16 Marzo 2011
16:00

Fabrizio De André, la voce di un’Italia nascosta

L’Italia festeggia quest’anno i suoi 150 anni. Questo è un piccolo omaggio a uno dei più grandi cantautori della tradizione musicale italiana: Fabrizio De Andrè.
A cura di Valentina Scionti

Il 150esimo anniversario dell'Unità d'Italia offre sicuramente a tutti un'ottima occasione per guardarsi indietro e rendersi conto di cosa abbiano significato per il nostro Paese questi primi anni di unità proprio in questo 17 marzo, nel quale vi raccontiano altre storie di Noi italiani. La musica ha sempre influenzato e accompagnato la storia italiana. Esistono artisti e correnti musicali che è impossibile ignorare o sui quali non si può sorvolare. Uno di questi artisti è senza dubbio Fabrizio De André.

Nato a Genova nel 1940, De André ha segnato la storia della musica del nostro Paese in maniera indelebile. Ancora oggi viene ricordato grazie alle sue canzoni da intere generazioni e, come raramente accade per i cantanti, spesso appare addirittura nelle antologie scolastiche in qualità di poeta. Come è stato possibile tutto questo? Ovviamente il merito di De André è stato quello di trascendere la propria condizione familiare agiata e gettarsi a capofitto nei bassifondi della vita, non solo di quella della sua città ma di qualunque parte del mondo.

De André, infatti, da subito si è fatto conoscere come un profondo interprete di tutte quelle categorie sociali fino a quel momento rimaste senza una vera e propria voce. Come si sa, la storia viene scritta dai vinti e nessuno prima di allora si era più di tanto interessato di quanti nella società vengono considerati dei perdenti, esclusi da tutto e da tutti. Partendo dai caruggi di Genova, invece, De André ha saputo portare alla ribalta e far conoscere all'Italia le storie di tanti senza – voce riuscendo ad entrare così nei cuori e soprattutto nelle coscienze di molti.

Un altro dei meriti di De André è stato quello di spogliare i protagonisti della religione cattolica della loro divinità, mettendoli sullo stesso piano di quanti credono in loro grazie soprattutto al suo album La Buona Novella. In questo modo, persino un personaggio lontano dalla religione come De André stesso, è riuscito a cantare le storie dei personaggi biblici in chiave umana, rileggendo le loro vite alla luce dei vangeli apocrifi, dando risalto ancora una volta ai dimenticati, come nelle canzoni dedicate ai ladroni crocifissi accanto a Gesù.

Ma La Buona Novella non è solo una rilettura in chiave umana dei personaggi biblici. Per De André si trattava di un'allegoria del suo tempo, un tempo di insurrezioni giovanili e di grandi rivoluzioni. Gesù stesso era per De André un grande rivoluzionario “che proprio per contrastare gli abusi del potere, i soprusi dell'autorità si era fatto inchiodare su una croce, in nome di una fratellanza e di un egualitarismo universali”.

A De André si devono poi le traduzioni, con conseguente re-interpretazione italiana, di tanti classici della musica internazionale. Si va dai brani di Leonard Cohen come Joan of Arc (Giovanna d'Arco) e Suzanne, a opere poetiche come L'Antologia di Spoon River, a veri e propri classici della musica popolare come Geordie, brano della tradizione anglosassone già interpretato da Joan Baez e che nel video seguente potete vedere eseguito da De André insieme alla figlia Luvi.

Come è successo per diversi grandi personaggi, furono molte le critiche rivolte a De André: chi lo accusava di essere troppo distante dalle realtà da lui cantate, chi prendeva di mira il linguaggio troppo semplice delle sue canzoni, chi lo accusava di essere implicato nella strage di Piazza Fontana.

Ma tutte le critiche e le accuse si sono dissolte al momento della scomparsa prematura di questo grandissimo artista che più di ogni altro ha saputo incarnare la vera realtà dell'Italia di quegli anni, un'Italia fatta di persone semplici, lavoratori e studenti dimenticati, prostitute denigrate e personaggi umili e al tempo stesso grandi proprio nella loro umiltà.

Paolo Villaggio, concittadino e amico d'infanzia di Fabrizio De André, nonché il primo a coniare il soprannome Faber per l'amico appassionato dei pastelli Faber Castel, in occasione del funerale di De André arrivò a confessare di essere invidioso; invidioso dell'amore e del rispetto che si potevano avvertire in occasione del funerale di uno che rimarrà per sempre nella storia della musica italiana. Perchè i temi e i protagonisti delle sue canzoni faranno sempre parte della storia del nostro Paese.

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