Dario Brunori e la sua Brunori Sas avrebbe dovuto essere nel bel mezzo del loro primo tour nei Palazzetti. Invece il cantante, come tutti, è bloccato nella sua casa in Calabria, attorniato da libri che non riesce a leggere e immerso in un tempo sospeso. La pandemia di Covid-19 ha fermato tutto, la musica live in primis e con questa cosa ci ha fatto i conti anche quello che è uno dei cantautori che meglio è riuscito a raccontare, in questi ultimi anni, la realtà che ci circonda. La disoccupazione, la depressione, i deboli e come i deboli siano lo strumento che il Potere usa per soddisfare gli istinti più bassi della gente. Ma Brunori è anche uno degli nostri artisti in grado di maneggiare meglio l'ironia e di avere uno sguardo più ampio, un talento puro che, arrivato tardi al grande pubblico, è riuscito a conquistarlo in un attimo. Dalla sua casa di San Fili, quindi, ha raccontato a Fanpage.it il suo ultimo album "Cip!", ma anche la sua visione della Musica, della Società e di quanto l'Arte sia qualcosa che vada sempre protetta.

Mettiamo un punto esclamativo o interrogativo a questo momento?

La paura è che possa essere un punto esclamativo. In questo periodo mi preoccupo che le manovre che vedo attorno a questa cosa possano essere un po' più perentorie di come mi immaginassi, di sicuro c'è che nel caso di "Cip!" quel punto esclamativo aveva un altro significato, era ironico, mentre in questo contesto può prendere un connotato molto poco ironico. Il mio timore è che anche questa volta il mio ottimismo cauto possa essere disatteso dalla realtà, viviamo una realtà che sta chiudendo un po' tutto e si sta trincerando molto di più: si sperava che questa cosa potesse, in una sorta di slancio ideale, migliorare la capacità di solidarietà, all'inizio lo si vedeva in quei segnali istintivi una sorta di apertura a una visione dell'umanità nel suo insieme e invece mi sembra che ci si stia chiudendo. Continuo a mantenere un punto interrogativo, ma non in attesa di risposta altrui.

Sei uno di quelli che riesce a scrivere del presente?

No, perché sono incapace, in generale, a scrivere le cose che mi passano per la testa, non riesco a metabolizzare se non con il passare di un limite di tempo che mi dia una distanza. Non è casuale che abbia sempre scritto in maniera abbastanza veloce di cose passate: quando devo scrivere qualcosa del passato ho una certa rapidità nell'esecuzione, perché quella cosa l'ho lasciata decantare il giusto, e poi in questo modo scremo tra le milioni di fesserie che potrei scrivere quando le cose mi accadono. Quando mi trovo coinvolto, invece, essendo uno molto impulsivo, capisco che è meglio tacere, perché ho l'impressione che ci sia troppo coinvolgimento emotivo: mi è capitato di scrivere di getto, riguardare col tempo quello che avevo scritto ed essermi detto: ‘Ma che cosa hai scritto!'.

Quindi non stai tentando di raccontare questo momento, almeno per ora…

No, in questo momento non mi viene da scrivere niente, questi momenti ti fanno riscoprire le falle del tuo sistema di pensiero: come ti vedi, come vedi le cose che hai scritto… Sicuramente anche io sono coinvolto nella mia parte più istintiva, più preoccupata delle cose pratiche, tant'è che ho difficoltà a partecipare a incontri in cui devo esprimere pensieri, valutazioni, cose che vanno nell'ambito dell'arte, della canzone, della poesia.

In un'intervista dicevi che hai capito che bisogna darsi obiettivi raggiungibili, piccoli ma importanti, lo stai facendo?

Quando è partito tutto, mi sono detto che si concretizzava, nel male di questa situazione, l'idea di avere tutto il tempo a disposizione per le proprie cose, nessuno che ti disturba, libri che aspettano di essere letti, ma alla fine stanno ancora là.

"Capita così" era pensata per uscire in questo periodo oppure l'hai scelta col senno di poi?

No, era già pensata per essere il singolo di questo periodo; era in ballottaggio già quando uscì "Per due che come noi", poi si pensò che quella era giusta per il momento natalizio e che "Capita così" avrebbe potuto trainare il tour. Anzi, a un certo punto mi sono posto il problema opposto, ovvero che per la tipologia di testo potesse essere addirittura vista non benissimo. Sai, chi non è addentro alle cose, non sa che è uscito un album, potrebbe anche pensare che l'hai scritta appositamente per l'occasione. Alla fine, però, ho pensato che fosse giusto così, anche perché il messaggio interno alla canzone era un messaggio di accettazione più che di rassegnazione.

È naturale, a volte, leggere il presente con le canzoni scritte nel passato. Nel tuo album, ad esempio, ci sono una serie di cose che assumono sfumature diverse, ma forse è solo una distorsione di chi ascolta…

L'idea che molte canzoni possano essere rilette in questo periodo da una parte mi fa piacere, perché vedi che quando scrivi di cose non attuali in realtà riesci a essere attuale. Una buona scelta, ovviamente, è stata quella di non scrivere di stretta attualità, ma cercare di parlare di problematiche esistenziali. In particolar modo parlare dell'idea della morte, perché alla fine il disco è tutto basato sulla fine delle cose, argomento che ho sempre affrontato, certo, ma che in passato ho sempre fatto servendomi delle storie di alcuni personaggi. Narrativamente è più stimolante, certo, ma mi piaceva l'idea che queste canzoni fossero una sorta di ritratto astratto – anche da un punto di vista della persona che le sta cantando – e oggi hanno un riflesso forte.

Com'è stato scrivere per la prima volta ‘ti amo' in una canzone?

Sono stato molto spudorato in questo disco, ma era giusto perché era nel tema dell'album. In realtà vorrei essere un Dario capace di dire ‘ti amo' senza doverci costruire intorno un ragionamento, però non è così, quindi ho accettato di pubblicare quel pezzo per me difficile. È difficile perché nelle canzoni d'amore personali si rischia quell'effetto di narcisismo che può sembrare fittizio, invece a ‘sto giro devo dire che il pezzo piaceva a tutti e in fondo aveva anche a che fare con il tema dell'album: affrontare la fine delle cose, oltre al celebrare la difficoltà di tenerle in piedi. Alla fine è come se in questo disco avessi avuto il bisogno di scrivere canzoni per gli altri. Dopo cinque dischi è bello scrivere canzoni per far star bene le persone, e quando queste ti restituiscono l'idea che gli hai scritto una canzone in cui per la prima volta il racconto dello stare insieme per tanti anni non è solo tristezza o rassegnazione o routine, è una cosa che ti fa piacere.

Oggi la Cultura in qualche modo ci sta aiutando a passare le giornate: musica, tv, arte. Sarà bene ricordarselo anche quando tutto questo sarà finito, no?

Penso che nessuno possa negare l'importanza della Cultura e dell'industria culturale, perché alla fine facciamo anche noi parte di un sistema di mercificazione, ma di una merce che rimarrà nel tempo e che ha una sua funzione straordinaria di cui ci accorgiamo adesso che siamo allo stremo. La cosa fondamentale per me è che questa cosa venga riconosciuta da un punto di vista politico, ma in primis dobbiamo riconoscerlo noi che lo facciamo. Ci stiamo muovendo proprio perché per una volta si riesca a creare un soggetto che riesca ad interloquire con le Istituzioni per riconoscere non tanto noi, che siamo la punta dell'iceberg, ma chi vive dei concerti e degli eventi e che in questo momento di trova col culo per terra. Si tratta di un lavoro lungo, ma servirebbe qualcosa di urgente per colmare una situazione che può diventare pericolosa, perché qui da noi non esiste l'idea del lavoro semi professionale come in Francia, non ci sono redditi garantiti.

Cosa stai ascoltando, a cosa ti sta ispirando in questi giorni, anche per capire dove andrai…

Non so dirti dove andrò, ma sto ascoltando artisti come Debussy, Satie, insomma cose che non hanno a che fare con la canzone,  e in più sto vedendo concerti su RaiPlay. A livello di musica pop, invece, mi piace molto Lana Del Rey che nella mia ignoranza avevo snobbato, poi quando ci sono questi momenti ti ascolti un po' di cose del passato e ora sto ascoltando tantissimo i Fitness Forever, un disco capolavoro.

Un altro degli argomenti che hai trattato come artista è di come alla fine è il debole che viene colpito dalle emergenze, come nel caso dei migranti. Una delle dimostrazioni che se un artista riesce a parlare della realtà che lo circonda, parla del passato ma anche del futuro…

Sicuramente questo sarà sempre un tema rilevante perché quello che stiamo vivendo oggi è qualcosa che Bauman, nella sua grande capacità di analisi, aveva già segnalato in più casi, soprattutto parlando di come i migranti fossero un bersaglio facile, perché erano corpi su cui riversare le angosce di un nemico che percepiamo da sempre nell'inquietudine del futuro, nella nostra ricerca di qualcuno a cui dare la colpa. Anche il coronavirus è l'ennesima dimostrazione del bisogno della ricerca di un nemico, cosa che il Capitalismo aveva cercato di rimuovere. Un altro tema che tratto sempre è la gestione degli attriti, siccome sono uno che cerca sempre la comprensione, mi rendo conto che a volte è necessario avere un'opposizione, anche per crescere. Ecco, tra l'idea dell'opposizione e del nemico c'è una grande differenza, specie quando ha come risultato non l'incontro e lo scontro tra due persone, ma semplicemente il muro da alzare.

Un muro che rischia anche di essere tecnologico…

In questi momenti si leggono cose non proprio belle, soprattutto provenienti dall'Asia, che adesso sembra diventare il paradigma vincente, ma è un paradigma vincente in cui la privacy è andata a farsi friggere: sta diventando quello che in una puntata di Black Mirror sembrava un futuro distopico, lontano da noi, quello del rating dei cittadini in base ai comportamenti.

Senti, come pensi che sarà tornare ai live?

Sicuramente la mia speranza è che ci siano le condizioni per poter suonare al più presto dal vivo, perché il disco nasceva con l'idea di recuperare l'aggregazione. Era uno dei motivi fondanti anche di alcune scelte che stavo facendo, scelte di allargamento, per poter sottolineare la necessità, in questa epoca storica, di una maggiore interazione in carne ed ossa, perché ravviso soprattutto adesso il bisogno di incontrarsi: la tecnologia è fondamentale ma è un surrogato, perché manca tutto un ventaglio di sensi che non entrano in gioco. Se ci sarà la possibilità di tornare a quelle forme di aggregazione canterò con molto piacere le canzoni più scanzonate e lotterò affinché questa cosa non diventi pretestuosa: noi stiamo facendo tutti la nostra parte ma questa cosa non deve diventare quella spintina in più per raggiungere l'obiettivo di tenere tutti a casa.