23 Maggio 2022
07:41

Psicologi: “Parliamo a chi non ha una voce, in un mondo che bada troppo all’immagine”

Drast e Lil Kaneki sono i componenti degli Psicologi, uno dei progetti musicali più amati di questi anni. Da poco hanno pubblicato Trauma: ne hanno parlato a Fanpage.it.
A cura di Francesco Raiola

Generazionale è una parola che può voler dire tutto o niente, ma che negli ultimi anni sta vivendo la stessa vita di "resilienza", ovvero si sta svuotando di un significato reale. A furia di usarlo come etichetta è rimasta solo quella, buona da appiccicare ovunque. Da qualche anno gli Psicologi, il duo composto da Drast e Lil Kaneki, sono uno dei progetti musicali attorno a cui c'è maggiore attenzione, a ragione visto che sono riusciti a creare uno stile personale mescolando rap, urban e pop, alternando pezzi banger e ballad che hanno incrociato il sentire di un importante pezzo di pubblico. E più volte si sente e si legge quanto la loro musica sia generazionale, appunto, rappresenti e parli a una generazione e in effetti è così, non potrebbe essere altrimenti. Se volete capire cosa succede nel mondo musicale e nella testa dei 20enni, Drast e Lil sono una buona porta d'ingresso. Il loro ultimo album si chiama Trauma e parla di aspettative, amori, ma anche di traumi, ovviamente e depressione cercando di non sbracare, senza paura di inserire uno spensierato "nananana" in un album in cui cantano "Il mio Paese crede più negli angeli e nei farmaci che nelle persone e lo Stato non dà rimedi, sai, ma ti reclude come soluzione".

Avete detto che non potete diventare la voce di tutti, però c’è un tema serio sulla ricerca, nella musica, della voce di una generazione.

Drast: Generazionale vuol dire tutto e nulla, è un termine po' dozzinale e se volessimo fare musica generazionale non ci riuscirebbe bene, nel senso che se pensi troppo a cosa fai non hai un confronto spontaneo con le persone, risulterebbe costruito. Quando abbiamo trattato temi che accomunano la nostra generazione non l'abbiamo fatto col desiderio di diventare la voce di una generazione al massimo con la speranza di diventarlo, sicuramente non è mai stato nostro obiettivo, è bello esserlo ma finché te lo dicono gli altri.

Non potete, anche per età, non parlare di temi cari a una generazione, a partire dal trauma, le aspettative, le medicine…

D: Risultare la voce di tante persone parlando della tua vita e di quella dei tuoi amici, è questa la cosa di cui siamo contenti.

Lil Kaneki: Nella realtà, poi, la maggior parte degli artisti sono generazionali, perché portano immagini e fatti rilevanti di quello che gli succede e hanno intorno.

D: Quando iniziammo era un periodo in cui l'immaginario era quello che contava, il periodo in cui come ti vestivi era più importante di quello che dicevi, ma noi non abbiamo i vestiti belli, proviamo a parlare delle persone normali, coloro che in mezzo a tutto questo caos di stile non hanno una voce, che non hanno nessuno che parla di loro.

Qual è stata la prima pietra di Trauma?

D: c'è stata una grande aspettativa su questo disco. L'esatte scorsa eravamo in tour e ci dicevamo che dovevamo farlo, ma non riuscivamo a farlo, siamo stati in studio un po' di volte, da luglio a ottobre, senza tirare fuori nulla che ci piacesse, anche con una seri di producer validissimi ma eravamo noi che non eravamo nel giusto viaggio. Secondo me un disco lo puoi scrivere quando hai vissuto abbastanza esperienze da scriverlo. Se ti forzi e corri dietro le tempistiche non fai una cosa genuina, real, per questo la prima pietra secondo me è stata "Pagine", perché avevamo lo studio da poco.

LK: Per me forse la prima prima è stata "Sui muri"

D: Sì, però non era ancora nel viaggio del disco.

LK: Però è con quella che abbiamo capito che strada prendere, c'è stata la scelta di fare un disco tra di noi, senza andare a cercare un producer, fare una nostra ricerca del suono tra di noi e le persone che erano in tour con noi.

D: Diciamo che la prima pietra è stata prendere uno studio tutto nostro.

L'idea di chiudervi, provare, stare insieme…

D: Sì, dopo anni a lavorare siamo riusciti a comprare gli strumenti che volevamo da sempre, le macchine che nascondevano il suono che volevamo. Abbiamo un posto in cui esprimerci veramente per questo ti dicevo "Pagine", perché il primo giorno che siamo entrati nel nostro studio abbiamo incontrato Bresh e abbiamo fatto "Alcool & Acqua" uscito nel suo disco, poi due giorni dopo stavo a casa, a Roma, al piano e ho scritto una strofa, ci siamo beccati tutti insieme la sera in studio ed è nata Pagine, per questo dico lo studio, perché poi non è mai stata rilavorata, è uscita direttamente la demo.

Una delle cose che vi caratterizza è anche un suono che prende dal rap, urban, ma lo espande, caratteristica di un nuovo pop che fate vostro. Avete un'attenzione maniacale no?

D: La cosa che ci caratterizza e caratterizza il nostro suono è pensare che le canzoni si fanno con gli strumenti, che non vuol dire che siano veri, ma significa che una canzone deve avere una chitarra, un basso, un piano e una batteria. Questa cosa qua ci ha spinto a trovare una nostra chiave, col tempo, e secondo me il motivo per cui non è uscito niente in quei mesi, quando volevamo fare un disco e avevamo tanto di cui parlare, è proprio che non avevamo chiaro cosa volevamo fare a livello di suono. Nei periodi in cui non hai chiaro ciò che vuoi fare tendi a dirti "Facciamo una cosa tipo questo artista", però magari non è il tuo mondo. Per esempio "Pagine" è una delle poche canzoni che abbraccia tutti e due i nostri mondi musicali in pieno. Per questo dopo quello è nato tutto, perché abbiamo detto "Questo è ciò che siamo noi". Farlo il suono da noi vuol dire sbagliare ma in maniera figa, non c'è nessuno in studio che ci dice che una cosa non rispecchia i canoni pop.

Anche perché questa cosa vi ha dato ragione…

D: Abbiamo lavorato molto sul mantenere la patina home made, nonostante il prodotto fosse comunque più grosso.

Sentivate il peso dell'aspettativa?

D: No, anche perché quando è uscita "Sui muri" è andata benissimo e non ce l'aspettavamo. Per noi era una cosa strana per un pezzo chitarra e voce, dopo tutti i pezzi chitarra acustica e voce che avevamo fatto. Un pezzo cantato a differenza di tutto il resto, che per quanto fosse cantato era comunque dritto. Abbiamo imparato col tempo che più fai la cosa che ti piace, più arriva, magari arriva a poche persone ma sono sicuramente quelle giuste.

Quando avete capito che l'album era chiuso?

D: Per me non è mai chiuso. È un tasto dolente, anche perché assieme al nostro fonico e ad Alessio ho fatto tutti i mix, però facendo quel lavoro sentivo sempre cose che potevano suonare meglio ed è stato abbastanza un buco nero. Ricordo sessioni finite alle 7 di mattina in cui continuavamo a lavorare perché tutti avevamo altri impegni e andava chiuso ‘sto disco. Insomma, mi piace come è venuta fuori, ma mi dico che avremmo potuto fare un pezzo in più o altro…

È anche vero che oggi se vuoi fare un pezzo in più puoi farlo uscire quando vuoi?

D: Ma infatti mo esce un altro pezzo (al momento in cui esce l'intervista hanno pubblicato "Non lo faccio più" con tha Supreme, ndr).

Questo vostro bisogno di voler aggiustare sempre lo portate nei live?

D: Non del tutto, anche perché questa volta delle canzoni siamo contenti. Sul disco vecchio c'era molta più indecisione, soprattutto perché l'abbiamo chiuso durante il periodo del Covid, quello è stato più figlio di un momento storico non reale, mentre ora i pezzi sono tutti come volevamo che fossero.

Alla faccia di chi dice che le nuove generazioni pensano più ai soldi e all'egotrip che altro voi cacciate pezzi come Medicine, per dire, attualissimo e con una forte dimensione sociale.

LK: Sì, ma c'è anche da dire che nella trap, nella drill puoi leggere di tutto. A me dà un po' fastidio questa cosa perché anche nella nostra scena ci stanno tante persone che scrivono con un fatuo insopportabile, anzi io trovo più verità in un pezzo che parla di strada che nell'ennesima traccia d'amore.

D: Secondo me quando una cosa è d'amore o è sentita ed è bella, oppure serve solo a far rispecchiare i ragazzi ed è una merda. Molto meglio un racconto di una vita difficile che magari aiuta le persone.

E per quanto riguarda Medicine nello specifico?

D: Ho visto commenti su Youtube che chiedevano: "Ma è retorico?", beh direi proprio di sì, nel senso che non credevo neanche che ci fosse da porsi la domanda. È stato capito ma non del tutto, purtroppo, ma anche se sei chiarissimo c'è qualcuno che non ti capisce, viviamo in un mondo con così tanti stimoli e così tanto bisogno di creare topic ed esprimere il proprio pensiero solo per farsi notare… Spesso sembra che la gente legga solo quello che vuole leggere, ma vale in tutto, non solo nella musica. Questa cosa la trovo assurda su una canzone che mi pare chiara, comunque a scanso di equivoci sì, è retorico.

Come vi state rapportando alla notorietà?

LK: È super chill, noi siamo sempre stati nei nostri posti, con gli amici, e se anche ti chiedono la foto sei contento di farla, magari gli amici ti prendono in giro, ma sempre in modo bello.

D: La cosa solita con cui ho a che fare io è il compagno di classe alle medie che mi incontra e mi prende in giro. Abbiamo fatto un instore a Milano in cui c'erano un'ottantina di persone ed è stato bello perché ora che facciamo concerti con così tante persone rischi di dimenticare quando li facevamo con meno persone. C'era un'atmosfera familiare e siamo riusciti a interfacciarci con queste persone e a fargli capire che sei una persona normale, cosa importantissima perché c'è sempre un gap tra fan e artista, con questi ultimi a volte visti come divinità. Decostruire questo meccanismo aiuterebbe anche a instaurare un rapporto migliore tra artista e fan perché spesso ti trattano come fossi un oggetto che deve fare le foto, invece se è tipo come allo zoo non voglio farlo, poi lo faccio lo stesso, ma non con piacere.

"Da quanto tempo non parlo coi miei, credo che la mia paura li annoi" cantate in "Tutto bene". Da dove nasce questa barra?

D: È una frase nata perché lo scorso dicembre, in quel periodo mesto in cui stavamo sempre in studio, faceva buio prestissimo e avevamo orari improponibili, ero a Napoli e mio padre mi disse: ‘Non è possibile che in tv si parla solo di Covid e se si parla dei ragazzi lo si fa solo in maniera dozzinale". È stato un periodo particolare, pensa ai ragazzi che si trovavano in casa coi genitori che si odiavano ma non potevano lasciarsi, quindi mio padre mi ha detto: "Perché voi che potete non fate una canzone che tratta della depressione, però senza farlo con una vena tragica?". È stata una sfida difficile perché volevamo fare un pezzo che parlasse di questo, ma è un tema troppo delicato e per scrivere quella barra ho cercato di fare mie le esperienze di altri, è un argomento che mi sta molto a cuore.

Per voi cosa significa il live?

D. Ho visto un'intervista a Salmo in cui gli chiedevano cosa consigliasse ai giovani artisti e lui ha detto di soffermarsi sui concerti. C'è molta ambizione di fare i soldi con la musica, ma quelli li fai coi concerti, quindi se ti piace fare i concerti guadagni facendo quello che ti piace. Non è il focus della nostra visione, ovviamente, però come consiglio ci sta: dire ai giovani di soffermarsi sulla musica, anche perché storicamente le band fanno la gavetta coi live mentre adesso pare che uno debba fare 20 videoclip, la promo sui social… Invece no, non è così, devi suonare davanti a 50 persone e poi se sei bravo quelle 50 diventeranno 100. Credo che il live sia stata la cosa che maggiormente ha spinto il nostro progetto, magari all'inizio non eravamo bravi, ma avevamo un buon rapporto con le persone che c'erano e quindi erano felici di essere lì.

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