Claudio Baglioni
in foto: Claudio Baglioni

Se Claudio Baglioni riuscisse ad avere buoni ascolti con il cast portato quest'anno al Festival di Sanremo 2019 potremmo finalmente sfatare il mito che da anni ci raccontano e ci raccontiamo, ovvero che senza i nomi vintage gli ascolti crollano. La scommessa del Direttore artistico, dopo essersi conquistato la fiducia del pubblico lo scorso anno, è quella di ritentare quest'anno con nomi meno usurati. Una scommessa che per chi sta dentro le cose musicali una scommessa non dovrebbe essere, dal momento in cui molti di quelli che in queste ore sono considerati "i giovani del festival" sono artisti che hanno anni di carriera alle spalle, artisti in grado di costruirsi carriera e pubblico senza talent, senza passaggi in radio, senza televisioni, senza Sanremi, ma solo con tantissimi live, costruendosi un percorso in quel mondo enorme e alternativo da cui è uscito, nel tempo, anche quello che oggi chiamiamo It-Pop. È bene, allora, sfatare alcuni miti e fare chiarezza su alcuni punti, ponendosi anche delle domande.

Ma chi sono questi Big?

Domanda che qualcuno si sarà fatto: molti di quelli che forse non avremmo mai immaginato di vedere a Sanremo, tipo Motta e Zen Circus o anche Achille Lauro, ma anche Shade, non sono ragazzini alle prime armi, ma artisti che da anni è nelle liste del Premio Tenco, vincendolo, tra l'altro. Gli Zen Circus hanno una decina di album alle spalle, Motta ne ha due che hanno avuto un buon successo, senza contare il suo passato coi Criminal Jokers, mentre uno come Achille Lauro ne ha quattro di album alle spalle, con l'ultimo che ha esordito in quarta posizione, e alcune canzoni con milioni di views su Youtube, come "Thoiry". Stesso discorso vale per Shade, che proprio con Federica Carta ha piazzato una delle canzoni più ascoltate dell'anno ("Irraggiungibile", canzone da oltre 90 mln su YT). Sono artisti diversi tra loro, ovviamente, generazioni e generi diversi, alcuni con una visione più tradizionale della discografia, altri che, invece, nati artisticamente col digitale sono più orientati, ad esempio, sul concetto di singolo che di album. Gli Ex-Otago – altro nome nel calderone dei "ragazzini" – hanno pubblicato il primo album nel 2003 e sono senza dubbio una delle band che ha posto le basi per il cosiddetto It-Pop, così come i Boomdabash sono una delle band storiche del panorama reggae italiano, che in questi anni hanno saputo ampliare il proprio sound, influenzando anche il pop – grazie a Ketra, uno dei membri della band – diventando anche band tormentone (ma relegarla in questa categoria è comunque limitante).

Chi li vende gli album?

Per alcuni il problema è discografico: "Ma chi se li compra questi album?". A questo punto il problema potrebbe essere affrontato da più parti, capovolgendo la domanda in "Ma prima Sanremo era veramente un programma in grado di far vendere tanti album?" e la risposta è no, non in generale, almeno, forse per un singolo artista. Ha sicuramente creato alcuni casi in questi ultimi anni, ma non in maniera compatta, non creandosi addosso un vestito di programma in grado di lanciare tormentoni 8e forse pensarla così sarebbe la strada verso il declino). Quest'anno alcuni di quegli artisti sono già andati più volte in classifica, ad esempio, con dischi d'oro e platino (per quello che significa nel fluido mondo discografico odierno). Un altro punto della questione è se veramente oggi la vendita di un album (fisico) decreta il successo o meno di una band. Con le statistiche che vedono il supporto fisico sorpassato dallo streaming, tanti artisti giovani hanno modificato il concetto di uscita, prediligendo il formato singolo, appunto (in una sorta di retromania totale) puntando soprattutto sui live, diventato uno dei segmenti da cui trarre maggiori guadagni per gli artisti (motivo per cui probabilmente si vedono tour in coppia, in trio, tour acustici, nei teatri, nei club, negli stadi in un turbinio continuo e talvolta eccessivo di live).

Vabbè, ma ancora i talent?

Sì, ancora i talent che, volenti o nolenti, in qualche modo influenzano il mondo discografico italiano, quello dei "numeri" e delle classifiche (zoppicando, a volte, nei live). Dei talent ne parliamo da anni e proprio per questo potremmo metterci l'anima in pace e prendere atto che esistono e che alcuni sono seguiti, cercando di fare pace anche col fatto che per un anno dovremmo ascoltarci il vincitore o il fenomeno del momento uscito soprattutto da Amici (anche se in questi ultimi anni qualcosa è uscito anche da X Factor, come avvenuto per i Maneskin). Una folta rappresentanza di talent è il prezzo da pagare se l'idea è quella di rappresentare lo spettro musicale italiano e guardare all'anno passato: impossibile, quindi, far finta di niente parlando di Irama, che tra singoli e album (due nei primi posti di vendita) è stato uno dei fenomeni del 2018. Certo, a volte si esagera, con artisti che per anni hanno tentato e non ce l'hanno fatta, finiti tra i Big senza avere non tanto la canzone, quanto i numeri per essere considerati tali, ma vabbè.

Sanremo Giovani era così sbagliato?

Quest'anno è stata varata la nuova formula per i Giovani (che talvolta così giovani non erano, ma vabbè), che ha previsto sei giornate con due serate finali in cui sono stati selezionati quelli che parteciperanno tra i Big. Baglioni ha voluto puntare tutto sui Big per i giorni caldi del festival, e il rischio in teoria sarebbe stato di Giovani schiacciati, senza una vetrine a se stante, ma se scommessa doveva essere che scommessa sia (anche se gli ascolti non hanno premiato), pare abbia detto il Direttore Artistico che ha smontato un giocattolo che negli ultimi anni qualcosa l'aveva presa: da Francesco Gabbani, doppio vincitore, a Ermal Meta, che dai Giovani è passato alla vittoria tra i Big, fino a Ultimo, uno dei fenomeni del 2018. Sarà interessante capire che visibilità avranno Einar e Mahmood, per esempio.

Ma il pubblico lo vedrà questo Sanremo?

Questa è la domanda che si fanno tutti, sia per l'età media di rete che per il pubblico sanremese che non ha mai puntato in maniera seria su quella fetta di pubblico. Una domanda a cui avremo risposta solo il prossimo sei febbraio, quando usciranno i primi dati Auditel. Ma siamo sicuri che chiamare artisti che ormai hanno un pubblico sempre minore sia stata invece l'unica possibilità per avere seguito? Per il discorso di live e views probabilmente Achille Lauro ha più spettatori di tanti Big degli anni scorsi messi assieme, ma in un Paese che non ha più cultura musicale in televisione, almeno in questi ultimi anni, bisognerebbe, per un attimo, mettere da parte i numeri e dare una seria mano al Festival, accompagnandolo durante l'anno con alcuni programmi mirati (e non solo coi mega concerti dei cosiddetti "grandi"). Una scommessa per Baglioni che potrà comunque dire: ci ho provato. Sperando che ci riesca.