Da circa tre anni, e non solo all’interno del GRA, si sente spesso parlare della scena fiorita all’ombra del Colosseo, dove echi nient’affatto lontani della tradizione (il folk locale, insomma) si sposa al rock e a testi in romanesco. Il merito è in buona parte da attribuire a Il Muro del Canto, che si è imposto con una formula musicale di notevolissimo impatto e con un costante impegno a favore di nobili cause sociali e culturali, ma il panorama è ampio e artisticamente policromo, con vari emergenti a seguire ciascuno a sua modo le orme dei veterani. Fra questi ultimi, il ruolo principale è senz’altro da attribuire agli Ardecore, i primi a portare il fenomeno alla ribalta nazionale. Era il 2005 e l’uscita dell'omonimo esordio della band per la purtroppo defunta etichetta de Il Manifesto suscitava grande curiosità: mai era accaduto che qualcuno decidesse di recuperare il patrimonio storico degli stornelli, meglio se ispirati a vicende cupe ed efferate, adattandolo in una chiave non proprio moderna ma quantomeno rinnovata. “Murder ballads de noartri”, insomma. Magnifiche, e rese concettualmente più preziose dal fatto che uno degli ideatori del progetto non fosse nato nella Capitale ma negli Stati Uniti. Il suo nome è Geoff Farina e chi non conosce i Karate, il gruppo da lui fondato a Boston nei '90, si è perso qualcosa di davvero inusuale e bello.

Il vero perno attorno al quale ruotano gli Ardecore è però un romano, Giampaolo Felici. Compositore, chitarrista, cantante, produttore e persino gestore di un club dalla programmazione coraggiosa (l’Init, al Tuscolano), è l’unico filo conduttore dei vari organici alternatisi fino a oggi; un andare-venire-ritornare che conferma la natura di “collettivo più o meno aperto” sulla quale l’ensemble fonda il suo percorso dal 2002 in cui i due lo allestirono assieme all‘intero organico dei devastanti Zu, gente che in teoria – non nella pratica – non dovrebbe essere a proprio agio con trame per lo più acustiche e atmosfere evocative. È stato appunto Felici, dopo l’exploit di ”Ardecore”, a guidare la rivoluzionata compagine verso la canzone d'autore e i brani autografi non necessariamente in romanesco – “Chimera”, l’album pubblicato nel 2007 sempre da Il Manifesto, conquistava la Targa Tenco, categoria “opera prima” – per poi indirizzarla, complici ulteriori modifiche di formazione (cruciale l’innesto di una seconda voce, Sarah Dietrich), all’affresco magari spiazzante ma grandioso del doppio “San Cadoco” (2010). A dispetto della presenza, nel secondo dischetto, di numerosi estratti dal ricco songbook capitolino, sarebbe stato lecito pensare a una definitiva sterzata di carattere “sperimentale”, con le radici della Città Eterna ancor più in secondo piano. E invece…

E invece, a dieci anni esatti dalla dichiarazione di intenti, gli Ardecore hanno riportato tutto a casa, riallacciandosi al passato e confezionando un quarto lavoro – marchiato come il precedente dalla Sol – le cui direttive sono esplicitamente dichiarate dal titolo ”Vecchia Roma”: sette interpretazioni di gemme romane, alcune baciate da pur relativa notorietà e altre conosciute solo dai cultori del genere, tutte scritte – con l’eccezione della title track, che risale al 1947 – prima della II Guerra Mondiale. Un guardarsi alle spalle ma anche un procedere oltre, giacché lo spirito rétro di “Ardecore” ha ora trovato sostegno in sonorità più complesse e vibranti, figlie delle esperienze successivamente accumulate. L’altra (sostanziale) differenza è nei testi, non più focalizzati in prevalenza su tragedie e morte ma legati a diversi aspetti dell’amore: un sentimento intensissimo che può essere persino drammatico, come rimarcato da pezzi privi di banalità – le immagini “da cartolina” sono solo nella splendida confezione – nei quali affiorano spesso magiche sfumature gospel. Arduo rileggere pagine “antiche” con un così efficace e brillante equilibrio fra profondo rispetto per i modelli e personalità nell’affrontarne creativamente la revisione, fra la cura riservata ai dettagli strumentali e canori e la bruciante, incontenibile passione che di Giampaolo Felici e compagni ha finora benedetto ogni passo. “Vecchia Roma” dimostra che, sì, l’obiettivo poteva essere centrato. In pieno.