“Cercano di tenere in vita qualcosa che è già morto”. Mentre pronuncia queste parole, la voce si spezza di colpo per l’emozione. Il 18 ottobre uscirà “Torneremo ancora”, nuovo album di Franco Battiato – contenente un inedito – che in molti hanno accolto come una ‘buona novella’, dopo un lungo periodo lontano dalle scene e le conseguenti speculazioni sul suo stato di salute. Ma il paroliere e musicista Roberto Ferri, collaboratore dal ‘79 dell’autore di “Centro di gravità permanente”, all’annuncio ha avuto una reazione ben diversa. Uno sfogo, che ha voluto rendere pubblico “per amore di verità”. Forse addirittura un estremo tentativo di non tradire il grande amico con il quale ha condiviso momenti importanti e l’artista al quale lo lega una stima profondissima. E si è spinto persino a rivelarci un segreto: “L’unico inedito lo abbiamo scritto e musicato insieme”.

Per sua gentile concessione, abbiamo avuto la possibilità di ascoltarlo (non di riprodurlo) e alla fine siamo rimasti sconvolti. Si intitola “Io non sono più Io” e il testo, inequivocabile, sembra proprio la descrizione di un uomo in lotta contro un male oscuro in grado di annebbiare la mente e il cuore. Di annullarlo. In un estratto, cantato proprio da Battiato, recita: “E mi ritrovo a fissare il muro…oggi il cielo non si fa guardare… un giorno nasce, un giorno muore. Io, non sono più io… ho bisogno di sognare quello che non riesco a fare ed il mio sentirmi male mi fa credere anche in Dio”.

Roberto Ferri, dopo la poesia che dedicò sui social a Battiato nella quale insinuava le difficoltà a riconoscerla a causa della malattia è consapevole di scatenare un altro pandemonio?

Franco mi diceva sempre che non aveva testi pronti. L’ultima volta ci siamo sentiti al telefono un anno fa. Perché componeva al momento, quando pensava al progetto. Non so da dove abbiano tirato fuori questa roba che pubblicheranno. Io ho un inedito con lui. Il testo è mio e lui lo scelse tra tanti altri e volle scriverne la musica. Si chiama “Io non sono più Io”. Sembra il suo epitaffio. Ma non era nato con questo scopo.

Si spieghi meglio.

Fa parte di una serie di testi che ho scritto in un particolare periodo della mia vita. Come accadeva da quando ci siamo conosciuti, glieli avevo inviati e poi mi chiamò, dicendomi che gli era piaciuto questo. Nell’arco di qualche tempo si fece risentire: “Te l’ho musicato”. E mi inviò una mail con allegato un audio in cui cantava il testo sulla musica scritta da lui stesso, dove aggiunse: “Caro Roberto è un provinaccio, e manca un buon finale”.

Non crede possa essere una delle tante canzoni musicate per altri?

No, perché mi ha sempre detto che non aveva inediti, per sé o per gli altri. E poi questo era praticamente concluso, mancava solo un finale ma testo e musica erano pronti. Non aveva neanche pensato registrarlo personalmente, anzi, voleva che lo facessi io ma gli consigliai di proporlo a qualche nome più altisonante per dare al brano la visibilità che meritava. Con me sarebbe stato sprecato. E infatti fu proposto a Tiziano Ferro.

E come mai neanche Tiziano Ferro lo ha pubblicato?

A Tiziano piacque, ma all’ultimo non se ne fece niente. So che era stato inviato attraverso il produttore, perché Ferro in quel periodo lavorava a un album con brani di cantautori. Se ne era fatti mandare anche da altri, oltre a Battiato. Alla fine, però, non ultimò il disco.

Se quello in suo possesso è l’ultimo inedito di Battiato, come si spiega l’uscita di un nuovo inedito contenuto nell’album “Torneremo ancora”?

Sono stupito. Evidentemente, l’etichetta e il manager Franz Cattini, hanno voluto tirare fuori qualcosa per tenere vivo quello che, purtroppo, è già morto…

In che senso?

Franco non lo sento più da un anno, perché purtroppo non riesce a capire quello che gli si dice.

E l’inedito in suo possesso, un giorno pensa di pubblicarlo?

Non lo so e per ora non ci penso proprio. Voglio avere rispetto. E rimanere lontano da questo rumore che stanno facendo intorno a Franco.

Mi racconti l’ultima volta che vi siete sentiti.

Un anno fa. Durante tutto il pomeriggio mi arrivarono numerose sue chiamate. Componeva il mio numero, io rispondevo: “Franco, cosa c’è?” ma non proferiva parola. Sembrava un richiamo di aiuto. Era in grande difficoltà. Una telefonata fatta di silenzi. Poi arrivò Said (storico tuttofare di Battiato), visto che mi chiamava in continuazione, e ho saputo che stava cancellando tutti i numeri della sua agenda. Era rimasto solo il mio e continuava a chiamarmi. Siccome siamo stati profondamente amici l’ho interpretato come un “Sos”. Non aveva la possibilità di esprimersi, mugugnava. Vedevo che era lui, perché avevo il numero memorizzato sul cellulare, però non riusciva a dirmi niente di comprensibile.

Potrebbe essere stato un momento di difficoltà, non crede?

Si vede anche nelle foto in che condizioni si trova.

Lo sa che non è possibile fare diagnosi dalle fotografie.

Non sono io a fare diagnosi, però gli effetti di certe malattie sono quelli. Ho parlato con una persona che non era più quella di prima.

Per cui non crede che si sia rimesso?

No, vogliono farcelo credere. Perché Franco non era tipo da avere peli sulla lingua. Entrava nelle questioni. Si era permesso di dare delle “troie disposte a tutto” alle parlamentari. Come mai ora non parla più? Allora capisci che è solo una operazione commerciale disgustosa.

Si spinge a questa conclusione perché, oltre a quella chiamata, ci sono stati altri segnali?

Sì, certo. Erano anni che non stava bene. Lui all’inizio si rendeva conto e mi ripeteva: “Roberto, non ricordo le cose”. E io gli rispondevo: “Franco, stiamo invecchiando. Non ti preoccupare”. Invece lui stava già scendendo nel limbo. Erano 4-5 anni che aveva iniziato a perdere colpi e chi lo seguiva se ne era accorto.

C’è un momento in particolare in cui lei se ne è reso conto di persona?

Un giorno che stavamo parlando mi disse: “Roberto, quel profumo mandamelo via mail”.

Un profumo via mail?

Lui era appassionato di profumi e io gli realizzavo le essenze che desiderava. Sono laureato in chimica e specializzato in cosmetologia e profumeria. Anche lui era bravo e portato alla composizione dei profumi. Ma è accaduto tante altre volte. Stavamo ragionando di filosofia e a un certo punto mi chiese: “Cosa ne pensi dei rasoi a quattro lame?”. Passava da un argomento altissimo a conversazioni di questo tipo e si capiva che era disturbato. Gli domandai anche se era seguito da un medico, ma lui mi disse di no. D’altronde era abituato a fare tutto da solo. Anche la dieta si era studiato in autonomia. Mangiava solo pasta e dolci.

E le rassicurazioni da parte della famiglia Battiato?

Perché non si dovrebbe dire che sta male? Prima o poi dovranno farlo. E allora perché ingannare tanta gente?

Battiato le ha mai parlato della sua famiglia?

Del fratello mi parlava spesso e dimostrava di avere un grande rispetto, della cognata non mi ha mai detto nulla. Mi ripeteva che avrebbe lasciato come eredi le due nipoti. Hanno provato a vendere la casa di Milo in Sicilia, anche se poi visto il clamore hanno dovuto desistere.

Come mai?

Era molto strano che Franco mettesse in vendita quel luogo al quale teneva così tanto. Chi sarebbe stato dietro a una casa così grande in Sicilia? I suoi parenti sono tutti a Milano. Dovevano lasciarla nelle mani di Said, il collaboratore più fedele, ma pare che invece lui si sia trasferito in un appartamento sempre a Milo. Said, comunque, era quello che lo accompagnava ovunque e lo accudiva. Era un tuttofare. Quando si è sposato, Franco era molto contento perché stimava sua moglie, la considerava in gamba.

Quando ha conosciuto Battiato?

Nel 1979, prima di un concerto a Russi, in provincia di Ravenna, in un locale dove si sarebbe esibito. Simpatizzammo subito, perché gli avevo posto delle domande che ritenne intelligenti e aveva molto rispetto per l’intelligenza e per l’arte. Mi propose di aprire le sue tournée. Non è da tutti. Poi abbiamo collaborato spesso. Ho tradotto anche “La Cura” in francese. Gli piacque molto e infatti la inserì in un disco e si può trovare su YouTube, con una introduzione a me dedicata proprio con la sua voce. Si intitola “Le Soin”.

Come artista, invece, come lo considera?

Sono stato uno dei primi a credere in lui, quando ero direttore artistico di una radio e lo trasmettevo in continuazione perché sentivo che rappresentava un’ondata nuova nella musica italiana. Mi è sempre piaciuto artisticamente. Lo consideravo e lui considerava me. Quando abbiamo realizzato un disco per promuovere la donazione degli organi, “La Cura” era cantata da vari artisti, ma lui mi disse: “La tua interpretazione è da star internazionale”. Mi ha gratificato enormemente. Gli artisti si scelgono tra loro. Lui mi aveva scelto e viceversa. Mi è venuto a mancare un appoggio di fiducia.

Se potesse rivolgersi a lui, cosa gli direbbe?

Franco, ma che cosa ti è successo?

Non ha timore di conseguenze legali rispetto alla sua ricostruzione di una questione così delicata?

Racconto solo quello che conosco. Sono le mie memorie e il resto lo posso provare. Le ho fatto ascoltare la canzone, vedere le mail originali di Franco. Non cerco guai. Altri episodi personali non li vado certo a dire in pubblico, spero solamente di essere utile. Mi raccomando, scriva la verità!