Si chiama "Vivere o morire" il secondo album da solista di Motta, uno degli artisti più apprezzati da critica e pubblico in questi ultimi anni. Con "la fine dei vent'anni", il cantante di origine toscana aveva conquistato il pubblico e con il secondo ha messo definitivamente a segno un passaggio che lo ha portato anche a una dimensione più nazional popolare, grazie anche a un singolo, "La nostra ultima canzone", molto amato dalle radio: "[L'album] È nato grazie a un riposo che c'è stato dopo quello che mi è successo con La fine dei vent'anni: ho avuto la lucidità di accettare i miei errori e crescere e invece di andare in terapia ho scritto questo disco". Un secondo album che segna una crescita nel racconto e nella musica per Motta che ha voluto mettere subito le cose in chiaro, per quanto riguarda la propria coerenza, con un primo singolo bello e per niente radiofonico (stando ai canoni).

Il ritorno, dopo “La fine dei vent’anni” è stato con “Ed è quasi come essere felici”, un pezzo che forse ha spiazzato chi pensava a un Motta più morbido dopo il successo. Come mai hai scelto proprio questa? 

Uscire con un pezzo che aveva un minuto di intro musicale rappresentava un po' il riposo che c'è stato dopo i 100 concerti de "La fine dei 20 anni". "Ed è quasi come essere felice" rappresenta proprio un'introduzione al disco che poi sfocia in una serie di altri pezzi, fino ad arrivare a "Mi parli di te" che è l'ultimo pezzo del disco che è praticamente il contrario.

E che cosa ha detto la tua etichetta?

La mia etichetta era d'accordo, anche perché ero convintissimo di ripresentarmi con quello correndo anche dei rischi.

Ci racconti di cosa parla questo singolo? Sembra il racconto di uno straniamento, un non sentirsi adeguati in una situazione però alla fine “è un po’ come essere felice”…

In quel titolo ti puoi concentrare sulla parola "quasi", ma io mi concentro sulla parola "felice". La felicità sta anche nella ricerca della felicità. Il brano parla del cercare di guardarsi dentro anche nei momenti in cui ti senti non adatto

Il secondo singolo è stato “"La Nostra Ultima Canzone"”, che naviga verso altri lidi. Tutto l’album, però, rinuncia a strizzare l’occhio a un suono più facile/pop/radiofonico. Come nasce “Vivere o morire”?

È nato grazie a un riposo che c'è stato dopo quello che mi è successo con La fine dei vent'anni: Ho avuto la lucidità di accettare i miei errori e crescere e invece di andare in terapia ho scritto questo disco. Non ci sono trucchi in questo disco, c'è gente che funziona coi trucchi, io discograficamente non funziono se strizzo l'occhio: tutte le tracce musicali che ci sono, tutte le parole che ci sono, secondo me sono quelle giuste.

Crescere vuol dire anche abbandonare alcune certezze e guide: è il motivo per cui hai scelto di allontanarti da Riccardo Sinigallia (che comunque ha scritto un pezzo con te e Pacifico)?

La genialità di Riccardo Sinigallia è stata che a un certo punto, a cena, quando parlavamo del secondo disco mi ha spiazzato dicendomi che la produzione del secondo disco sarà che non ti produrrò il secondo disco, e aveva ragione. Ci ho messo molto di più la faccia, coproducendolo assieme a Taketo Gohara e ho scritto i testi assieme a Pacifico, ma lo sento più mio.

Che ci fossero aspettative alte è una cosa che sai. Come l’hai affrontata questa cosa?

Per questo disco ho avuto dei mezzi che prima non avevo, sia a livello di linguaggio che anche la possibilità di andare a NY. Non avevo il tempo, né le energie per pensare alle aspettative e a quello che la gente avrebbe pensato, anche perché mi ci rispecchio talmente tanto che se a qualcuno non piace questo disco, vuol dire che non gli piaccio io, quindi non ci posso fare niente. "La fine dei vent'anni", in qualche modo, era la descrizione di me davanti a una scelta, una scelta che sento di aver preso e non è stato facile, quindi mi sento molto più contento di quando avevo 20 anni, ho imparato a scegliere.

A proposito di “amore”, l’unica volta che era citata ne “La fine dei vent’anni” era in riferimento ai tuoi. Che tornano anche questa volta, soprattutto tuo padre. Com’è stato fargli ascoltare “Mi parli di te”?

Fare ascoltare a mio padre "E mi parli di te" è stato più difficile che scriverla, forse. Era Natale, a un certo punto mio padre mi dice ‘Esco un attimo', prendo mia madre e l'ascoltiamo assieme. Alla fine mi giro e le dico: ‘Ma ti rendi conto?' che voleva dire un po' tutto e lei mi guarda, mi dà una pacca sulla spalle  mi fa ‘Girati un po" e c'era mio padre sulla poltrona.