Cadeva la sera, sulla bella e malandata Europa multiculturale. (Coprifuoco, Terra-2017)

L’ultimo concerto a Milano de "Le luci della centrale elettrica", che Vasco Brondi ha portato in scena al Teatro Nazionale di Milano, è iniziato con questi versi e in un periodo come quello che stiamo vivendo può sembrare una provocazione o una contraddizione. Proprio nei momenti in cui il giovane cantautore ferrarese cantava “Coprifuoco”, a Danzica un marea di gente è scesa in piazza per ricordare Pawel Adamowicz, un sindaco progressista e antirazzista finito nel mirino del rancore dei nazionalisti polacchi. Storie reali e narrate che si intrecciano e diventano un corpo unico.

Non è stato un evento dove i fan hanno cantato le canzoni che hanno attraversato il decennio tra la via Emilia e la via Lattea ma un vero e proprio racconto di cosa è successo dal primo EP fino all’ultimo album, gli aneddoti degli inizi, i ricordi dei tour e il cambiamento personale di un artista che ha mutato prima se stesso e, di conseguenza, ciò che voleva trasmettere agli altri. La fine di esperienza musicale raccoglie al suo interno tante storie e coloro che hanno partecipato a questi dieci anni di canzoni, scritti e concerti potranno dire di aver visto mutare un cantautore, che nonostante l’iniziale etichetta (“cantautore del precariato”), ha seguito il suo percorso e ha continuato a raccontare storie a lui molto vicine dopo lunghe soste e viaggi con un linguaggio che ha catturato sempre più pubblico.

Si spazia dall’insegna Coop ai CCCP fino della ‘crociera’ con Zamboni sul delta del Po passando per la storia del nome del progetto e il profondo Veneto: un viaggio che parte dalla provincia estense, che ha tratti comuni a molti territori fuori dai grandi circuiti della penisola, e si apre al mondo toccando relazioni sociali e attualità, occupando quello spazio tra la realtà e l’immaginario che riesce a intrecciare sentimenti e visioni. Non mancano i riferimenti ad Andrea Pazienza, Eugenio Montale, Michelangelo Antonioni, Italo Calvino e Roberto Bolano, che, tra gli altri, hanno accompagnato Vasco nella strada percorsa dalla sala prove sotto la Montedison, che ora è diventata un sexy shop, fino alla fusione di diversi stili musicali di “Terra”, dove vi è un racconto di quella nuova Italia che, spesso, si intreccia in una sola città ma che vuole essere nascosta o messa da parte.

Dalle basette scomposte degli inizi alla lunga e folta barba odierna, dal punk con chitarre distorte e il "dramma di Shakespeare in provincia" ad un approccio diverso con la realtà più vicina e quella circostante con il passare degli anni, degli studi e dei viaggi: Vasco Brondi è passato dai circoli Arci e le feste dell'Unità fino ai Palazzetti e ai Teatri, che lo hanno portato alla ribalta in un mondo molto differente da quello iniziale nel quale aveva iniziato.

Un percorso che giustifica anche la chiusura dell'esperienza del suo progetto musicale, sulla quale lo stesso cantautore ferrarese qualche mese fa a IL Magazine si è espresso così: "Mi piaceva l’idea che ci fosse questo sfondo (Le luci della centrale elettrica, ndr), ti proiettava esattamente nel posto giusto. A un certo punto, però, l’orizzonte ha iniziato a cambiare perché io sono cambiato, sono cresciuto. Avevo vent’anni allora, ero solo un ragazzino che come centomila altri ragazzini voleva fare musica. Oggi sono un adulto e forse non ho più bisogno di un nome che sia una protezione".

Le luci delle centrale elettrica si spengono definitivamente per dare vita al nuovo viaggio di Vasco Brondi ma, piaccia o meno, occuperanno sempre un posto importante nella musica indipendente italiana degli anni 2000.

Addio fottiti, ma aspettami. (Piromani, Canzoni da spiaggia deturpata-2008)