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Drast: “Mi sono mancati lo studio e l’anonimato, ma oggi sono libero dalla pesantezza dei 18 anni”

Drast, nome d’arte di Marco De Cesaris, ha raccontato il suo primo progetto da solista post-Psicologi: Indaco. Qui l’intervista.
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A cura di Vincenzo Nasto
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Dopo aver segnato una generazione indie-pop con gli PSICOLOGI, Drast, nome d'arte di Marco De Cesaris, ha pubblicato lo scorso 23 marzo il suo primo album solista dal titolo Indaco. Il progetto era stato anticipato dall'uscita dei singoli Lontanissima e Tutta la vita e racconta uno spaccato diverso del cantante originario di Napoli. Una delle chiavi di lettura potrebbe essere rappresentata dalla sua evoluzione come essere umano: l’autore ha confessato il rimpianto di non aver potuto frequentare l’università, ma ha parlato anche dei suoi rapporti familiari, descritti nella traccia Anima. Un progetto di 12 tracce concepito in cameretta ma che verrà rielaborato dal vivo anche grazie alla sua band, con la speranza che Napoli ritorni a essere un luogo dove "poter jammare, soprattutto dove non jammano sempre gli stessi quattro 50enni". L'intervista a Drast qui.

Com'è nato il titolo dell'album Indaco?

C'era questa leggenda a inizio anni 2000 legata a una corrente new-age, a cui non ho mai creduto troppo, dei bambini Indaco. Mi ricordo che vidi questo servizio nel programma Mistero, e parlavano di questi ragazzini con gli occhi azzurri e i capelli chiari che rifiutavano le istituzioni: erano anche particolari creativi. Indaco è anche un colore vicino al blu che rappresenta Napoli, la mia città del cuore, le isole, il mio mondo. Poi, riuscire a mettere in copertina gli occhi era un'idea che mi piaceva molto, ho mandato la copertina ai miei amici che mi hanno chiesto se fosse il ritratto di mia madre.

Un progetto che nasce dalla scrittura di Procida, uno dei chiari riferimenti a Napoli nel disco, in cui canti: "Troverò un posto per starti addosso tra l’inchiostro e i nei, se non ci fossi più cosa sarei?". Come ti ha ispirato l'isola e com'è nato il brano?

Sono molto affezionato all'isola, sia perché ci vado da quando ero piccolo, ma anche per la vicinanza a Napoli. Proietta quella sensazione di non dover viaggiare troppo per raggiungerla. Ho passato molte estati lì, anche per mia nonna. Ho voluto onorare questa sensazione, ma anche il luogo che mi ha cresciuto.

Indaco rappresenta anche un nuovo passaggio della tua vita: dagli Psicologi a un percorso solista. Che racconti troviamo all'interno?

È un disco molto legato al mio percorso come essere umano, anche all'interno di quello che ho fatto con la musica. Ritrovarsi a 18 anni in tour è qualcosa che inevitabilmente ti dà delle cose, ma te ne toglie anche altre. Mentre i miei amici andavano all'università, io vivevo poco della loro vita, magari scendendo con loro la sera, ma poi nel weekend andavo a suonare davanti a 50 persone. Col tempo se ne è andato anche il senso di pesantezza di quando hai 18 anni, quando sei ancora un ragazzino e sei sempre in paranoia. Questo disco è anche abbastanza leggero, non lo trovo struggente come le altre cose che ho fatto.

Cosa ti è mancato di più rispetto alla vita dei tuoi coetanei?

L'anonimato totale, infatti ho cercato di preservarlo un po'. Anche con gli Psicologi, non c'abbiamo mai messo la faccia veramente: mi piace andare in giro ed essere una persona,rimpi non solo un'idea. Per quanto io sia riuscito a preservarlo, anche perché sono una persona molto riservata, riesci a farlo entro un certo limite. Anche perchè poi vai a suonare e ti vedono.

E invece a livello personale?

Come esperienza umana, un percorso di studi dopo il liceo. Anche perché lì facevo veramente pietà, un soggetto spiacevole per i professori. Però dopo la scuola dell'obbligo, quando ti inizia a piacere quello che fai, diventa bello farlo. Avrei voluto fare la SAE (School of Audio Engineering).

Anima racconta uno spaccato molto intimo della tua vita, la crescita ma soprattutto ha un taglio sui rapporti familiari.

Il brano l'ho scritto dopo una discussione con mia madre in cui mi disse: "Stai quieto, tutt'apposto". Poi mi disse: "Ti fai sempre male se ci metti l'anima", in maniera un po' romanzata. Il discorso dell'anima è una cosa che mi sta molto a cuore, infatti avrei voluto chiamarlo così. Volevo chiamarlo così anche perché quando ero piccolo non riuscivo a dire la parola anima. Dicevo sempre: "Ti voglio un bene dell'anima" e quindi lo volevo chiamare così.

C'era qualcosa che ti preoccupava?

Mia madre mi disse qualcosa anche perché sono una persona paranoica e molto ansiosa, alcune cose me le vivo proprio male. Poi, stando sempre in giro, comunque torni a casa una volta al mese, se ti va bene, e ti ritrovi tuo fratello che è diventato un metro e 80, come te. Dall'altra parte mia sorella aveva appena iniziato a frequentare l'università. È stato un momento di transizione.

Lontanissima invece, è un brano legato a una tua esperienza personale, l'Erasmus di una tua ex fidanzata: quanto hai patito questa sensazione di distanza che racconti nel brano?

Lontanissima in realtà nasce quando stavamo ancora insieme e lei fece richiesta di andare in Erasmus. Non c'era stato alcun avvertimento, in realtà non lo avevo nemmeno immaginato. Il mio pensiero, in quel momento, era capire se fosse rimasto qualcosa tra di noi quando lei sarebbe stata lontanissima. Nella mia vita ne ho viste tante di relazione rovinate dall'Erasmus. Alla fine non è andata.

E poi è finita per questo?

No, non volevo finire come gli altri. Ci siamo rovinati in modi molto più divertenti, a modo nostro.

Uno dei concetti che più rappresentano anche il mood emotivo, prima degli Psicologi, ma anche nel tuo percorso da solista, è la noia. 

Il mio concetto di noia credo sia collegato alle giornate passate a fare niente, magari quando torno dal tour in cui c'è stata tutta quell'energia. Dopo aver visto 10mila persone, vorresti andare a bere una birra con gli amici e ti ritrovi con uno che è andato a vivere in Germania, un altro che non esce perché ha problemi con la fidanzata. Dall'altra parte, ti manca un botto tornare a casa, ma ti accorgi che c'è ben poco da fare.

E musicalmente?

Credo sia un tema molto ricorrente anche nel vecchio cantautorato, soprattutto in quello napoletano. Ma credo ci siano problemi più grandi adesso, anche perché la noia è un tema abbastanza approfondito, visto che fa parte della quotidianità di tutti.

Vecchio cantautorato napoletano a cui ti ispiri.

Sono di parte, chiaramente, ma Pino Daniele penso sia uno dei musicisti più importanti della storia della musica italiana. Ma in generale tutta la corrente che c'era in quegli anni lì, i musicisti, erano baciati da Dio, erano tutti fortissimi.

Oltre al cantautorato?

Sicuramente c'è il maestro Tony Tammaro, i ragazzi de La Maschera, Tropico, ma anche la disco che ho riscoperto attraverso Napoli Segreta.

Anche autori di una scena che si è conosciuta nei locali napoletani.

Mi dispiace che non ci siano spazi proprio in questa città per condividere la musica, soprattutto adesso. È un periodo storico in cui viviamo, in cui tutti i ragazzi stanno ricominciando a suonare e ad avvicinarsi alla musica. Sarebbe bello creare, per le generazioni future, degli spazi dove suonare e dove poter jammare: soprattutto dove non jammano sempre gli stessi quattro 50enni.

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