19 Novembre 2019
16:09

C’è un problema con la musica in tv: Enrico Ruggeri, De Andrè e la destra non c’entrano

C’è un problema musica in televisione e c’è ormai da tempo. Le polemiche sulla prima puntata di “Una storia da cantare”, programma in tre puntate diretto da Enrico Ruggeri e Bianca Guaccero, è solo la punta dell’iceberg. Non esiste un’idea con una programmazione e la musica in tv si riduce a qualche cover e a poche celebrazioni, con poche (belle) eccezioni.
A cura di Francesco Raiola
Enrico Ruggeri (LaPresse)
Enrico Ruggeri (LaPresse)

C'è un problema musica in televisione e c'è ormai da tempo. Le polemiche sulla prima puntata di “Una storia da cantare”, programma in tre puntate diretto da Enrico Ruggeri e Bianca Guaccero, ne sono solo una nota a margine. La prima delle tre puntate, quella dedicata a Fabrizio De Andrè, ha avuto un'eco enorme per vari motivi, dalle accuse di ‘fascismo' (sic) allo stesso Ruggeri, alle critiche all'approccio al canzoniere deandreano. C'è sicuramente qualcosa da mettere a punto per la trasmissione di Rai Uno che nonostante le buone intenzioni ha dovuto affrontare una sorta di mare in tempesta che in Ornella Vanoni che ha dimenticato le paroleVanoni che ha dimenticato le parole, fermandosi convinta di non essere in diretta, ha visto solo la punta dell'iceberg.

Cosa va e cosa non va di Una storia da cantare

Sui social la polemica è stata quella di un Ruggeri di destra che non poteva approcciare Fabrizio De Andrè. Il problema, insomma, sarebbero le presunte posizioni politiche del cantante e non la caratura di un artista che ha alle spalle più di qualche successo e una Storia che parla da sé più di qualunque tweet indignato. Non sappiamo cosa farebbe De Andrè, probabilmente una risata, pur senza tirare in ballo l'abusata posizione ostinata e contraria. Ruggeri ha tutto quello di cui necessita il racconto di uno come De Andrè, capacità di muoversi in radio e tv, una struttura musicale che non si può discutere e anche un amore che traspariva dalla trasmissione.

Il punto, semmai, è il pacchetto all'interno di cui si è dovuto muovere. La trasmissione, nonostante il botto negli ascolti, ha lasciato un po' di amaro in bocca, per una serie di ragioni: per alcune interpretazioni, per alcuni ospiti, perché l'impressione è che il racconto sia sempre un po' troppo standardizzato, che De Andrè lo si possa raccontare solo in una direzione, sempre quella, con le solite canzoni, le solite domande, le solite cose, insomma. Sarà interessante vedere come proseguirà la trasmissione, che nelle prossime puntate vedrà protagonisti Lucio Dalla e Lucio Battisti; sarà bello vedere se anche lì il racconto sarà solo quello per accontentare il pubblico di Rai Uno oppure se si riuscirà a presentare anche qualche altra cosa, se esisterà solo il Battisti mogoliano, oppure anche quello ‘sconosciuto' degli album bianchi, per esempio. Ma non basta invitare i Willie Peyote (che è bravo, bontà sua!) di turno, gettare un po' di rap, per svecchiare un racconto.

I problemi della musica in tv

E qui veniamo a uno dei problemi principali della musica in tv, ovvero la sua inesistenza e inconsistenza. La musica in televisione è solo cover e principalmente i soliti nomi cantautorali (a volte trattati con grande classe, come fa Giorgio Verdelli con "Unici" o "33 giri" su Sky). Ovunque ci si giri ci sono i soliti cinque nomi ormai raccontati in tutte le salse e tante cover, soprattutto cover, solo cover. A parte qualche eccezione importante, come Che tempo che fa, in cui dopo un tentativo di apertura ad artisti più giovani si è tornati a lidi più sicuri o Quelli che il calcio, praticamente la musica è relegata ai talent che vivono soprattutto di cover. Una volta esistevano isole felici, difficile non pensare all'enorme lavoro che fece Red Ronnie con Help e Roxy Bar, per esempio, mentre oggi tentare musica in tv è un bagno di sangue, un po' come tentare di parlare di Letteratura.

Parlare diversamente di musica

Ci ha provato Manuel Agnelli con "Ossigeno", un bel tentativo di portare la musica in tv a un livello confidenziale, con qualità negli ospiti e nel live, con un Agnelli maestoso, così come ha tentato, seguendo una strada diversa Brunori Sas, a modo suo. Due tentativi con ascolti che in fondo non sono stati male, ma con un senso di precarietà continua, come se non ci fosse un reale investimento o, quantomeno, una progettazione a lungo termine. Ci sono state anche le interviste di Daria Bignardi a personaggi come Massimo Pericolo e Speranza, tra gli altri: la conduttrice è riuscita a non far sembrare alieni quelli che sono considerati alieni anche all'interno del loro mondo, chapeau. Ma difficilmente "L'assedio" può essere preso a modello, i numeri non permettono un confronto "reale".

L'effetto Talent show

Ci sono i talent, appunto, che a un certo punto, dopo decine e decine di cover arrivano agli inediti, ma il discorso è anche lì complesso, perché spesso si parla di esordienti quasi totali o, comunque, che non sono riusciti nella loro esperienza precedente a costruirsi un pubblico reale. Questi ultimi anni ci hanno dimostrato che alla lunga a resistere sono in pochi e i numeri di quest'anno del principale talent italiano, Amici, parlano chiaro: Giordana Angi e Alberto Urso non sono riusciti (ancora) a ripetere quello che fecero Riki e Irama che, comunque, non hanno lasciato un segno tangibile nella discografia italiana. Per non parlare di X Factor – che lotta con un calo di ascolti non indifferente, nonostante un parterre di giudici in teoria azzeccato e un presentatore come Alessandro Cattelan – o The Voice, di cui non si ricordano i vincitori delle ultime edizioni.

È un paradosso che qualcosa di così pervasivo nelle vite di chiunque non sia raccontato, contestualizzato, ascoltato e che quando ci si prova i risultati sono sempre parziali. È un paradosso che non si trovi una strada per raccontare qualcosa di bello, lasciando il campo quasi completamente scoperto. Si potrebbe osservare che "oggi tutto si è spostato online", vero, anche perché il pubblico giovane è soprattutto lì, però è veramente impossibile parlare di musica in televisione come si faceva una volta, senza correre il rischio di apparire nostalgici?

(Con la collaborazione di Andrea Parrella)

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