Vasco Brondi, aka Le Luci della centrale elettrica (foto di Max Cardelli)
in foto: Vasco Brondi, aka Le Luci della centrale elettrica (foto di Max Cardelli)

Dal racconto di quattro personaggi per tre chilometri quadrati al racconto di Costellazioni e vie lattee. Questa è, in brevissimo, come spiega lui stesso, la parabola artistica del progetto Le Luci della centrale elettrica, che nel 2008 arrivò come un fulmine nel mondo della discografia italiana e che adesso, invece, andrà via per assumere altre forme: forse solo Vasco Brondi, forse chissà. Per adesso resta una linea che è percorsa con un doppio album dal titolo "2008-2018, tra la via Emilia e la Via Lattea”, un lavoro che da una parte riprende quindici pezzi della sua carriera, con l'aggiunta di “Mistica” e da una versione inedita di “Libera”, canzone scritta da Vasco Brondi per i Tre Allegri Ragazzi Morti e dall'altra, invece, rilegge altre canzoni live in studio con due cover di Francesco De Gregori e dei CCCP. Se siete tra quelli che non conoscono il percorso de LLDCE questo doppio può essere una base per recuperare un po' di storia di musica italiana di questi ultimi anni, se invece si è già fan, questa raccolta dà, soprattutto nella versione live, una veste inedita a pezzi amati. Abbiamo chiesto a Vasco Brondi cosa è successo, cosa succede e cosa succederà.

La scrittura e la parola sono sempre state una caratteristica precipua di quello che fai, forse ormai dirlo è anche un cliché, eppure è così. L’attenzione alla parola era anche nel post con hai annunciato la fine del progetto: parli di alleggerirti, ad esempio, in che senso?

Semplicemente, lavorando a questo doppio disco che già era in cantiere, mi sono reso conto che il ciclo era concluso e forse questa è anche una cosa personale, mi dà la possibilità e il dovere di fare un piccolo salto evolutivo, con la leggerezza di non dover rispettare niente – anche se mi sono sempre predisposto a non aver niente da perdere quando mi metto davanti a un nuovo disco -, ma con un cambiamento in più grazie a questa chiusura del ciclo.

“Canzoni da spiaggia deturpata” arrivò come un fulmine in quel mondo musicale, ricordo un’accoglienza molto frammentata, tra chi gridava al miracolo e chi, invece, non si entusiasmò molto. Tu che ricordi di quei momenti là?

Ricordo molto bene tutto, in generale gli inizi sono stati anche molto surreali, ricordo quando, all'inizio delle registrazioni di ‘Canzoni da spiaggia deturpata' dissi a Giorgio Canali che mi ero licenziato, erano cinque anni che lavoravo tra bar, ristoranti etc e lui si incazzò moltissimo perché mi diceva che la mia roba piaceva solo a lui e mi diceva anche: ‘Questo disco qua, nella migliore delle ipotesi vende due mila copie, ma non dovevi farlo'. Poi quando uscì, col passaparola, ebbe più seguito, fino a crescere molto. Ho un ricordo soprattutto della mia sensazione, dell'essermi buttato allo sbaraglio, mi sono creato le  condizioni di non avere alternative a quello, non è una cosa che consiglierei, però in quel momento mi sono chiuso tutte le uscite d'emergenza possibili, per continuare in questa strada.

La tua timidezza è stata talvolta fraintesa, eppure immagino ti abbia accompagnato in questo viaggio. Con quali strumenti hai affrontato la popolarità? Come hai imparato a gestire l’attenzione morbosa che i fan hanno nei confronti dei propri miti?

Questo della popolarità è un aspetto importante che sarà parte anche di questo libro che uscirà, un libro in cui racconto i dieci anni de Le Luci e che è diventato un libro d'avventure di quegli anni.  Strettamente legato alle cose musicali, però, ci sono anche il mio rapporto e la mia identità rispetto a questo lavoro e la cosa che ho notato più di tutto, all'inizio, è che io non mi sentivo cambiato minimamente – la mia vita era cambiata soprattutto da un punto di vista logistica – invece quello che era cambiata enormemente era la percezione degli altri nei miei confronti e questo all'inizio mi ha lasciato molto stupito e perplesso. Ricordo che andai a Milano per un periodo e quando tornai a Ferrara vedevo le stesse persone, comprese alcune che mi conoscevano bene che mi guardavano e si rapportavano a me in un altro modo. Alla fine, però, penso che sia un lavoro molto fortunato, perché ti impone di evolverti, anche se vuoi continuare a fare musica devi evolverla e di conseguenza ti evolvi tu e ti mette in condizioni molto strane, come questa cosa della popolarità che però ti dà una sorta di superpotere nel gestire i rapporti umani, ti appelli a un certo punto, per questioni di istinto di sopravvivenza, a una specie di pace stabile in cui gli applausi o gli sputi non è che ti smuovano più di tanto e rimani tranquillo facendo il tuo lavoro. Sai che ci sono degli ondeggiamenti attorno che però sono anche distrazioni, io cerco di stare molto concentrato su quello che faccio e credo che anche quello sia stato il mio antidoto.

Nei tuoi lavori si vede in maniera impressionante l’evoluzione, il cambiamento di un ragazzo che diventa uomo. Quella – come possiamo chiamarla? – rabbia è pian piano mutata, è diventata meno urlata ma non per questo meno incisiva. Nessuno, però, meglio di te ne può avere coscienza. Cosa è cambiato in questi mesi/anni?

Il titolo che avevo pensato ‘Tra la via Emilia e la via Lattea' descrive la traiettoria di viaggio di questo progetto, partito da una piccola periferia fino ad allargarsi sempre di più. Ho sempre continuato a lavorare con canzoni di tre minuti, però è stato come renderle più spaziose, ci ho messo dentro più cose: son partito parlando di quattro persone per tre chilometri quadrati e poi son finito a parlare di un pianeta e di più moti e movimenti degli esseri umani. Credo che ritorni quell'idea di evoluzione che è un po' obbligatoria a un certo punto.

Chi ascolta i tuoi testi e chi ti segue su Instagram sa che il viaggio è una componente fondamentale per te. Quanto è contato nella tua vita mollare e viaggiare?

È stato importante, infatti qualcuno mi ha fatto notare, in questi giorni, che LLDCE in senso stretto, come immaginario dato dal nome poteva finire al secondo disco e lo credo anche io ed effettivamente tra "Per ora noi la chiameremo felicità" e "Costellazioni" c'è stata la prima volta, da quando faccio il musicista, in cui mi sono fermato. Per me è stato un vero "Never ending tour" e invece lì mi sono fermato tre quattro anni: sono stato negli Usa tre mesi, poi altri tre mesi in giro in Europa. Mi sono allontanato molto dalla mia identità di microcelebrità di quel momento e ho fatto altro. Il viaggio è fondamentale, ma non per forza quello di migliaia di chilometri, quanto il concetto di allontanarsi dalle proprie sicurezze, dalle cose date per scontate, che aiuta a vedere meglio le cose e a ritornarci con un'altra energia.

Hai detto che non sai ancora cosa ne sarà del futuro, non hai proprio niente di nuovo in mano?

No, non ho proprio niente, cioè ho sempre appunti sparsi, cose musicali sparse, ma l'unica cosa nuova che ho fatto sono state "Mistica" e "Libera", scritta per i Tre allegri ragazzi morti, che ho registrato di nuovo con Federico Dragogna a modo mio. Una cosa che mi è molto chiara adesso, però, è che non mi sento obbligato a dover stupire gli altri, non è che ho chiuso questo progetto e all'improvviso dovrò saltar fuori con una roba fuori da ogni aspettativa, perché sarebbe una mancanza di libertà; non è libertà quella di dover stupire a tutti i costi così come credo sia veramente importante avere il coraggio di poter deludere gli altri. L'unica libertà è seguire la propria strada, il proprio talento, quello che uno si sente di poter fare, quindi non è che credo nelle svolte repentine, ma continuerò a fare il mio percorso come ho fatto in questi dieci anni, seguendo niente. C'è anche questa cosa strana per cui sono il discografico di me stesso, quindi nel bene e nel male posso assecondare quello che c'è in quel momento.

E “Mistica” possiamo considerarla come la fine di un percorso o il seme di uno nuovo?

"Mistica" è una tappa di questo lungo processo, come per me è stato molto importante l'EP "C'eravamo abbastanza amati" che è stato il lavoro di laboratorio a porte aperte che c'è stato tra "Per ora noi la chiameremo felicità" e "Costellazioni", così anche Mistica è sicuramente un passo verso qualcos'altro, anche se sto facendo due cose completamente diverse, perché in Mistica c'è l'elettronica, c'è un tipo di suono e nel live in studio ho approfondito la dimensione acustica, quasi da piccola orchestra, una dimensione piano e voce: sono tutte e due tappe per qualcosa che non so cosa sia.

Tra l'altro non siamo molto abituati a sentirti con i ritornelli…

Per quanto riguarda i ritornelli anche in "Terra" ci sono, una cosa che mi piace adesso sperimentare proprio sulla forma canzone anche classica perché se è vero che da una parte sono cresciuto coi CCCP è anche vero che sono cresciuto anche con la canzone cantautorale italiana e mi piace molto avere questa forma a disposizione, poi sta a te farla diventare tridimensionale, farla sbocciare. Io amo molto chi continua a sperimentare nella musica benché non sia uno di quelli che riesce ad ascoltare la musica d'avanguardia o la roba strumentale, è che a me piace proprio la forma canzone. De Andrè, ad esempio, è uno che ha fatto la storia – ovviamente non mi sto paragonando a lui, ma lo prendo come esempio – e ha sempre scritto ottime canzoni, il suo disco che attualmente preferisco è "Anime salve", l'ultimo, a testimonianza che fino alla fine ha scritto canzoni perfette, nella forma canzone ma fatte a modo suo e questa è la forma che perseguirò sempre di più.

“Per moltissime persone questo progetto si chiude senza che ne abbiano neanche mai sospettato l’esistenza” hai scritto. Quanto ci pensi a quelli che non sei mai arrivato? C’è mai stato un momento in cui hai messo su una bilancia il “compromesso” per poter arrivare a qualche migliaio di persona in più?

No, relativamente al compromesso direi che quello che ho fatto parla da sé, il mio percorso va nella direzione di una libertà che è quella del pop impopolare: cioè posso fare una cosa con Jovanotti, posso andare a suonare a duemila metri d'altezza in Val Susa, riprendermi posti da duecento persone o fare grandi teatri, non ho niente da dover seguire o rispettare, neanche la visione e il giudizio degli altri. Io non mi concentro tanto su quelli a cui non sono arrivato, in un certo senso per me sembra anche un miracolo e sono comunque pieno di gratitudine per il fatto che facendo quello che voglio fare ho trovato dall'altra parte una splendida accoglienza che anche in questi giorni mi sta commuovendo.

Con “Terra” avevi stilato un diario. Oggi hai scritto una autobiografia – con l’aiuto di Tiziana Lo Porto -, hai modelli di autobiografia che ti hanno ispirato?

Alla fine è diventato un monologo: l'ho fatto con Tiziana Lo Porto ma non volevamo a forma di intervista, quindi è lei che mi ha spronato sulle cose da dire poi le ha riordinate con me togliendo e spronandomi a dire più su alcuni argomenti. Mi sono ispirato a un libro che adoro – anche se è venuto fuori diversissimo -, "Fedeli alla linea. Dai CCCP ai CSI" di Alberto Campo che è una specie di intervista a loro, dalle voci dirette di Ferretti e Zamboni, un grande libro. Il nostro è diventato una specie di fanzine, zibaldone, diario di viaggio ed è coloratissimo, è pieno di foto, illustrazioni, foto dei miei viaggi, dei miei collaboratori, appunti, le liste dei libri che leggevo e dei dischi che ascoltavo mentre lavoravo ai diversi dischi e poi anche ispirato da questo libro di Campo volevo che il mio monologo fosse interrotto dalle voci degli altri e in questo senso ho chiesto ad artisti e amici con cui ho collaborato durante gli anni di scrivere qualcosa per questo libro. Mi sono fermato, quindi, agli artisti che sono sempre stati punto di riferimento e sono diventati anche amici, quindi c'è uno scritto di Manuel Agnelli, uno di Jovanotti, di Paolo Cognetti, Enrico Moltheni, Dente, Rachele Bastreghi, Daria Bignardi, di varie persone con cui si è stretto un rapporto e che intervallano il racconto con il loro punto di vista.

Se uno che pare abbastanza lontano da un mondo musicale fatto di persone da conoscere, luoghi da frequentare, foto da fare. È stata una scelta pensata o semplicemente il tuo mondo è diverso da quello?

Guarda, penso che il 99% delle volte nella vita di tutti le scelte siano inevitabili, crediamo di avere questa grande libertà di scelta ma alla fine fai quello che è inevitabile nel seguire la sua natura, quindi vivendo a Ferrara la maggior parte del tempo posso evitare di parlare di musica anche per tre mesi di seguito perché i miei amici stretti lavorano tutti nei settori più disparati e lì sono ancora conosciuto perché ho fatto il barista nei bar in centro. In questo senso mi fa stare molto bene il trattare il mondo della musica anche come un lavoro, che è sempre una bestemmia da dire, in realtà nelle canzoni ci sei sempre tu al 100% però io ho chiaro che ognuno di noi è molto più grande della cosa che fa, che sia fare il falegname o lo scrittore, quindi a me aiuta molto vivere in un contesto che mi dà altri input di vita reale e non mondana o artistica.

Da De Gregori a CCCP/CSI/PGR passando per Manuel Agnelli, Giorgio Canali, Jovanotti, tutti incontri che in qualche modo ti hanno segnato. Qual è l’incontro che non hai ancora fatto?

Beh, io sono un grande estimatore di Sorrentino, che non ho avuto modo neanche di incrociare in giro, quindi mi piacerebbe incontrarlo. Poi sono uno molto timido e di basso profilo, quindi penso che al massimo gli direi ‘Ciao', però è un artista che stimo moltissimo.

In occasione di “Terra” dicesti di aver ascoltato ossessivamente Enzo Avitabile. C’è qualcosa che ti sta ‘ossessionando’, oggi? Musica, narrativa, poesia…

Enzo Avitabile resta un grande Maestro, con lui mi piacerebbe collaborare prima o poi. Mi piace molto una poetessa che si chiama Mariangela Gualtieri che è finita anche con un verso dentro "Mistica" e poi adesso sono veramente preso dalla meditazione, quindi sono un grande lettore di questo mondo qua, mi sono un allontanato dai romanzi e dall'ascoltare musica, perché è un mondo infinito, quindi mi sono un po' perso in queste letture. Vado un po' a periodi e sto seguendo questi maestri che a volte fanno sembrare l'arte anche una cosa piccola rispetto alle grandi cose che vengono messe in ballo.