Da quell'enorme setaccio che è il tempo, Big Fish ne è uscito, se possibile, ancora più forte. O comunque, ne è uscito, che pure non è scontato in un mondo, come quello musicale, che negli ultimi anni gira in maniera sempre più vorticosa, gettando via tantissimi artisti e next big thing mangiate dall'incapacità di gestire il successo o quello che pensavano fosse tale. Per questo motivo Massimiliano Dagani, che ha dominato gli anni 90 con i Sottotono per imporsi successivamente come uno dei produttori più apprezzati in Italia e all'estero, è forse una delle persone più adatte a spiegare ai giovani quali sono i pro e i contro di un sistema come quello dell'industria musicale. Non è un caso che "Come sopravvivere alla musica" sia il sottotitolo del suo primo libro intitolato "Il direttore del circo", edito da Sperling & Kupfer, ovvero una raccolta di consigli ai giovani che hanno intenzione di cominciare a muovere i primi passi in questo mondo. Partendo dalla sua lunga e variegata esperienza, Big Fish – che da poco ha pubblicato, con Jake La Furia, "Soldi dall'inferno" e che ha lanciato Chadia Rodriguez – ha raccontato cos'è un produttore, cosa sono le major, che tipi di contratti si possono firmare, cos'è la Siae, pro e contro dei Talent, ma anche come si scrive una canzone, che si intende quando parliamo di hit: il mondo della discografia for dummies che tutti gli aspiranti cantante/produttori/artisti dovrebbero leggere.

Interessante che per spiegare il mondo dello spettacolo e anche distruggerne alcuni cliché parti da un luogo comune, quello del circo, da sempre cliché di quel mondo. Mi è piaciuta l'idea che più che raccontare la tua storia tu abbia voluto fare quello che fai sempre, parlare dei giovani artisti dei pro e contro dell'industria.

Non avrei mai pensato di scrivere un libro, pensavo di non avere nulla da dire di interessante e quando mi proposero di scrivere una mia biografia dissi di no. Non mi sentivo Freddy Mercury, raccontando aneddoti anni '90 in cui sarei risultato anche vecchio, fare quella roba nostalgica che mi sta pure antipatica, in più i ragazzi ormai vivono altra roba. Dopo qualche settimana – e il consiglio di persone a me vicine -, però, ci ho ripensato e mi sono detto che volevo farlo, ma farlo come piaceva a me: se avessi dovuto raccontare la mia storia da un piedistallo no, ma farlo come già succede quando mi chiamano a fare seminari etc, allora ok. Io voglio parlare ai ragazzi, voglio spiegare loro quello che ho capito – magari anche sbagliando! – in questi 27 anni di carriera, facendo ancora musica a un livello discreto, ma non come risultati quanto a livello di soddisfazione personale. A una certa età i risultati non contano più, perché il mercato è un altro a meno che tu ti voglia uniformare con il mercato dei giovanissimi, il mercato è un altro. Io ho quasi 50 anni, fa paura da dire, però sono ancora qua a divertirmi.

Tra le cose che mi hanno colpito è che è libro in cui non si demonizza l'errore, anzi, a volte lo si esalta proprio per non averne paura…

In questo momento la società porta i ragazzi a essere sempre in competizione per via dell'immagine. Avendo a disposizione un armamentario tecnologico enorme, così da fare musica con pochi mezzi, sei in competizione col prossimo e quindi non puoi sbagliare. Alcuni arrivano a dire: ‘Faccio video, ma aspetto a farlo uscire perché non è perfetto", ma c'è un errore fondamentale: questi ragazzi si credono già esperti di marketing. Io quando iniziai a fare musica non sapevo nulla, avevo comprato a rate un campionatorino e da lì ho imparato a fare un po' di cose a modo mio, facendo composizioni senza saper suonare una nota. So che è difficile comprendere questa cosa, all'epoca era così. Quello che dico nel libro è: ragazzi se non sbagliate non proverete mai quella sensazione che ti fa dire, ‘cacchio ho sbagliato', avrete sempre paura di fare le cose, invece dovete buttarvi, perché l'istinto è fondamentale.

Però, se guardiamo quello che succede oggi, ai social dei rapper etc, vediamo solo storie di successo. Il racconto è unico: se non hai successo non sei nessuno e questo diventa un problema, no?

È la società che ti porta a questo, è l'apparire, perché fino a poco tempo fa era più importante avere delle sneakers o una cintura di un brand d'alta moda che fare una bella canzone. Purtroppo alcuni dei follower dei trapper di successo – che rispetto molto, perché se Ghali, Sfera e gli altri sono al top è perché se lo sono meritati e fanno una cosa che prima nessuno faceva, rischiando -, non vedono l'immagine come accessorio alla musica, ma il contrario, sbagliando, per cui prima pensano all'outfit. Nella carriera di un rapper del 2020 il primo passo è farsi l'outfit, poi andare in studio a capire se si riesce a far qualcosa. Quello che ti dico è che ci sarà un ritorno a quello che è la cosa originale per cui siamo qua: la musica. C'è talmente tanta immondizia, in giro, che rimarranno solo quelli che riempiono i locali, al top delle classifiche e si meritano di stare lì perché sono quelli che hanno dato il via a questo genere, e per gli altri ci sarà una scrematura che li porterà a dire: ‘Ho fatto una cazzata a tatuarmi tutta la faccia?".

Hai vissuto tante epoche, tante wave, hai visto tanti rapper crescere e tanti morire, pensi che siamo a un punto di svolta definitiva? Quali sono le forze e le debolezze anche musicali della nuova scena?

L'ondata del 2016, da Ninna Nanna a XDVR, con Ghali e Sfera, è stata la prima a cambiare la musica in questo senso. Sono stati bravi perché sono riusciti più di altri, forse per via dell'utilizzo dei social, a coinvolgere i ragazzi, tanto da farlo diventare il genere più ascoltato proprio dai giovanissimi, prima non c'è mai stato un genere che tutti i ragazzi dai 12/13 ai 20 ascoltavano. A partire da quell'ondata la cosa sconvolgente è che nei locali si ascolta musica hip hop italiana: se metti Capo Plaza o gli FSK la gente va fuori di testa, perché quello è il pubblico dei locali. Prima se mettevi un pezzo degli Articolo 31 o dei Club Dogo non riuscivi a prendere tutti. Questa cosa ci fa capire che questi ragazzi sono riusciti a cambiare i gusti della gente.

Senti, in questi anni la scena ha portato anche un grande cambiamento, ovvero la crescita della riconoscibilità di figure come quella del producer. Che è successo?

Guarda, nel caso dei Sottotono o dei Club Dogo, io e Don Joe siamo stati fortunati a trovare all'epoca i migliori rapper d'Italia e abbiamo fatto due gruppi, quindi è stato fondamentale, perché il produttore da solo non va da nessuna parte. Non c'è un produttore che da solo sia riuscito a emergere. Prendi Sick Luke, fa un sacco di cose anche da solo, ma per la gente è il produttore della Dark Polo Gang, quello che gli ha dato un suono, era il 50% del gruppo. Nei casi di Sfera con Charlie Charles o Capo Plaza con Ava si è creato questo team in cui si lavora assieme nonostante ci sia un frontman, però il 50% è del produttore, perché ci mette tempo, fatica, coinvolgimento, quindi è giusto così. C'è da dire poi che il produttore deve mettersi in testa che non è un frontman, anche se fa pezzi con 15 persone famosissime sarà sempre quello che ha scelto di stare dietro. Vedo tanti produttori scontenti perché non hanno il successo che pensano di meritare o quello che hanno i rapper che producono, ma è una scelta: stare dietro le quinte.

Sembra che comunque anche in altri ambiti, come quelli pop, si stia arrivando a quello che negli Usa succede da un po'…

È anche giusto, in effetti negli Usa da inizio 2000 in poi – pensa a Pharrell Williams ai Neptunes cosa producevano -, era una cosa che andava oltre il genere musicale. Riuscivano a produrre il rapper che veniva dalla Virginia e aveva una storia pesante e la popstar che veniva da Disney Channel e da lì tutti si sono aperti al pop, perché il pop aveva questa esigenza, quella di aprirsi a un sound nuovo.

Beh, esatto, penso alle nuove scene jazz, come quella inglese e americana, e mi sembra che almeno nel rap abbia avuto qualche influenza questo mescolarsi di idee, no?

Io penso che si debba cambiare qualcosa, mi pare che la scena sia un po' ferma, tutti cercano di fare quella trap o pseudotrap. Penso che guardare all'estero serva molto per capire cosa manca all'Italia: io guardo soprattutto all'Inghilterra, dove sono molto più veloci rispetto agli Stati Unti, in cui hanno una macchina di produzione basata più sul business che sulla creatività, almeno parlando di rap. In Inghilterra, dove da 50 anni nascono i trend, è più facile sperimentare, sono più liberi, ci sono ragazzi di origine giamaicana, ghanese, nigeriana che si mischiano col rap tenendo una parte di musica africana. Da 5/6 anni a questa parte è nato questo afrobeat europeo in cui si fa un rap con ritmi afro ma con suoni della trap, melodie r&b: hanno creato questa cosa che è partita ed è diventata grande in tutto il mondo.

Cosa manca all'Italia per trovare una strada nuova? In effetti stiamo cominciando ad avere riconoscibilità proprio con la trap…

C'è da dire che la trap è un genere musicale paragonabile alla dance: quando eravamo giovani c'era la dance italiana, poi quella francese, quella europea, quelle robe più elettroniche ma erano sotto il macro cappello della dance, appunto. La trap è un linguaggio internazionale per via della musica, per via delle melodie e delle metriche, però, se ci pensi, Sfera e Ghali vanno in giro a suonare per l'Europa e hanno collaborazioni internazionali: esiste il modo di fare la trap in Italia, in Francia, in Inghilterra. Se fai ascoltare la trap italiana a un rapper straniero probabilmente ti dirà che è una figata.

Guarda, mi è capitato con uno dei produttori dei PNL, BBP, che aveva ascoltato cose italiane, appunto, e apprezzava Ghali, Izi e Sfera. C'è un riconoscimento alla trap italiana: siamo riusciti ad andare oltre la lingua?

Sì, perché andiamo oltre l'idea di musica italiana: è trap. Noi abbiamo una forte cultura per la musica italiana, anche discograficamente finiamo sempre lì. I Paesi tipo Usa o Inghilterra hanno musica loro (pensa al Country negli Usa) ma la forte immigrazione e le seconde generazioni hanno fatto sì che le regole cambiassero, perché in Inghilterra non vogliono sentire la Northern Soul, magari i ragazzi cresciuti con una famiglia proveniente dal Ghana o dalla Nigeria vogliano fare musica loro prendendola dalle loro radici e lo stesso accade negli Usa: gli afroamericani hanno cominciato a fare una cosa diversa dagli altri perché quella non gli apparteneva. Hanno fatto una cosa senza sapere cosa stessero facendo, poi questa cosa è cresciuta in maniera esponenziale. Non credo sia un problema avere una forte cultura musicale, però fortunatamente dopo anni sta succedendo che anche in Italia: sì, ok, abbiamo una cultura musicale forte, ma i ragazzi vogliono altro. Per questo è molto interessante quello che fanno questi ragazzi nuovi perché sono riusciti a parlare con il linguaggio dei giovani.

Tu come ti poni con questa ventata di gioventù?

Io, da produttore, ho anche ragazzi che lavorano con me e vedo che fanno cose che io non farei, con suoni che non userei, però dico: "Se lui a 20 anni ha usato questo è perché è frutto di ascolti" e non mi sento di essere il produttore di 50 anni che dice no, questo rullante non è bello, a meno che non sia proprio una schifezza. Se c'è un codice musicale che ha compreso attraverso degli ascolti, quindi, glielo faccio usare. Ricordo, all'inizio, quando io facevo una cosa e alcuni mi dicevano che fa schifo e io gli dicevo di lasciarmi fare così.

In effetti è uno dei misunderstanding di quelli della mia, nostra generazione, la diffidenza verso linguaggi che non capiamo, penso a tha Supreme che parla un'altra lingua completamente diversa a quella che parliamo noi…

Ecco, tha Supreme è un genio, ora se ne stanno accorgendo, noi non ci conosciamo ma penso che sia riuscito a fare una cosa che nessuno ha fatto in Italia, da solo, cantando, producendo, e soprattutto è l'unico in controtendenza. Ha detto: "A me non interessa nulla apparire anzi faccio l'opposto", mentre tutti si tatuano, comprano i brand, probabilmente lui è vestito come noi nella sua cameretta che cerca di editare al meglio le voci. Noi non capiamo tha Supreme perché siamo troppo vecchi.

E come si gestisce, da produttore, una cosa del genere?

Guarda, ti dico che tha Supreme lo apprezzi per il sound generale, da produttore lo apprezzi per quello che fa e riesce a fare, ma io non posso permettermi di fare una cosa à la tha Supreme, perché c'è già lui. Apprezzo il suo lavoro perché è frutto di mesi, anni di lavoro, ma io a 48 anni voglio fare altro, ho altre particolarità, il mio sound è un altro. Insomma, cerco di fare cose per un range di età più vicino alla mia.

Il discorso del team è centrale nel libro: dove non arrivi tu, per qualunque motivo, quindi lasci spazio a chi, al tuo fianco, può farlo. Hai una tua idea, però, per esempio, per lavorare con Chadia immagino tu sia dovuto andare da un'altra parte…

Per quanto riguarda Chadia ho dovuto capire chi avevo davanti, le sue esigenze, quali fossero capricci e quali esigenze reali. Con Fibra siamo più o meno coetanei, avevano lo stesso modo di pensare e la stessa voglia di fare del rap, poi arriva Emis Killa che è molto più giovane di me, allora capisci che ha altre esigenze e cerchi di capire perché e dove vuole andare etc. Insomma, devi capire chi sono e cosa vogliono comunicare. Poi c'è da dire che io tendo molto a fare questo tipo di lavoro sulla gente: il rapper si presenta col produttore da me, la prima cosa che faccio e dirgli di continuare a lavorare assieme, se il team è forte è giusto che sia così, io posso dare un consiglio o produrre alla vecchia maniera e non separarli, perché a volte alcuni produttori si sentono più artisti degli artisti e fanno dei casini incredibili.

Poi, però, fai "Soldi all'inferno", il pezzo con Jake che è più nelle tue corde, no?

Quel pezzo è pronto da qualche mese, da parecchi mesi, poi abbiamo trovato il momento giusto per farlo uscire. Con Jake, che tra l'altro è mio socio nell'etichetta Jalla, con cui produciamo Chadia e altri ragazzi, ci si capisce subito.

Tra l'altro hai riportato Jake a lidi meno reggaeton…

Jake, effettivamente, è il miglior rapper d'Italia, ha anche dato tanto al rap, cambiando le regole del gioco, i rapper, per dire, sono fan di Jake, poi gli è partito quest'amore per il reggaeton, perché gli piace il mondo, gli piaceva il genere, è una cosa più da intrattenimento. Sai, dopo anni di rap duro e puro ha detto: "Adesso che il mio gruppo ha preso una pausa faccio quello che mi piace". A un certo punto della vita vuoi cambiare, ma io rompendogli le palle gli ho fatto capire che ogni tanto un pezzo rap può farlo e da lì è nata questa roba. Ho il Whatsapp pieno di gente che mi ringrazia per aver fatto rappare Jake, tra l'altro su un pezzo che inaspettatamente sta andando benissimo, e vuole essere un segnale forte che dice: ‘Ragazzi, c'è spazio anche per voi se volete rischiare, invece di fare la copia della copia della copia", basta solo prendersi le proprie responsabilità e tentare di fare una cosa che non fa nessuno. A 48 anni non riesco a fare il pezzo caraibico per le radio, o la trap, perché non c'ho l'età, faccio quello che mi appartiene.

Torniamo a Chadia, che in qualche modo è stata una delle artiste principali ad aprire un modo maschile e maschilista alle donne…

Secondo me non è un caso che Chadia abbia successo: è una ragazza cresciuta in un contesto familiare diverso dal mio, che avevo una famiglia tendenzialmente tranquilla, senza grossi problemi. Lei è figlia di genitori marocchini, quindi ha avuto grosse difficoltà di integrazione in una città come Torino, è un po' ribelle, ha fatto cose, in passato, che l'hanno formata. È una ragazza che ha qualcosa da dire, non le frega niente del giudizio altrui, degli uomini rapper che le dicono che non sa far niente, non le interessa nulla perché sono ragazzini a metà tra gaming e ascolto del rap, non sono veri amanti della musica. Questa ragazza è stata bullizzata per anni, come una serie di ragazze della sua età, ma è una forza della natura, abbiamo deciso di lavorare con lei perché quando ci parli capisci che è ha qualcosa dentro da buttar fuori. Chadia deve parlare alla gente di quello che ha vissuto, facendo capire che tutti hanno vissuto quelle cose e c'è bisogno di più gente che le racconti. Il mondo del rap vuole una donna uniformata a ciò che chiede l'uomo, poi è arrivata lei è si è detta ‘faccio il rap per le cose che ho vissuto'. Che ti piaccia o meno non è un suo problema. Lei per una volta ha cercato di raccontare la sua verità, come successe per Fibra, che diventò Fibra perché raccontava la sua vita.