La storia di Stefano Rampoldi detto Edda è senza dubbio una delle più singolari e per molti versi affascinanti del rock (non solo) italiano. L’ha raccontata Elisa Russo, con tutti i dettagli e i collegamenti agli ambienti in cui si è svolta, in “Uomini”, un libro appena pubblicato dalla Odoya: si parte dalla scena musicale milanese degli anni ’80 e dalla cruciale esperienza come frontman dei Ritmo Tribale e si giunge alla carriera solistica avviata in via ufficiale – con il primo album, insomma – nel 2009, dopo vari anni di ritiro imposto da una complessa serie di circostanze che lo stesso Stefano così mi riassunse: “In quel periodo non ero in me… mi ero perso. Sono stato tossicodipendente per sei anni, sono andato in India per drogarmi… ma poi mi sono ripulito e rimesso in carreggiata, ho trovato un lavoro normale e riallacciato i legami con la musica che avevo completamente interrotto. Però non mi sento stabile né credo di avere ancora fatto tutto quello che dovevo nella vita, anche se suonare e la devozione a Krishna sono state e restano esperienze fondamentali". Al tempo, però, quasi nessuno pensò a una “carriera”, visto che il debutto discografico “Semper biot” (in milanese, “Sempre nudo”) sembrava un estemporaneo esorcismo, una sorta di rito catartico allestito più per far pace con il passato che non per gettare le basi del futuro. “Forse ne farò un altro fra quindici anni, forse mai…”, mi disse poi Edda, che in quei giorni si guadagnava da vivere costruendo ponteggi. Una sua rentrée effettiva nel circo della canzone, insomma, rientrava fra le ipotesi poco plausibili.

Invece, contro ogni previsione e (magari) contro ogni logica, carriera è stata. A “Semper biot” sono seguiti il mini-CD dal vivo “In orbita” (2010) e, nel febbraio del 2012, il secondo lavoro in studio “Odio i vivi”. Stesso team dell'esordio, con Walter Somà come coautore e Taketo Gohara a occuparsi della produzione artistica, ma formula più ricca e contenuti nel complesso persino più “estremisti”, a delineare una poetica all'insegna della sincerità espressiva. In sintesi, nessun filtro, né in strutture musicali ricche di splendidi spigoli, né in testi espliciti e all'occorrenza disturbanti, né nel modo di usare la voce, perché la verità non dovrebbe essere nascosta anche se ferisce. Taluni non colgono la grandezza dei risultati, ma nel circuito più o meno underground tanti altri – la maggioranza – sono inesorabilmente conquistati da questo “rock d'autore” sanguigno e assieme visionario, dolce e feroce. E allora, soprattutto rendendosi conto di avere tanto da dire e da condividere, Edda procede per la sua strada senza curarsi delle regole e assecondando le proprie intuizioni. E continuando a mettersi a nudo, sia perché non può fare diversamente, sia – forse – perché consapevole che la sua particolare alchimia, se non è del tutto autentica, non può funzionare.

Pubblicato ancora dalla Niegazowana, l'etichetta che cinque anni fa spinse Edda a (ri)mettersi in gioco, “Stavolta come mi ammazzerai?” – in circolazione da martedì 28 ottobre – è sempre vero fino a far male, ma segna uno scarto rispetto al repertorio del passato, e non solo perché è stato sviluppato con altri compagni d‘avventura. Lo stile rimane ispido, crudo e senza peli sulla lingua, e non rinuncia affatto a colpire dritto al cuore con la sua spesso drammatica intensità, ma l'approccio generale è ora più coeso e, fra virgolette, più “equilibrato” sul piano della scrittura. Un bene? Di sicuro sì, alla luce dell'ennesimo effetto-sorpresa, dell'energia che prorompe da ogni passaggio, delle gustose citazioni che affiorano nei versi, dalla forza emotiva di ben diciassette brani fondati sulla sacra triade chitarra-basso-batteria ma non per questo succubi delle convenzioni. È rock‘n‘roll ma è il rock‘n‘roll di Edda, ed è talmente puro e vivo che cercare di analizzarlo e spiegarlo sembra un atto contro natura, come imbrigliare uno stallone selvaggio. Me ne astengo, dunque, e rimando all'ascolto, non senza precisare che, a tratti, si ha l'impressione che a risuonare nelle orecchie sia un nuovo lavoro dei cari, vecchi Ritmo Tribale. Ed è un'impressione bellissima.