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“Volare” con Modugno oggi, a 20 anni dalla sua scomparsa

Il 6 agosto del 1994 Domenico Modugno se ne andava dopo aver beffato la morte per dieci anni. La storia di un grande talento apprezzato in vita quanto meritava è motivo di speranza, ma anche la solita paura che l’Italia, pur provandoci, non possa tornare ad essere quella che era.
A cura di Andrea Parrella
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David Bowie, Al Bano, Adriano Celentano, Elio e Le Storie Tese, Dean Martin ed Ella Fitzgerald; poi Gianna Nannini, Gigi D'Agostino, Louis Armostrong, Noemi, Oleksandr Ponomaryov, Raffaella Carrà, Ray Charles e Claudio Baglioni, The Bloody Beatroots, Emma Marrone. Messi così in ordine sparso, sono nomi che non hanno motivo di stare nella stessa lista, ma un minimo comune denominatore esiste: sono solo una manciata di quel centinaio di artisti (sicuramente più di quelli accertati e reali) che hanno deciso di proporre una cover di "Nel Blu Dipinto di Blu" nel corso degli ultimi 55 anni. E' la più nota canzone italiana all'estero, e pure in Italia, forse una delle più celebri al mondo, pensata per essere ciò che è divenuta, una metafora dotata di un'incredibile potenza evocativa, che chiunque intuiva per ciò che intendeva. Di quei pezzi di storia della musica che abbiamo finito per identificare facendo chiaro abuso di una metonimia, la parte per il tutto, utilizzando al posto del titolo originale quel "Volare" molto più limpido e diretto.

Domenico Modugno, che il 6 agosto del 1994, esattamente 20 anni fa, se ne andava dopo aver beffato la morte per quasi dieci anni e, forse, non conosceva nemmeno la metà di coloro i quali decisero (e decideranno) di rendere omaggio a lui e a quel capolavoro. Il cantautore di Polignano a a Mare rientra in quella ristrettissima cerchia di artisti che hanno goduto, in vita, di un successo proporzionale alla gloria che il nome ha continuato ad evocare dopo la morte. Non è una prassi comune, specie nel nostro paese, dove siamo abituati a riconoscere ed avvalorare il talento e la grandezza di qualcuno quando, molto spesso, ad ascoltarne gli elogi non restano che i parenti, quando la morte ha valorizzato i tannini di un vino di cui non si erano capite le potenzialità. Lui, al contrario, aveva respirato a pieni polmoni una celebrità universale, nel vero senso della parola, che gli permise di assaporare il senso dell'assenza di confine.

Erano sicuramente tempi diversi quelli nei quali Modugno emerse, anni in cui la scalata sociale era possibile più che per un fattore strutturale, per l'assenza di concorrenza: la sensazione a posteriori è che non ce ne fossero tanti e che, di quei pochi, i più bravi emergessero fisiologicamente. In una delle sue frasi più celebri, pronunciate nell'ambito del suo ritorno a Polignano a Mare in concerto, nel 1993, Modugno parlò in merito a quella dichiarazione storica, fatta in Rai, nella quale diceva di essere siciliano e non pugliese, vista la somiglianza del dialetto utilizzato rispetto alla lingua sicula: "Chiedo scusa, ma per la fame avrei anche detto di essere giapponese!". Bastarono due parole ad assolverlo da un peccato che molti non gli avevano mai perdonato.

I suoi tempi dovremmo ringraziarli, o rimpiangerli. La vena romantica del ventennale di una morte di un tale gigante, quella che impone di cercare la frase che chiude il cerchio, porterebbe a dire che un personaggio dell'immensa grandezza e del talento di Modugno poteva riuscire a produrlo solo l'epoca in cui è emerso realmente. Rafforzeremmo l'immagine di un'Italia affamata che combatteva i dolori allo stomaco adoperandosi per cambiare, al cospetto di quella di oggi che pare non avere i mezzi per fronteggiarla, la fame che c'è. Avvaloreremmo il contrasto nostalgico tra due ere che hanno poco a che fare l'una con l'altra, soprattutto perché una si è conclusa e l'altra è ancora in corso. Ma eludiamo i fiumi di retorica, che probabilmente abbiamo già fatto scorrere, così come invitava a fare la moglie di Modugno, il giorno dei funerali del '94. "Ricordatelo da vivo" disse…

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