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VoxPop2016: il ritorno di un’esperienza cruciale per l’Italia rock dei ‘90

Ritorna di attualità un marchio che, negli anni Novanta, ha fatto la storia del rock italiano, lanciando o consolidando band come Afterhours, Casino Royale, Ritmo Tribale, Prozac+, Africa Unite. Proibito, però, parlare di “rinascita”.
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A cura di Federico Guglielmi
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La Torre di Babele

Ci tengo al fatto che la Vox Pop è morta e sepolta e che questa è una cosa nuova, dove si rivanga il passato e si spera di coltivare il futuro. Qualsiasi cosa sarà, non sarà una ‘etichetta’ e tantomeno ‘discografica’. Vedremo”. Sono parole di Carlo Albertoli alias Charlie, figura “ibrida” cui ben si addice la definizione di “agitatore culturale”, da poco riapparso sui radar della musica italiana dopo esserne stato a lungo fuori. Tutto chiaro? Soltanto a grandi linee, perché leggendo il manifesto di intenti di VoxPop2016 e la presentazione della collana “Vinilista!”, che ne è il primo atto e che è stata varata con una campagna di preorder su Musicraiser, ci si accorge subito di come il campo d’azione sia proprio quello dei dischi. Per la precisione, picture-disc “ispirati allo storico catalogo Vox Pop, con ristampe, inediti e rarità” e concepiti come “una galleria di lavori di artisti italiani contemporanei, invitati a partecipare con proprie opere”. Le prime adesioni sono arrivate dalla scultrice Lia Cavo, canadese residente a Teramo, e da Laura Giardino, pittrice di Milano. I vinili al momento annunciati sono tre, già acquistabili (spedizioni a maggio) nello store: il 10” “Decades Of Joy”, antologia-tributo ai Joy Division collegata alla “Something About Joy” che nel 1990 avviò la produzione della Vox Pop originale; la ristampa di “Testa plastica”, debutto di quei Prozac+ il cui frenetico punk-pop ottenne clamoroso successo; “Prima e dopo La Crus”, raccolta dedicata al percorso iniziale del gruppo di Mauro Ermanno Giovanardi (al tempo, per chiunque, “Giò” o “Joe”), Cesare Malfatti e Alessandro Cremonesi, che avrebbe dovuto pubblicare per la Vox Pop ma che invece fu subito ingaggiato dalla major WEA, alla corte della quale rimase per tutto il suo glorioso percorso.

La Vox Pop nacque a Milano nel 1989 per iniziativa del Carlo Albertoli e del Mauro Ermanno Giovanardi di cui sopra, del musicista/grafico Giacomo Spazio (tra i cardini della scena cittadina degli anni ’80), del produttore Paolo Mauri e di Manuel Agnelli degli Afterhours. “Quando conobbi Giacomo e Carlo ne fui subito colpito”, mi raccontò nel 2002 proprio Agnelli. “Erano i responsabili di ‘Vinile’, un periodico underground odiato da tutti per via delle sue recensioni esplicite fino alla violenza, e io ero affascinato dal loro comportamento provocatorio e politicamente scorretto; visto come da noi si tenda al ‘volemose bene’, ero convinto che con persone così si sarebbe potuto fare un bel casino. La Vox Pop era un’operazione futurista/dadaista ma anche un’occasione, almeno per me, di mettere in pratica le mie teorie romantiche sull’autoproduzione e sul controllo di tutti gli aspetti dell’attività di musicista. Mauro e Paolo si sono staccati presto, per mancanza di una collocazione precisa e perché non avevano in fondo grande interesse in quel tipo di discorso, mentre io rimasi fino all’ultimo”. “L’ultimo” fu nei primi mesi del 1997, quando la Vox Pop – una sorta di “factory”, più che una semplice etichetta – chiuse i battenti, stroncata dalle difficoltà economiche derivate da qualche scelta discutibile e soprattutto dai problemi nelle partnership allestite con le multinazionali EMI e BMG. “L’idea era di ‘istituzionalizzarci’ per essere sempre più significativi e meno cialtroni”, volle spiegarmi ancora Agnelli, “ma non possedendo doti manageriali né esperienza fummo fagocitati dal business nel quale eravamo entrati. Noi soci litigammo e passammo alle controversie legali, e a quel punto capii che se avere il controllo su ciò che riguarda la carriera di musicista deve alla fine portarti dall’avvocato contro i tuoi migliori amici, allora tanto vale firmare – facendo molta attenzione – con un’etichetta vera“. Benché si fosse riuscito a evitare l’onta del fallimento, l’epilogo non fu, ovviamente, indolore; in quei sette anni circa, la Vox Pop era stata davvero qualcosa di unico, e nella sua scomparsa non era in fondo così sbagliato vedere la sconfitta di tutto il circuito alternativo cui la label aveva fatto da chioccia e cassa di risonanza.

Certo, con il senno di poi il termine “sconfitta” suona un po’ strano, visto come i musicisti di quel “giro” sono per lo più tuttora attivi con le stesse band o sotto altre identità, e parecchi di essi con riscontri notevolmente superiori a quelli dell’epoca. A riguardarlo oggi, quel catalogo tutto sommato nemmeno così tanto esteso, sembra difficile credere al numero di talenti di ogni genere che si concentrarono in Vox Pop e alla quantità di album cruciali sui quali venne impresso il logo – anzi, i due loghi: il più noto è il secondo, con il disegno della “vagina tribale” – dell’etichetta. Da “Germi” (1995), il disco del passaggio all’italiano degli Afterhours, alle prime cose di Casino Royale, Prozac+, Mau Mau e Persiana Jones, fino agli Africa Unite, al formidabile “Kriminale” dei Ritmo Tribale di Edda, ai Technogod, ai Carnival Of Fools di Giovanardi, ai Sottotono di Tormento e Fish, senza dimenticare nomi meno propagandati quali A.C.T.H., (P)itch, Investigators, Strike, Allison Run o Le Voci Atroci, fu tutto un fiorire di musica di qualità, interessante, vivace, a suo modo avventurosa per i giorni e il luogo in cui venne creata. È insomma magnifico che sia esistita una Vox Pop, e vedere quali saranno le mosse della sua erede VoxPop2016 suscita come minimo tanta curiosità: comunque vada, sarà bellissimo esserne testimoni, proprio come in quei ribollenti, controversi, irripetibili anni’90.

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Federico Guglielmi si occupa professionalmente di rock (e dintorni) dal 1979, con una particolare attenzione alla musica italiana. In curriculum, fra le altre cose, articoli per alcune decine di riviste specializzate e non, la conduzione di molti programmi radiofonici delle varie reti RAI e più di una ventina di libri, fra i quali le biografie ufficiali di Litfiba e Carmen Consoli. È stato fondatore e direttore del mensile "Velvet" e del trimestrale "Mucchio Extra", nonché caposervizio musica del "Mucchio Selvaggio". Attualmente coordina la sezione musica di AudioReview, scrive per "Blow Up" e "Classic Rock", lavora come autore/conduttore a Radio Rai e ha un blog su Wordpress, L’ultima Thule.
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