Emma fotografata da Tony Thorimbert
in foto: Emma fotografata da Tony Thorimbert

Di "Mondiale" abbiamo già scritto, ma tra gli inediti di "Essere qui BooM Edition", ultima uscita di Emma, c'è, ad esempio, “Inutile canzone”, un pezzo di sei minuti, con l’ultimo minuto e mezzo strumentale, qualcosa da ghost track che altro, mentre “Incredibile voglia di niente” sembra un piccolo omaggio, musicalmente, ai The XX, come se Emma avesse riversato in questa nuova edizione del suo ultimo album le sue passioni, sentendosi un po' più libera. Di questa libertà e, in generale, della sua crescita ne ha parlato anche nel magazine che accompagna questa nuova versione del suo ultimo album, un libriccino – a mo' di magazine, appunto – autobiografico e diviso per capitoli. Questa nuova edizione è l'esempio di come a volte questo nuovo mercato del repack possa dare qualcosa in più rispetto a un artista, e non solo impacchettare di nuovo l'album per spremere qualche vendita in più.

Ciao Emma, possiamo considerare questa nuova edizione una seconda possibilità per un album a cui tenevi molto?

Più che una seconda possibilità è l'atto finale di questo progetto cominciato un anno fa con il primo singolo "L'isola" fino ad arrivare ai giorni nostri con "Mondiale" e quello che sarebbe dovuto essere un  libro fotografico ben costruito per i fan è diventato molto di più perché mi sono voluta cimentare io stessa nella costruzione di questo magazine, scrivendo tutto di mio pugno, editando questo progetto. La Boom Magazine continuerà ad uscire indipendentemente dai dischi che farò e perché vorrei che continuasse a essere una piattaforma in cui ognuno può interagire con essa, da giovani scrittori, fotografi, qualche collega, insomma è molto di più di un semplice repack natalizio.

Con gli inediti di questa edizione pare che tu abbia puntato ancora di più sul tuo lato più indie…

In realtà sono sempre gli altri che mi hanno definita un determinato tipo di artista, io in tutti questi anni non mi sono voluta mai definire e non mi sono mai posta dei paletti, ho sempre detto che la musica mi piace tutta, che mi piace sperimentare e avevo semplicemente bisogno di tempo per tirarlo fuori, perché per fare determinate cose ci vuole comunque la conoscenza e l'esperienza e con il tempo – che non tutti spesso ti danno – stanno venendo fuori queste anime e queste bellissime collaborazioni con altri artisti.

“Mondiale” è un pezzo che hanno scritto Colapesce, Matteo Mobrici e Federico Nardelli. La tua passione per un certo mondo è noto a chi ti segue, ma a volte l'impressione, da fuori, è che non sia semplice mediare con le aspettative radiofoniche, mi sbaglio?

Guarda, tutte queste cose succedono grazie al percorso che ho cominciato a fare più di due anni fa. Quando Colapesce con i Canova hanno terminato di scrivere Mondiale hanno subito detto che una canzone del genere la potevo cantare solo io e questo ti fa pensare che quello che ho fatto in questi anni sta dando i suoi frutti, perché per me la libertà d'espressione è al primo posto, così come il rispetto per la musica, quando questi concetti arrivano a chi, come me, fa questo lavoro con amore, rispetto e qualità prima o poi il tempo ripaga.

C'è un tabù che hai infranto, quello del parlare della sconfitta, senza criminalizzarla, immagino non sia stato semplice.

Ho parlato di questo concetto perché viviamo in una società in cui se non sei primo allora le cose non vanno bene, se non scali le classifiche, se non primeggi ovunque, hai fatto qualcosa che non funziona e secondo me è un discorso limitante per la vita di tutti quanti noi. Non è detto che una cosa che non va al primo posto non abbia qualità, pensiero e lavoro. Ma è anche un modo per dire ai giovani che nella vita non bisogna per forza arrivare primi, e se si fa qualcosa con orgoglio è già una grandissima vittoria, perché essere liberi e andare controcorrente è una prerogativa che ci fa stare bene e ci rende diversi dagli altri e la diversità deve essere vista come una cosa positiva, perché se fossimo tutti uguali anche nella musica sarebbe un mondo noioso.

"L’isola" è stato accolto in maniera alterna, però alla lunga c’è stato anche il singolo che ha svoltato, “Mi parli piano” – trainato da un video molto bello – che ha ridato spinta anche all'album. Hai fatto l’abitudine con questa imprevedibilità?

Quando ho scelto "L'isola" come primo singolo sapevo a cosa stavo andando incontro, perché quando le persone si abituano a qualcosa difficilmente riescono a distaccarsene, nell'abitudine ci sentiamo tutti protetti e a nostro agio; uscendo con "L'Isola" ho creato del disagio ma è quello che volevo fare, sapevo già i rischi a cui andavo incontro, se fossi uscita come primo singolo "Mi parli piano" avrei messo d'accordo tutti e non sarebbe successo niente e nessuno si sarebbe reso conto di tutte le sfaccettature che ho dentro di me. Tornassi indietro rifarei tutto quello che ho fatto.

L’altra sera ho portato mia figlia di 7 anni al concerto di Ghali, l’anno scorso ero fuori al Pala Partenope la sera prima del tuo concerto e c’erano ragazzine coi sacchi a pelo. Mi sembra un periodo importante per questa commistione tra musica e pubblico giovanissimo, indipendentemente dal gusto personale. Non so dal tuo lato che percezione c’è…

Io non ho mai rinchiuso il mio pubblico in settore, in età, sono stati gli altri a definire questa cosa, soprattutto all'inizio, quando vendevo dischi a pacchi dicevano sempre che la mia era musica per bimbiminchia, che non è una cosa proprio carina da dire. Adesso, invece, il fatto che ci siano tanti fan giovani è diventata una vittoria. Il mio pubblico è sempre stato trasversale, più sono passati gli anni e più è cambiato, ai miei concerti ci sono bambini molto piccoli, giovani adolescenti, donne e uomini adulti e questa è la bellezza della musica. Io ho dei fan che sono nati con me, cresciuti con me, che adesso sono giovani donne e giovani uomini che continuano a seguirmi, si sono aggiunte altre persone, anche più adulte e questa è la bellezza di questo mestiere, quando si ha la possibilità di fare tante cose diverse si ha la possibilità anche di arrivare a un pubblico diverso.

Senti, torniamo al tour, interessanti anche le parole sulle tue prime volte sul palco, la timidezza, gli occhi bassi. Una cosa lontanissima dalla te di oggi. Rientra sempre nel lungo discorso dell’autoconsapevolezza e dell'esperienza di cui parli in Boom?

L'esperienza anche se adesso è una cosa molto sottovalutata sta alla base di ogni esperienza di vita e di lavoro forse adesso ci si aspettano artisti belli e pronti perché appunto si nasce in maniera diversa e si diventa artisti in maniera diversa. Io credo ancora che la gavetta conti qualcosa e penso che anche io stia facendo tanta gavetta perché se non ci fosse l'esperienza non ci sarebbero i cambiamenti, poi uno può scegliere di fare le esperienze nel miglior modo che ritiene giusto, ma l'esperienza secondo me ha un'importanza vitale nelle nostre vita e sono doverose per cercare di diventare quello che vogliamo essere da grandi. Fare esperienza con umiltà conti qualcosa e non sentirsi numeri uno e subito arrivati, a lungo andare, fa la differenza.

Nei mesi scorsi ci si è interrogati abbastanza sul peso degli artisti per quello che stava succedendo. Ecco, il peso dell’artista nella società talvolta è cliché, ma se ti chiedo che ruolo ha lo faccio perché ho letto quello che sul magazine hai scritto su migranti, Genova, adozioni etc

Io credo che un artista sia prima di tutto una persone, quindi libero di scegliere se parlare di determinati temi o meno, io sono anni che esprimo il mio pensiero su quello che succede, che sposo e abbraccio cause che ritengo importanti e che mi spingono a combattere per i diritti di queste persone. Rispetto gli artisti che non vogliono esporsi in merito, mi dispiace un po' di più quando alcune cose vengono dette solo in momenti che ritengono opportuni, tutto qui.