star commerciale. Grossomodo tutto ciò si rifletteva in “Campi di popcorn”, complessivamente meno ruvido e più immediato del predecessore ma sempre ricco di intriganti soluzioni filo-psichedeliche e di personalità. Il livello qualitativo rimaneva parecchio alto e la critica più attenta iniziava davvero a vedere in Grignani un ipotetico, moderno Battisti, ma il pubblico non recepiva e il flop di cassetta era persino maggiore; inoltre, la platea devota a musiche cosiddette alternative continuava in larga parte a guardarlo con diffidenza, non perdonandogli il successo su vastissima scala di “Destinazione Paradiso”. Gianluca si trovava così di fronte a un bivio: assecondare le proprie inclinazioni, mettendo a rischio fama e guadagni, oppure rinunciare alle velleità e rassegnarsi al ruolo di prodotto di consumo, seppur concedendosi occasionali aperture (per lo più incomprese). Insomma, un rifiuto del rifiuto.

Non sono un ingenuo e quindi non credo affatto che l'oggi quarantaduenne Gianluca Grignani, ormai presente più sulle pagine del gossip che su quelle musicali, non stia facendo esattamente quello che vuole. Per come l'ho inquadrato in quei nostri quattro/cinque incontri fra il 1996 e il 1998, però, giurerei che ”l'aver dovuto” tornare sui propri passi nella “fabbrica di plastica” dalla quale sembrava essere in grado di fuggire l'abbia segnato nel profondo, accentuando quel suo innato malessere esistenziale da cui derivano i comportamenti impropri, chiamiamoli così, noti a tutti. Mi capita, quando riaffido al lettore CD brani come “+ famoso di Gesù”, “Testa sulla luna”, “La vetrina del negozio di giocattoli” o “Candyman”, di pensare a come sarebbe il Grignani del 2014 se, quindici anni fa, avesse seguito i consigli del cuore e non del cervello. Non so rispondermi, ovviamente, ma avverto lo stesso una vaga sensazione di rimpianto.

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Federico Guglielmi si occupa professionalmente di rock (e dintorni) dal 1979, con una particolare attenzione alla musica italiana. In curriculum, fra le altre cose, articoli per alcune decine di riviste specializzate e non, la conduzione di molti programmi radiofonici delle varie reti RAI e più di una ventina di libri, fra i quali le biografie ufficiali di Litfiba e Carmen Consoli. È stato fondatore e direttore del mensile "Velvet" e del trimestrale "Mucchio Extra", nonché caposervizio musica del "Mucchio Selvaggio". Attualmente coordina la sezione musica di AudioReview, scrive per "Blow Up" e "Classic Rock", lavora come autore/conduttore a Radio Rai e ha un blog su Wordpress, L’ultima Thule.
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